
Con Qui rido io, il napoletano Mario Martone continua il suo personalissimo lavoro di esplorazione del teatro e dell’identità culturale italiana, firmando una delle sue opere più intense e coerenti.
Dopo Il giovane favoloso e Capri-Revolution, il regista volge lo sguardo verso il Novecento, affrontando la figura di Eduardo Scarpetta, il capocomico più celebre del teatro napoletano pre-totiano, il primo a farne un’industria, ma anche un uomo diviso tra il genio creativo, l’ambizione smisurata e le sue contraddizioni personali.
La scelta di raccontare Scarpetta, interpretato da un Toni Servillo monumentale, va oltre la semplice biografia d’artista. Qui rido io è la storia di un’epoca che cambia, di una Napoli stratificata e vivissima e di un uomo che, nel tentativo di lasciare un’eredità teatrale immortale, finisce per rimanere intrappolato nella propria maschera. Martone, da regista e uomo di teatro, restituisce al pubblico la complessità di Scarpetta in un film che è al contempo ritratto intimo e affresco corale.

Il titolo stesso, preso dall’iscrizione presente sul frontone della villa di Scarpetta, è già una dichiarazione d’intenti: un inno alla supremazia della finzione comica sulla vita reale, un’illusione di controllo che il film progressivamente smonta. Dietro quella risata si celano rivalità, tradimenti, meschinità e il desiderio disperato di lasciare un segno indelebile nella storia del teatro. La grande intuizione di Martone è di mostrare quanto il riso (così centrale nel mondo di Scarpetta) possa essere anche maschera tragica, forma di potere e strumento di isolamento.
La vicenda ruota attorno alla celebre querelle giudiziaria tra Scarpetta e Gabriele D’Annunzio, querelato per la parodia Il figlio di Iorio, da lui mai autorizzata. L’occasione è perfetta per Martone, che attraverso il processo costruisce una metafora più ampia sulla libertà d’espressione artistica, sulla dialettica tra popolare e colto e sul ruolo dell’autore nella società. È proprio in questa dinamica che Scarpetta appare anacronistico: simbolo di un mondo che muore, di un teatro fatto di tradizione, risate e dialetti, messo in discussione dall’avvento del modernismo e dalla nuova borghesia intellettuale… un re che rischia di perdere il suo trono.

Il film è costruito come un’opera teatrale: in atti, in quadri, in movimenti scenici. Martone dirige con rigore formale e misura, affidandosi a una regia che esalta le geometrie degli interni, le atmosfere dei camerini, le scene familiari di un microcosmo domestico caotico e affollato. La villa di Scarpetta (vera e propria “Arca” del teatro) diventa il fulcro simbolico di un potere patriarcale che scricchiola, in cui le dinamiche affettive e lavorative si sovrappongono. Moglie, amanti, figli legittimi e non, allievi… tutti gravitano attorno alla figura ingombrante del capocomico, da cui dipendono e da cui, presto o tardi, cercheranno di emanciparsi.
Servillo offre una delle sue prove più vibranti e sfaccettate. Il suo Scarpetta è egocentrico, istrionico, a tratti tirannico, ma anche capace di momenti di disarmante fragilità. Servillo incarna perfettamente il dualismo tra uomo e maschera, tra il genio comico e l’uomo incapace di comprendere la modernità che avanza. In lui convivono la grandeur teatrale e la piccolezza umana, l’intuizione e la cecità. Un personaggio che, per essere compreso, deve essere accettato in tutta la sua ambivalenza.

Accanto a lui, il cast corale è all’altezza della sfida. Maria Nazionale, nel ruolo della moglie Rosa De Filippo, offre una prova sobria e intensa, mentre Cristiana Dell’Anna, nel ruolo dell’amante Luisa De Filippo, regala una figura femminile di sorprendente complessità e dignità. Eduardo Scarpetta, nipote omonimo del personaggio che interpreta, dà volto a Vincenzo Scarpetta, figlio illegittimo che diventerà Eduardo De Filippo: la linea di continuità tra passato e futuro del teatro napoletano prende forma in questo snodo generazionale potente e toccante. Notevoli anche Lino Musella, Roberto De Francesco e Gianfelice Imparato, nei rispettivi ruoli di Benedetto Croce, Salvatore Di Giacomo e Gennaro Pantalena.
Dal punto di vista visivo, il film è un’autentica meraviglia. La fotografia calda e pittorica di Renato Berta trasporta lo spettatore in una Napoli fin-de-siècle mai oleografica, ma viva, teatrale nel senso più alto. I costumi di Ursula Patzak e le scenografie di Giancarlo Muselli sono sontuosi, ricchi di dettagli storici e contribuiscono a costruire un ambiente immersivo e credibile. Ogni elemento tecnico è funzionale alla messa in scena e al racconto, nella piena tradizione del grande cinema italiano di qualità.

Ma Qui rido io è soprattutto un film sul rapporto tra finzione e verità. Scarpetta vive nella finzione, la domina, ne è re indiscusso. Ma la vita, quella vera, gli scivola dalle mani. Mentre cerca disperatamente di controllare la sua eredità, non si accorge che il futuro del teatro è già altrove, nelle mani dei figli che non riconosce pubblicamente, ma che porteranno avanti (e rinnoveranno) il suo linguaggio. Eduardo (Alessandro Manna), Peppino (Salvatore Battista) e Titina (Marzia Onorato): una discendenza che da quella maschera comica e da quella risata, trarrà l’energia per un nuovo teatro, più malinconico, più umano e più universale.
Martone non giudica mai Scarpetta. Lo racconta. E nel farlo, ne celebra l’ingegno e ne denuncia i limiti.
Il film non si limita a ricostruire un processo, né si appoggia al classico schema Rise & Fall. Qui rido io è un’opera in cui il teatro e il cinema si fondono, in cui la riflessione sull’identità dell’artista diventa racconto di una società intera. Il film si muove tra pubblico e privato, tra scena e retroscena, mostrando come la vita si mescoli continuamente alla rappresentazione.

Nonostante una narrazione che potrebbe sembrare verbosa o lenta a tratti (e che effettivamente potrebbe non incontrare i gusti di chi cerca un ritmo più serrato) Qui rido io è un film stratificato, colto, appassionato. Un’opera che chiede attenzione e restituisce emozione, che guarda al passato per interrogare il presente, che racconta la storia di un uomo e finisce per parlare a ognuno di noi.
Qui rido io non è solo un film su Scarpetta, né solo su Napoli o sul teatro. È una riflessione potente sul senso dell’arte, sull’identità, sulla memoria.
Un’opera che celebra la finzione come spazio in cui si può dire la verità meglio che nella realtà. E in questo, Martone riesce in un’impresa rara: quella di far ridere e riflettere, piangere e pensare, dentro un’opera cinematografica che è anche un atto d’amore verso il teatro, verso la cultura e verso l’Italia.
Alessandrocondueesse
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento