
“Perfect Days è il miglior film di Wim Wenders.”
“Perfect Days è un film imperdibile.”
“Perfect Days è pura poesia.”
“Con Perfect Days Wenders è tornato al suo stato di grazia.”
È solo dopo una settimana passata a leggere articoli che riportavano questi titoli e a rispondere “Non ancora…” alla domanda “Hai visto l’ultimo di Wenders?” di amici e conoscenti, che mi sono “costretto” ad andare al cinema a vedere Perfect Days, pellicola di Wim Wenders che torna alla regia sei anni dopo il flop incassato con Submergence.
Dico “costretto” non per pregiudizio, ma solo perché nella mia lista dei “da vedere” c’erano davanti altri titoli, ma dopo simili presentazioni…che non gliela dai una spintarella per scalare la graduatoria?
Intanto devo ammettere di essere rimasto piacevolmente sorpreso di trovare la sala quasi al completo, nonostante fosse mercoledì sera, ultimo spettacolo, facesse un freddo cane ed il film durasse (ma tanto ormai sembra essere una moda) poco più di due ore. La sorpresa ha per metà rasserenato i miei soliti dubbi pre-visione del tipo “Speriamo di non buttare via due ore della mia vita” e, per l’altra metà, ne ha instillato uno nuovo: “Non è che stanno tutti qui per le mie stesse motivazioni?”.
All’uscita dalla sala, dopo i titoli di coda (che vi consiglio di guardare fino in fondo, per motivi che non posso dirvi qui), sono almeno riuscito a dare una risposta a questi due quesiti che mi frullavano in testa: “No, non ho buttato due ore della mia vita” e “Magari sì, ma a prescindere dalle motivazioni andava comunque visto”. Il problema è che hanno solo fatto posto a più dubbi di quanti ne avessi in precedenza e tutti, chi più e chi meno, sono legati ai titoli di inizio recensione…semplicemente metamorfosati in interrogativi:
“Perfect Days è il miglior film di Wim Wenders?”
“Perfect Days è un film imperdibile?”
“Perfect Days è pura poesia?”
“Con Perfect Days Wenders è tornato al suo stato di grazia?”
Allo spettatore che sia riuscito ad immergersi totalmente in questa ode al valore della semplicità e delle piccole cose, basterà “semplicemente” rispondere “Sì” (magari evitando di farlo per la prima e l’ultima, se non dovesse conoscere la filmografia di Wenders), ma uno spettatore complesso come il sottoscritto (che di film di Wenders ne ha visti) non può fare a meno di aggiungere all’avverbio affermativo anche un “…ma non solo”.
Proverò a spiegarmi meglio nelle righe che leggerete di seguito.
Con Perfect Days, il regista tedesco torna alla finzione cinematografica dopo trent’anni, dimostrando notevole convinzione. La pellicola, considerata non senza ragione una delle sue migliori opere, incorpora praticamente tutti gli elementi caratteristici del suo stile, oltre a evocare la tradizione artistica e la cultura nipponica (per cui stravede), grazie alla collaborazione con Takuma Takasaki, con cui divide sia la sceneggiatura che la produzione.
Il bilanciamento tra la sua carriera passata e una nuova prospettiva sorprende, creando un equilibrio straordinario. Wenders si ispira al realismo di uno dei suoi idoli, Yasujiro Ozu, con attenzione minuziosa e riflettendo sul quotidiano con sguardo garbato e minimale. Perfect Days è un film conciliante, una carezza per l’anima che si sviluppa attraverso piccoli passi, routine e ritmi compassati.
I dialoghi sono minimi, i primi 20’ mi hanno ricordato quelli di Wall-E di Andrew Stanton. L’empatia è amplificata da un approccio quasi documentaristico, il film doveva infatti in principio essere un reportage sulle toilette pubbliche del progetto The Tokyo Toilet e fu commissionato a Wenders in virtù delle sue esperienze con il cinema nipponico. Lavorandoci, però, il regista ha successivamente preferito mutarlo in un’opera narrativa, utilizzando le toilette come set per le vicende del suo protagonista Hirayama, interpretato da un eccellente Kōji Yakusho e che porta lo stesso nome del protagonista dell’ultima opera di Ozu: Il gusto del sakè.
Il film, in modo simile a Paterson di Jim Jarmusch, enfatizza l’importanza degli altri nelle nostre vite, la necessità di riscoprire la semplicità dei rapporti umani e sul coltivare la meraviglia per le piccole cose della vita quotidiana, con la toilette pubblica elevata al rango della natura. La trama si sviluppa attraverso la vita Hirayama, addetto alle pulizie dei bagni pubblici del quartiere Shibuya, evidenziando la magnificenza della normalità dei piccoli e ripetitivi gesti quotidiani e invitando gli spettatori a desiderare di sperimentare una vita essenziale e priva del superfluo.
Il veterano del cinema giapponese infonde serenità e compostezza in ogni espressione, movimento e sguardo, diventando il simbolo del “vivere armoniosamente il momento e riconoscere la bellezza ovunque”.
Hirayama è straordinariamente normale…il che, paradossalmente, lo rende speciale. È un uomo silenzioso, appassionato di letture, bonsai e musica rock degli anni ’70. La sua giornata segue una routine inalterata, che Wenders però ritrae da angolature diverse per evidenziare l’importanza dei dettagli insignificanti, celebrare le piccole cose e, appunto, la normalità. Pur vivendo in una società claustrofobica e cementificata, Harayama si presenta come un albero saldo al vento, libero dal desiderio. La rappresentazione visiva nel formato 4:3 sottolinea la dimensione claustrofobica della sua esistenza. La sua serenità è offuscata solo dalla solitudine che si è auto-imposto. Uno “spettro” legato al passato che vive fuori dal tempo, i cui rituali quotidiani delle pulizie nei bagni, diventano un metronomo di normalità senza soluzione di continuità, ricca di dignità e sorprese.
Wenders si concentra sulla dicotomia tra la separazione e la partecipazione vissuta dal suo protagonista. Egli rappresenta un uomo analogico, distante dalla tecnologia moderna, ma al contempo profondamente connesso con il presente attraverso relazioni umane significative, in particolare quella che instaura con sua nipote Niko (Arisa Nakano). Anche la rappresentazione del mondo onirico di Hirayama, attraverso immagini in bianco e nero e sovrapposizioni di ombre e luci, svolge un ruolo chiave nel film, collegando gli spettatori all’essenza della sua ricerca. I sogni di Hirayama diventano elementi figurativi e anti-narrativi, per trasformare progressivamente la trama in un meccanismo che va oltre il cinema, invitando lo spettatore a superare ciò che la pellicola riesce solo evocare.
Perfect Days è una storia umana e coerentemente strutturata, diretta con sapienza e arricchita da un intreccio che si sviluppa gradualmente. Il film esprime universalità attraverso la rappresentazione del lavoro e della comunità giapponese, combinando elementi della drammaturgia occidentale con un senso di vitalità radicato nel passato. Dopo una prima parte delicata, è solo dopo una quarantina di minuti che Wenders comincia a mostrarci le complessità della vita del protagonista che, opponendosi al desiderio, combatte il tempo e prova ad allontanare il domani, esorcizzando in questo modo la propria fine.
D’altro canto, se la vecchiaia non è un perenne presente dove l’avvenire risulta occultato ed il vissuto si eclissa gradualmente…allora che cos’è?
A grandi linee, Perfect Days ricorda il Ricomincio da capo di Harold Ramis alla rovescia, dove i giorni passano sembrando tutti uguali, ma a differenza del Phil Connors di Bill Murray…ad Hirayama sta bene così.
In Perfect Days c’è pacificazione, ma non conforto. C’è ammirazione, ma non riscatto.
I “giorni perfetti” sono quelli di Hirayama e, auspicabilmente, potrebbero essere anche i nostri. Perché fa indubbiamente bene al cuore identificarsi in un personaggio simile, conscio di tutto e, al tempo stesso, in grado di trovare felicità nella luce filtrata tra gli alberi, nella cura delle piante, nell’ascolto di musica, nell’acquisto e la condivisione di libri e nel giocare a Tris con degli sconosciuti e di non lamentarsi mai, abbracciando il silenzio e l’ascolto attento. Ma quanti di noi sarebbero disposti ad abbandonare la propria frenetica e stressante situazione (qualunque essa sia), per andare a pulire i cessi pubblici?
Ecco. È proprio in questa domanda che risiede quel “…ma non solo” di cui scrivevo prima.
La rappresentazione che dando importanza, amore e dedizione alle piccole cose quotidiane possa essere la “soluzione” per salvarsi la vita è, a mio parere, alquanto in malafede.
Dubito che Wenders, nonostante l’amore per il Sol Levante, possa decidere un giorno di abbandonare il cinema, le luci della ribalta ed i riconoscimenti, per andare ad igienizzare i bagni. In Perfect Days c’è senza ombra di dubbio poesia…ma c’è anche una buona dose di ipocrisia.
Non mi riferisco a qualche cliché nella caratterizzazione dei personaggi minori e alla ricerca dell’approvazione, la riflessione e la commozione dello spettatore attraverso l’uso di disabili e di malati terminali…quelli li considero “peccati veniali”. Quello a cui faccio riferimento, invece, è allo scarso interesse di Wenders nei confronti dell’innegabile complessità della vita, a favore di un’estetizzata e falsamente poetica rappresentazione del presente del suo protagonista.
Alla fine di tutto, Hirayama è da considerarsi una persona felice?
La sua scelta di concentrarsi sull’ordine, l’organizzazione e passioni retro-hipster, trascurando gli imperfetti (ma veri) legami umani, è davvero la strada giusta?
All’interno delle due ore di Perfect Days non c’è spazio per il caos, per il dolore e per l’insensatezza della vita reale e, per quanto la rappresentazione di Wenders sia una scelta precisa, ponderata (e paracula), atta a portare in scena la speranza che, alla fine di tutto, a vincere non sia l’egemonia dell’autoreferenzialità egotista…il mio psicologo non la chiamerebbe di sicuro “poesia”, bensì “censura della realtà”.
Alessandrocon2esse
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