
Nonostante questo film, per il suo essere grottesco, simbolico e dai mille significati, possa essere la manna di critici e scrittori di cinema in genere (io rientro indubbiamente in questa seconda categoria), non riesco non a ridurlo a tre semplici parole: troppo e scollegato.
La nuova opera di Noah Baumbach, dopo il meraviglioso Marriage story, nonostante momenti registici geniali, non è riuscita, a mio avviso, a raggiungere il suo scopo, risultando, appunto, singhiozzante e dispersiva. Il cercare di unire la mistica e intima paura della morte al superficiale e dirompente consumismo è in gran parte naufragata e questo proprio per la troppa distanza, se non supportata da momenti ponte, che c’è tra le due. Entrambi (e la storia non si ferma a questi ma ci torneremo a breve), proprio per il non essere stati armonizzati, alla fine quasi sfioriscono risultando più delle provocazioni che altro. Accanto a queste, come appena detto, le altre tematiche toccate, il matrimonio, i segreti, la vendetta, l’onniscienza della gente schiava delle notizie, la fiducia esasperata nella medicina e nella fede presente e storica, danno più l’impressione di essere buttate li e non di seguire uno schema narrativo omogeneo e quindi coinvolgente ed emozionale. E non basta a salvare la baracca l’ennesima bellissima prova di Adam Driver, vero profeta in mezzo al caos.
Noah Baumbach sa scrivere, è sua la sceneggiatura seppur il soggetto nasca dall’omonimo romanzo di Don DeLillo, e girare, ma questa volta credo abbia completamente mancano l’obiettivo. Non è necessario, i fratelli Coen dettano legge su questo, focalizzare la storia solo su un aspetto, ma è indispensabile, se si vuole aggiungerne altri, saper armonizzare e soprattutto rendere i vari passaggi un’appendice una dell’altra. Alla fine la nube tossica come elemento narrativo, seppur discriminante per il protagonista per pensare e credere che la sua paura della morte sia ora concreta, sparisce, quasi fosse stata un piccolo colpo di assestamento per un’altra trama. E questo oggettivamente non può essere.
Il progetto andava studiato e strutturato meglio, così, personalmente, seppur come sottolineato arricchito di alcuni attimi geniali, ha molto poco senso.
Voto 5/10
Jonhdoe1978
TRAILER: tanto rumore per nulla.
TRAMA: Potrei parlare dell’annosa questione se è meglio Hitler o Elvis (ma non era meglio Maradona e Pelè?), di Jack che è fissato col tipo dai baffetti buffi, di sua moglie Babette e delle pillole che ingoia come caramelle, del figlio Heinrich che a 13 anni sembra già laureato al Cepu, delle figlie Steffie e Denise che in due non se ne salva manco una perché rompono le palle sulla qualunque, del piccolo Wilder che non parla perché ha capito di essere nato in una famiglia di matti, dei rincari delle confezioni da 1kg di Kellogs, di una nube tossica arrivata direttamente dalla Terra dei Fuochi perché avevano usato la carbonella del Todis, di uno scemo che non vede l’ora apra il nuovo banco della carne al supermercato, di uno ancora più scemo che vorrebbe sembrar uscito da un film di Lynch ma è vestito troppo male, della gente che compra la qualunque perché siamo nell’America degli anni 80 e vai con i dollari fruscianti, della poca voglia di vivere di tutti perché hanno paura che la morte arrivi da un momento all’altro e loro non sanno giocare a scacchi come Antonius Block…
Potrei anche parlare delle palle che mi sono fatto a guardare il nuovo cinema impegnato che piace tanto a certi critici, ma potrei semplicemente dire che il regista Noah Baumbach ha provato a dire non so quante cose senza far particolarmente rumore.
Se ha voluto prendere alla lettera il significato di “rumore bianco” allora alzo le mani, ma preferisco usarle per rileggermi il libro di Don DeLillo da cui è tratta la pellicola. Peccato non averlo recensito per la rubrica “I Dimenticabili”…
Voto 4/10
Mklane
“La famiglia è la culla della disinformazione mondiale. Nella vita di famiglia, dev’esserci qualcosa che genera gli errori di fatto. L’eccesso di vicinanza, il rumore e il calore dell’essere. Forse anche qualcosa di più profondo, come il bisogno di sopravvivere.”
L’essenza di Rumore bianco, tredicesima pellicola di Noah Baumbach che ha aperto la 79° Mostra del Cinema di Venezia, è tutta racchiusa in questo ragionamento del 1985 di Don DeLillo, drammaturgo e sceneggiatore statunitense ed autore dell’omonimo romanzo di cui il film è un ambizioso adattamento.
La scrittura di DeLillo è, in sé e per sé, già di suo talmente vicina alla settima arte che qualsivoglia traslazione dalle sue parole stampate in inchiostro su carta ad immagini su schermo, risulta già in partenza pleonastica. Se poi, nel caso specifico, ci si ritrova davanti ad un racconto che nelle sue quasi 400 pagine contiene storie che spaziano tra la satira, la commedia, il dramma ed il giallo ed affronta temi come l’amore, la guerra, la religione, la famiglia, l’etica, il consumismo, l’isteria di massa e la paura della vita e della morte…beh, ecco che la scommessa di Baumbach (da sempre votato al “minimalismo” registico e molto più incline alla scrittura) diventa talmente pronosticabile che non verrebbe presa in considerazione nemmeno dal più incapace dei bookmakers.
Il regista sa bene sa di dover rendere il più eterogenea possibile la struttura…e ci prova. La contrapposizione tra la lezione su Adolf Hitler e su Elvis Presley agli eventi che scatenano la nube tossica (per citarne una) è assai ben fatta, ma i contesti ed i toni da affrontare sono molteplici e troppo diversi tra loro e sia la colonna sonora in chiaroscuro di Danny Elfman, sia il buon montaggio di Matthew Hamman, sia la buona prova dell’intero cast, capitanato da Adam Driver e Greta Gerwig, non bastano a rendere collegati tra loro i tre atti in cui si suddivide il film.
Rumore bianco, alla fine dei conti, finisce purtroppo per rilassare troppo lo spettatore…al pari della cabina di un aeroplano, o di un asciugacapelli.
Voto 4/10
Alessandrocon2esse
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