
Mi ha sempre stuzzicato il Festival di Cannes molto più della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il motivo non è tanto nella stratificazione o ambientazione delle kermesse, non ci sarebbe storia, quanto nell’obiettivo che le due manifestazioni hanno sempre voluto ottenere. La seconda, quella nostra per intenderci, ha sempre puntato sul sicuro ed infatti i titoli in concorso molto spesso sono quelli che ci siamo trovati in quasi tutti i cinema e a cascata agli Oscar, mentre la prima ha sempre scavato più nella sperimentazione e quindi su un cinema diverso. Tutto questo per dire che molto spesso mi trovo a vedere le produzioni partecipanti di quest’ultimo, soprattutto le premiate, e mi ha sorpreso per tematica e protagonista, venendo a noi, che quindi mi sia sfuggito Personal Shopper.
Sono profondamente convinto che esiste un mondo percettivo e un mondo reale nel quale ci muoviamo e che entrambi in qualche modo ci condizionano e/o ci ispirano decisioni e andamento. La proporzione tra questi due emisferi è segnata dal modo di essere, dalla sensibilità e da come assimiliamo gli eventi e quello che ci circonda. Olivier Assayas, regista e sceneggiatore, in Personal Shopper estremizza questo concetto portandolo a un livello quasi metafisico. La conseguenza diretta di questa impostazione è che il film diventa una specie di apriscatole emotivo personale e ci riporta, come persona, a fare spesso un passo indietro cercando di trovare in quello che stiamo vedendo la nostra dimensione. E’ chiaro che questo processo è molto diverso se questo viaggio cinematografico è stato fatto nel 2016, anno di uscita, o oggi. La metafora della comunicazione a quel tempo (eravamo ancora lontani da essere travolti da ogni forma di condivisione) era diversa e quindi anche il modo con la quale ce ne approcciavamo. Senza entrare nei termini sociologici del tema credo comunque che quella ricerca della propria identità anche attraverso dei passaggi di solitudine e introspezione non si sia persa con il tempo, anzi. Il film gioca molto tra realtà e dialoghi interiori e questo gli anni non lo hanno toccato soprattutto se si riesce a contestualizzare l’evento. Il dilemma di allora era come la distanza e anche la poca conoscenza, probabilmente per paura di essere giudicati, ci portava ad aprirci con dei quasi sconosciuti identificandoli come uno specchio semi reale di qualcosa. Tale approccio, seppur un pizzico diverso, è tuttora attuale e questo fa in modo che il messaggio arrivi e che ci porti nel campo dove il suo autore voleva. Questo si intreccia all’altro grande dilemma che Personal Shopper si porta sino alla fine: la morte e il suo confine. Sostanzialmente i morti dove vanno? E’ possibile che rimangono in una terra di mezzo nella quale per chi rimane sia possibile mettersi in contatto? Su questo la questione viene completamente dilatata da Assayas, cosi tanto da portarla non solo nel senso stesso del contatto ma proprio nella percezione della morte stessa e sugli effetti che il lutto ha su di noi. Cosi come per la comunicazione anche in questo caso la strada non è univoca e ci riporta alla morale principale: la propria soggettività. Questa è la vera padrona del nostro agire, del nostro capire o pensare e soprattutto su quello che vediamo o pensiamo di vedere. Assayas fa una meravigliosa centrifuga di queste cose e sta bene attento a non uscire mai dal seminato del possibile aprendo cosi di fatto al concetto di plausibile, a mio avviso, suo vero fine. Per farlo, e qui c’è della genialità, inserisce anche la materialità più estrema (l’omicidio e il suo colpevole) portando quindi quel ventaglio a essere ancora più variegato e quindi, sempre dal mio punto di vista, più attraente, catartico, dolcemente triste.
A corollario di questo percorso di pura percezione (che capisco non possa appassionare o colpire tutti) c’è da notare la straordinaria interpretazione di Kirsten Stewart. Anche per questo film vale quanto ho già detto per altre recensioni con lei protagonista: Camp X-Ray mi ha riaperto il mio ascendente verso questa attrice e mi ha portato nell’ambito della mia ricerca mensile di Dvd e Blu-ray online o nei centri specializzati a cercare film con lei in scena: Personal Shopper è uno dei risultati. Tornando alla prova, riesce a tenere lo schermo e la metamorfosi del suo personaggio in maniera ineccepibile riuscendo a dare cosi la perfetta dimensione della ricerca e dell’arrivo. Ho trovato geniale mostrarla all’inizio con abiti sciatti in contrapposizione all’eleganza che lei (era appunto una personal shopper) donava alla sua dirimpettaia, per poi farla esplodere nella sua sensualità e concettualità.
Un fiore non è solo un fiore perché lo vediamo o lo tocchiamo, lo è anche se crediamo che lo sia. Ovvio che anche questa è un’estremizzazione, ma se letta e vista dalla giusta prospettiva il significato è chiaro ed è quello che ci vuole dire questo racconto. Personalmente mi sono abbandonato dentro questo film trovandoci tanto di quello che è il mio pensiero e questo soprattutto perché la storia me lo ha consentito. Come capito all’interno ci sono tantissime dinamiche ma tutte con un senso sospeso e quindi perfetto per essere adattato. La morale complessiva che mi sono fatto io è che alla fine ognuno fa il proprio percorso e cerca in esso il modo di trovare la propria strada e in un certo senso la propria dimensione morale. Il percorso è sempre differente cosi come le varie mete e l’arrivo finale, molto spesso incomprensibile nel durante.
Olivier Assayas con Personal Shopper ha vinto il premio come miglior regia (a Cannes) e trovo paradossale che allo stato attuale non sia presente in nessun canale streaming. Spero che nella rotazione ci torni presto anche se capisco che non è un modo consueto per affrontare un tema, io l’ho trovato magnifico.
Jonhdoe1978
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