
Netflix è, ormai, un contenitore di medie/grandi produzione. Fortunatamente, però, non ha totalmente smarrito quella bellissima peculiarità che lo vedeva protagonista nella diffusione di prodotti, ovviamente che avevano pochi mezzi, che altrimenti molto difficilmente avrebbero superato i propri confini nazionali. E dopo il sorprendente Il weekend dell’anno, ecco che questa rubrica si ritrova a recensire un film che, evidentemente, non ha avuto all’inizio (pensiamo che è del 2022) una grande possibilità di farsi conoscere e che invece ha più di qualcosa da dire.
Senza entrare troppo nello specifico, questo contenitore è nato per altro, si può tranquillamente dire che Quando ho smesso di preoccuparmi e ho iniziato a masturbarmi ci parla con efficacia di delicati e, almeno per il secondo, scomodi temi: quanto possiamo cambiare di fronte a certe situazioni, soprattutto se da noi non decise, e il rapporto con la nostra sessualità.
Partiamo dal primo. Di fronte a certi cambiamenti, la reazione che abbiamo è molto spesso imprevedibile e va oltre l’essenza di quello che siamo. Anzi, molte volte proprio queste rotture ci tirano fuori qualcosa di nuovo e che consciamente non credevamo neanche di possedere. Nel caso specifico la protagonista, Hanna (una più che convincente Katia Winter), si trova persa nell’oblio di quello che aveva seminato: tanto personalismo e poca condivisione. Il suo percorso assomiglia a quello di una persona che è costretta a fare un bilancio della propria vita (che stia per compiere 40 anni e quindi nel mezzo della vita non è una casualità), cercando di ritrovare la formula per trovare un equilibrio sia fisico che emotivo.
In questo percorso, e qui passiamo al secondo punto, si ritrova a scoprire un rapporto con il proprio corpo assolutamente diverso e per certi versi più leggero. Tralasciando il sesso con un partner, quello che emerge è che la masturbazione non sia altro che il mezzo per dare un senso alla propria intimità e il modo ideale, dopo averla accettata nella giusta maniera, per poi rapportarsi con gli altri. In pratica, il piacere solitario e silenzioso diventa il grimaldello per, in qualche modo, volersi più bene e capire che istinto e bisogni sono parte integrante del nostro cammino.
La creatura di Erika Wasserman, senza ovviamente avere l’ambizione di proporre una storia originalissima, riesce nell’intento di trasmettere con leggerezza e profondità l’ambivalenza del nostro essere e di come, per una equilibrata esistenza, sia necessaria la carnalità, l’attenzione e il giusto mix tra impegni e libertà. Certo, non si parla di verità assoluta, ognuna trova la sua, ma di una possibile visione, che comunque, e questo manifesta la qualità del come, non appare cosi lontana da quello che dovrebbe essere.
Jonhdoe1978
Voto 6.3/10
TRAILER: a quella cosa che finisce per no.
TRAMA: a livello statistico ogni volta che recensiamo un film “a sei mani” è sempre un terno all’otto. Metteteci pure che siamo fortunati in amore così spesso ci dice davvero male. Invece stavolta potremmo tranquillamente dire che un ambo l’abbiamo fatto.
Per farla breve questo film parla di una donna che alla soglia dei 40 anni lavora pure di notte ed è felice perché ha un marito frignone che guadagna meno di lei e per questo non gli si drizza, un figlio talmente bello che sembra finto, e una carriera perfetta che giusto nei film americani anche se questo è svedese.
Poi dato che il film non è che può parlare per un ora e mezzo solo di questo, il marito inizia a fare l’uomo degli anni 60 e le fa “basta lavorare, semmai fallo a casa” e lei “Smartworking?” e lui “no, lavà e stirà”. Manco il tempo di assecondarlo che quello sbrocca e la caccia via di casa per via di una camicia stirata male, gli ex datori di lavoro non la rivogliono perché una donna che non sa stirare una camicia non si è mai vista e lei pensa bene di prendere una mano per strangolarsi allegramente.
Ma sarà proprio quella mano (premio Oscar come miglior attrice protagonista) che le ricorderà di avere una vagina e allora sti cazzi. Riprenderà in mano la propria vita (mi andava troppo di scriverlo) e tra una toccatina e l’altra riuscirà a cambiare il suo percorso, in un mondo dominato da maschi tossici in cui le donne devono iniziare ad ascoltarsi riscoprendo il piacere di se stesse. A stringere, una commedia godibile.
Mklane
Voto 6.3/10
Come far fronte a uomini mammoni dalla scarsa virilità, mariti inclini al mansplaining e a capi che ne sanno meno di te e che dovrebbero essere i tuoi dipendenti? Semplice: dandosi all’onanismo.
È questa la soluzione suggerita da Erika Wasserman nella sua stuzzicante dramedy moderna, interamente al femminile, Quando ho smesso di preoccuparmi e ho iniziato a masturbarmi. Un debutto alla regia dedicato alla scoperta del piacere come mezzo di emancipazione e, soprattutto conoscenza di sé, in una società rigurgitante stereotipi di genere ed ancora troppo patriarcale.
Arrivato in Italia e in molti altri paesi del mondo direttamente su Netflix, il film svedese ha riscosso un discreto successo di pubblico, probabilmente anche grazie al curioso ed ammiccante titolo, rimanendo per alcune settimane nelle posizioni alte della classifica dei più visti sulla piattaforma di streaming.
Per quanto già il titolo in sé suggerisca una derivazione sessuale della trama, in realtà però la sceneggiatura scava parecchio a fondo nella psicologia dei personaggi, che suggerisce un divertente racconto sullo smettere di dover essere all’altezza delle aspettative degli altri e sull’ammorbidire la presa per cogliere le opportunità che si presentano quotidianamente.
L’escamotage è quello di tornare a scoprire sé stessi partendo dalla masturbazione in chiave positiva e non estremizzata, provando a dare di nuovo ascolto all’organo della vita e a sfruttare le oltre 8.000 terminazioni nervose della sua “attrazione” principale.
Un film che è il risultato della recente onda di sceneggiatrici e registe salite alla ribalta e di tutte le loro protagoniste, irresistibili antieroine, non più devote alla perfezione e sempre più simili alle loro normali spettatrici, pur non rinunciando alla loro femminilità.
Certo, il dipinto dell’uomo moderno della Wasserman risulta abbastanza piatto e monodimensionale, ma ai fini del prodotto è formalmente giustificato, specie per quanto riguarda il ribaltamento sessuale e relazionale.
Alessandrocon2esse
Voto 6.1/10
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento