
Ammetto la mia ignoranza, non avevo mai visto un film di Noah Baumbach e non so quindi, quanto mi sono perso sinora, ma so con certezza che non correrò a riprendere le sue opere, è troppo regale l’immagine che ora ho di Marriage Story per andare anche solo ad intaccarne i contorni con inutili paragoni.
Charlie Barber (Adam Driver) è un famoso regista teatrale sposato con Nicole Barber (Scarlett Johansson), attrice che ha deciso per amore di seguirlo nel suo mondo trasferendosi da Los Angeles a New York e continuare con lui e la sua compagnia, la sua carriera. I due hanno un figlio, il piccolo Henry, e sono in crisi.
A differenza del solito, ho aspettato alcuni giorni prima di cominciare a scrivere questa recensione. Avevo bisogno di digerire completamente i molteplici livelli emotivi del film, con tutti i suoi incastri e i suoi confini. Insomma avevo bisogno di spogliarmi e poi rivestirmi.
Detto questo, Marriage Story è un capolavoro.
So benissimo quanto abuso è stato fatto di questo termine nella storia del cinema, ma non trovo nessun’altra parola che possa rendere meglio l’idea.
Noah Baumbach ci ha raccontato una storia, anzi la fine di una storia, con una delicatezza assordante, spogliandola piano piano, strato dopo strato, graffio dopo graffio arrivando sino alla nudità dell’animo. Per farlo ha scelto un percorso a livelli, partendo dalla coppia e inserendo tra di essa man mano che la crisi divampava, altri fattori, persone, eventi, per poi ritornare da dove era partito. La rappresentazione della profonda dicotomia tra Charlie e Nicole e tutto quello che li ha sommersi, avvocati in primis, è qualcosa di profondamente tangibile e su cui il regista ha posato quasi tutto il film.
La sua è stata una regia d’altri tempi, con camere spesso ferme per accentuare la naturalezza e una fotografia ricercata e legata alle varie fasi del momento. La sceneggiatura, anch’essa interamente sua, è profonda, sentita, condita da dialoghi serrati, incessanti e viscerali. Durante questi ultimi non ha mai stretto o allargato la camera, continuava sulla linea iniziale scelta per quella determinata scena, e ci rimaneva anche se gli attori continuavano a muoversi, a volte addirittura scomparendo, con la voce che proseguiva il suo percorso.
Tutto questo però è stato possibile grazie alla straordinaria interpretazione dei due attori.
Scarlett Johansson ha solo 35 anni ma cinematograficamente sembra averne quasi il doppio. La sua è stata una crescita continua, costante, ha aggiunto qualcosa in ogni ruolo fatto. In questo si spoglia completamente del suo ruolo di Sex Symbol, capelli improbabili, nessun trucco, vestiti abbondanti, per mostrarci solo la parte più scoperta, debole e attaccabile. Lo fa in maniera sublime, dimostrando definitivamente che non ha limiti, e di essere ormai un’Attrice e questo a prescindere dai gusti personali.
Detto questo, però, il vero fulcro del film è Adam Driver, autore di una prova che sfiora la perfezione, di presenza, di impatto, di cuore. In poco più di due ore ci mostra la luce e l’oscurità dell’animo di un uomo, le sue fragilità, i suoi errori, i suoi limiti e soprattutto la profonda solitudine che alcune situazioni comportano. Il suo Uomo Invisibile, nel goffo tentativo di dimostrare al piccolo Henry che anche Lui può rendere speciale un Halloween, è di rara bellezza, per intensità, per dolcezza e per quel senso nostalgico che lo accompagna.
Dopo Joker non avevo nessun dubbio sul vincitore dell’Oscar come migliore attore, ma dopo tale prova non ne sono cosi certo, anzi se dovessi a tutti i costi mettere un X, probabilmente lo farei per Driver.
Marriage story è riuscito nello splendido intento di creare più domande che risposte intorno a un tema delicato e scomodo come la separazione tra due persone. Noah Baumbach ha raccontato il suo modo di vedere (o forse di vivere) una tale situazione, lasciando però aperta sempre la possibilità che la storia potesse prendere un’altra strada. Il film, infatti, è pieno di grandi e piccoli spartiacque, biforcazioni, percorsi paralleli e/o alternativi.
Ha giocato con il tempo in maniera conseguenziale con un finale che sa quasi più di rimpianto che di accettazione di una nuova realtà, con una scarpa slacciata a dimostrarlo.
Ci è arrivato scavando nel profondo dei due protagonisti, con l’intenzione di dimostrare come solo i diretti interessati possono sapere cosa realmente rappresentavano e in qualche modo rappresentano, l’uno per l’altro e come il cinismo delle altre persone sia circoscritto solo al momento. Nel tempo, cosi, tutti cambieranno, gli avvocati si dimenticheranno della loro causa, i parenti (esempio lampante la madre di lei) volgeranno altrove le loro attenzioni, i colleghi troveranno nuove opportunità e anche il loro piccolo Henry accetterà la sua nuova realtà. Solo in loro un anno dopo e nonostante la distanza, il tempo sembra essere passato in maniera diversa e così troviamo Adam che legge la lettera iniziale di Nicole, quella che il loro analista voleva all’inizio del film si leggessero a vicenda, con la stessa emotività di come se fosse tutto successo il giorno prima.
La memoria cosi come le sensazioni non hanno scadenza anzi in alcuni casi possono assomigliare a un orologio fermo e questo che Baumbach, dal mio punto di vista, ha voluto sottolineare con una storia comune ma dai tratti unici.
Jonhdoe1978
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