
Essere o apparire. Una dicotomia vecchia quanto il mondo ma che in definitiva non ha, a mio avviso, nessuna ragione di esistere. Nessun uomo riesce, infatti, a essere realmente tutti i suoi pensieri cosi come non può in eterno, mistificare o nascondere le proprie intime inclinazioni. Il nostro cammino diventa cosi, doppio e irregolare e il vero equilibrio, sia interiore che esteriore, sta, appunto, nel far collimare e convivere intimo e pubblico.
Elisabeth Vogler (Liv Ullmann) è una famosa e bravissima attrice di teatro. Un giorno durante la rappresentazione dell’Elettra, viene colta da un momento di blocco che la porta prima a delle risa senza senso e poi a un mutismo assoluto. Viene cosi ricoverata in un ospedale psichiatrico e data alle cure dell’infermiera Alma (Bibi Andersson).
Ingrid Bergman in tutti i suoi film, ha sempre rappresentato quelli che erano i dubbi, le paure, i tormenti e le certezze del momento. Nelle sue opere, infatti, c’è sempre un pezzo di se e questo a prescindere se sotto forma di ricordo, possibilità o di situazioni vissute. Persona non esce da questo schema, mostrandoci, anche se in un modo diverso da quello a cui ci aveva abituato, uno dei momenti più difficili della sua vita, fatto di fragilità estrema e di interrogativi esistenziali.
Proprio di quest’ultimi ci parla questo film con un linguaggio che dal particolare ci porta al generale. L’incipit da cui si muove, infatti, è la perdizione dell’attore, di quel momento in cui, viste le troppe maschere messe, si perdono i riferimenti di quello che si è, come si fosse la copia della copia di tutti i volti indossati. La reazione in questi casi, è estrema, l’emotività travolge la ragione portando il proprio io sulla soglia della follia, intesa quest’ultima come annientamento psichico e fisico. Nel caso specifico la nostra protagonista si chiude in un mutismo immotivato, quasi a controbilanciare le infinite parole, ritenute ora vuote, dette durante tutta la propria vita.
Tale concetto, il teatro e la maschera, viene successivamente ampliato quando il turbine emotivo coinvolge anche Alma, l’infermiera che la prende in cura, quasi a mostrare i profondi limiti psicologici dell’uomo a prescindere dal ruolo. Le due donne, anche se con storie e vissuti completamente diversi, vengono prosciugate, nello stesso modo, nelle onde delle colpe, di quel momento in cui la pelle ti sembra sporca facendoti sentire come qualcosa di estraneo al mondo e alle sue dinamiche. Le loro personalità si fondono, facendo perdere i riferimenti di chi sia una e di chi sia l’altra, in una sorta di psicoanalisi inversa, dove paziente e dottore si scambiamo continuamente di ruolo. L’inconscio sembra prendere il sopravvento, e il sogno si mischia con la realtà e le possibilità, come in un limbo dal quale si può precipitare o risorgere. Il punto di rottura, almeno per Alma, è differente rispetto alla sua dirimpettaia, è sembra quasi riguardare l’ennesima delusione d’amore, intesa questa volta come insensibilità a mantenere quello che sarebbe dovuta essere una confidenza tra due persone vicine, e non solo spiritualmente. Questo è il momento del buio più totale, dove tutte le delusioni, i rancori e le cose non dette prendono forma creando una specie di nuovo individuo frutto dell’unione delle due. Due corpi in un’unica complessa e spaesata anima.
Questa lucida confusione è la vera magia del film, rappresenta quella illogicità tipica di chi ha perso consequenzialità e proporzione sia dei pensieri che delle situazioni. Il mutismo cosi come il parlare in continuazione, altro estremismo del regista, sembra contemporaneamente salvare e condannare le due protagoniste unite, a conti fatti, solo dall’aver perso e rifiutato allo stesso modo un figlio. Il dialogo finale, visto splendidamente da entrambe le prospettive, sa di diagnosi conclusiva, di incontro tra due montagne russe alternative e non convergenti. E’ il punto di rottura definitivo, quel momento che come spesso accade, ha l’incomprensibile virtù di riportare le cose alla loro apparente e cinico posto.
Liv Ullmann e Bibi Andersson sono semplicemente sontuose. La loro è un’interpretazione di un livello cosi alto che a tratti si rimane incantati. Una presenza e una padronanza dei momenti, per una storia evidentemente complessa, che lascia estasiati e deliziati.
Quello che mi ha sempre fatto impazzire di Ingrid Bergman è la sua capacità di buttare il cuore oltre l’ostacolo, il non aver mai paura di mostrare i suoi profondi e intimi timori, quasi che riuscisse attraverso il cinema, ad esorcizzarli.
In Persona se da una parte riprende il pirandelliano discorso della maschera dell’attore, dall’altro ci mostra la complessità dell’animo umano, di quei deboli e delicati meccanismi che lo separano dalla follia. Quel gioco incontrollabile e crudele tra l’avere coscienza di se e il distaccarsi dal mondo, avendo la sensazione che tutto il suo scorrere sia inutile e intangibile. Nel film, pieno di allegorie e rimandi a temi cari a regista quali sesso, religione e fanciullezza, c’è una sorta di smarrimento complessivo, come un sogno cupo nel quale il risveglio (le due torneranno a fare quello che facevano prima) è quasi irreale. E’ come se l’autore abbia voluto lasciare aperto un confine sull’inconscio avendo la piena coscienza, in questo caso si, che alcune dinamiche esulano da qualunque idea o inclinazione, confinandosi in qualcosa di irraggiungibile e quindi per definizione, personale.
Jonhdoe1978
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