
Marty McFly (Michael J. Fox) è rimasto nuovamente intrappolato nel 1955, dal momento che il suo amico Emmet L. “Doc” Brown (Christopher Lloyd) è stato catapultato nel 1885 dalla scarica di un fulmine, insieme alla DeLorean, nella notte del 12 Novembre di quell’ anno. E’ quindi costretto a dover chiedere nuovamente aiuto al “giovane” Doc. Nel recuperare la DeLorean (nascosta intanto in un vecchio cimitero abbandonato dal “Doc” finito nel 1885), Marty viene a conoscenza che questi verrà ucciso pochi mesi dopo il suo arrivo nel 1885 dal feroce pistolero Buford “Cane Pazzo” Tannen (Thomas F. Wilson), bisnonno di Biff Tannen, per un debito di 80$.
Sicuramente la “narrativa” è il punto debole di questo terzo capitolo della trilogia, ruotando tutta intorno agli stessi medesimi avvenimenti già osservati nei precedenti capitoli, ma allo stesso tempo dando modo a Robert Zemeckis e a Bob Gale di potersi divertire sulle note comiche dell’ episodio, incastrando (ogni volta che è possibile) gag e citazioni che aiutano lo spettatore ad affrontare, con meno tristezza e più leggerezza, la cognizione di essere davanti all’ epilogo di tutto.
Fu lo stesso Fox a suggerire a Zemeckis e Gale di ambientare Ritorno al futuro III nel Far West, rispondendo alla domanda “Che epoca ti piacerebbe visitare con un viaggio nel tempo?” che proprio i due gli avevano sottoposto. Ed è infatti proprio intorno a Fox che girano tutte le gag (riuscite e non) inserite nel film e le innumerevoli citazioni al cinema di Sergio Leone, prima su tutte la scelta dello pseudonimo che sceglie Marty per presentarsi ai suoi avi: “Clint Eastwood”.
Gli intoppi alla DeLorean e l ‘infinita sequenza di imprevisti che magistralmente si susseguono anche in questa terza parte, tengono sempre alto il ritmo e la tensione…nonostante non ci siano Howerboard galleggianti durante gli inseguimenti, ma molto più modesti cavalli e che ci sia un treno a vapore e non un fulmine, a portare la DeLorean alla velocità di 88 Miglia orarie.
Quello che però differenzia questo ultimo capitolo è la lente di ingrandimento sul personaggio “Doc”, messo un po’ da parte nella Parte II, posizionandolo al centro della storia come vero protagonista e mettendo in evidenza lati nascosti (soprattutto punti deboli) finora ancora sconosciuti. La storia d’ amore con la maestrina Clara Clayton (Mary Steenburgen) metterà in discussione tutti quelli che erano stati i “capi saldi” del suo Now How, ossia che non bisogna mai interferire con gli eventi e che tutto sia già stato scritto, arrivando a congedarsi nel finale proprio spiegando a Marty e a Jennifer (Elizabeth Shue) che grazie ai loro stessi interventi fra passato, presente e futuro il loro destino non sia ancora stato scritto e che adesso è nelle loro mani.
Se proprio devo trovare una nota dolente a questa pellicola (e all’ intera trilogia) è proprio la chiusura di tutti i cerchi aperti con il medesimo “Lieto fine”. Alla fine dei giochi tutti i protagonisti se la cavano nel migliore dei modi e ognuno di loro impara qualcosa, provando a lanciare una sorta di morale anche allo spettatore. A mio parere risulta tutto un po’ forzato, ma è pur vero che bisogna considerare che questo tutto è stato realizzato più di trent’ anni fa e se ancora oggi, il 95% dei registi e degli sceneggiatori non se la sentono di correre il rischio a proporre finali “alternativi”, non si può certo farne una colpa proprio a Zemeckis e Gale che comunque riescono a regalare una perfetta conclusione ad una delle saghe cinematografiche più famose ed apprezzate di sempre.
Alessandrocon2esse
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