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Pig (2021) di Jonhdoe1978

⭐1 Novembre 2021 ⭐ Contrassegnato con: Pig, Recensione Pig

Pig Interna

Noi siamo memoria, la somma di tutte le immagini e le sensazioni che abbiamo vissuto. Noi siamo il ricordo, la felicità e la sofferenza per una prospettiva o per un attimo andato. Noi siamo passato e presente, gli occhi luminosi o spenti di un pensiero che non ci lascia mai e che nel bene o nel male ci definisce.

Rob (Nicolas Cage) vive in una piccola casa nelle foreste dell’Oregon insieme solo al suo maiale. L’unico contatto che ha con il mondo è con Amir (Alex Wolf) al quale da, in cambio di cibo, i tartufi che durante la settimana trova. Una sera, senza apparente motivo e in maniera violenta, gli viene rubato il suo amato maiale costringendolo per tentare di ritrovarlo a tornare suo malgrado a Portland.

La differenza tra un film e un bel film, molto spesso, risiede nell’effetto sorpresa, in quell’attimo in cui la storia, improvvisamente o lentamente non importa, cambia rotta conducendo lo spettatore su un terreno imprevedibile e non pronosticabile. Ed è proprio questo il percorso che fa Pig, struggente e delizioso film scritto e diretto da Michael Sarnoski, al suo debutto assoluto come regista, e interpretato da un Nicolas Cage in forma smagliante.

La storia inizialmente sembra ripercorrere il classico copione del revenge movie: una vita tranquilla seppur misteriosamente isolata, qualcuno che cerca di rovinarla rapendo uno dei protagonisti (anche se particolare come può essere un maiale) e il personaggio principale che cerca di riprenderselo a tutti i costi. Ed invece il rapimento piano piano si trasforma dall’evento principale al mezzo per raccontare una cosa diversa che trova le sue radici sia sul differente modo con cui si può affrontare una perdita che di come il consumismo possa alcune volte soffocare i nostri sogni costringendoci a mutare e a nasconderci. Perdere qualcuno, fisicamente e mentalmente, è come essere attraversati da un vuoto improvviso, come se i pezzi di un puzzle improvvisamente cambiano angoli non trovando più il modo per combaciare. Se questo è un concetto assoluto, il modo con cui si cerca di colmare questo vuoto è estremamente personale e oscilla tra un estremo e un altro. E cosi Rob, in realtà il famoso chef Robin Felt, davanti a questo bivio decide di spogliarsi di qualsiasi cosa ritirandosi a vita solitaria e usufruendo solo del necessario per il sostentamento. Cela la sua identità, quasi che la perdita, il film giustamente non ci spiega come e perché sia morta la sua compagna, sarebbe superfluo, lo abbia oggettivamente e soggettivamente spersonalizzato rendendolo una specie di anima inquieta che si trascina emotivamente giorno dopo giorno. Il maiale è l’estremizzazione di questa mancanza, quasi che Rob ci vedesse la reincarnazione del suo amore dandogli la possibilità di continuare a prendersene cura e a condividere un cammino e questo per quanto difficile e buio. All’altro estremo Darius (Adam Arkin) che invece, nella perdita sfoga la sua rabbia, arroccandosi nel proprio dolore e sfogandolo contro tutti quelli che si mettono sul suo cammino. Si getta nel materialismo estremo, costruendo e distruggendo in continuazione, cercando sempre una conquista in più nonostante apparentemente ininfluente. Due universi diversi e paralleli che pur trovando per un attimo un punto comune, rappresentato dal ricordo di una cena indimenticabile, rimangono comunque lontani come a mostrare che certe situazioni creano delle fratture cosi profonde che niente, nemmeno il tempo e le ricchezze, riescono a guarire o a affievolire. Nel mezzo Amir e Finwey (David Knell) quale sintesi dell’apparenza, di quel mondo tritatutto che, come detto, ti può realizzare oltre quelle che sono le reali ambizioni o i reali sogni. Splendido sotto questo aspetto, il dialogo tra Rob e lo stesso Finwey, quale apice emotivo tra motivazione e realizzazione.

Come accennato all’inizio, Nicolas Cage è semplicemente straordinario, la perfetta sintesi tra il detto e il mostrato. I suoi occhi sono lo specchio della sofferenza e del ricordo, di quel piccolo grande limbo tra il vivere e il sopravvivere. Entusiasmante.

In una premessa tra Mandy, peraltro interpretato dallo stesso Cage, e John Wick, il mondo sotterraneo degli chef si avvicina parecchio all’Hotel Continental, Pig si erpica verso una via completamente diversa nella quale non c’è posto per la violenza ma solo per il peso dei ricordi e della mancanza e della loro incidenza sulla nostra vita. Sotto questo aspetto è geniale, a mio avviso, la duplice realizzazione tra l’indifferenza che ogni cittadino ha dell’aspetto fisico di Rob, nessuno sembra preoccuparsi delle sue ferite e del modo da barbone con cui è vestito, e la memoria che ha di lui, intatta e viva nonostante siano passati 15 anni. Questa apparente contraddizione è la perfetta dimostrazione di quanta falsa distanza ci sia tra sogni e apparenza come se nel primo non ci sia spazio per il secondo. E invece i due non sono altro che lo specchio di un modo di essere e non di un momento.

Michael Sarnoski ci ha trasportato in un mondo sommerso e cupo dove non è necessario urlare o sbraitarsi per ferirsi e farsi male. Il dolore lancinante è in ogni gesto, affievolito, solo per un attimo, nel momento in cui la passione (nel caso specifico la cucina) per quello che si era e ancora in parte si è torna a galla. Il maiale non è altro che l’estremo tentativo di ritrovarsi e di cercare di allontanare l’onta della solitudine che però viene sempre a presentare il conto creando delle voragini sul presente e sul futuro. Il finale, giustamente direi, non da soluzioni ne giudizi, si perde solo sulle note dell’ennesimo ricordo come se solo da esso si possa trovare un piccolo appiglio per trovare la forza non per correre, ma almeno per continuare a camminare speditamente.

Jonhdoe1978

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Pig

Pig
7.3

Valutazione Complessiva

7.3/10

SCHEDA

  • Regia: Michael Sarnoski
  • Anno: 2021
  • Durata: 92'
  • Genere: Drammatico

Interazioni del lettore

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