
Personalmente penso che siano tre i motivi per i quali i film western hanno avuto (ora le cose sono un po’ cambiate) una grande proliferazione e un grande successo:
- l’ambientazione ambigua e fuori da uno schema sociale/territoriale definito consentiva la possibilità di un numero di storie praticamente infinito.
- Non esisteva una settorialità di genere, accanto all’avventura si poteva quindi accostare qualsiasi cosa, amicizia, amore, vendetta, conquista, etc etc.
- Ultimo e probabilmente più importante, lo sfondo deciso e di continua supremazia soddisfava l’ego di qualsiasi spettatore.
Se queste sono verità quasi assolute (una parvenza di dubbio va sempre lasciata) è altrettanto vero che ad un certo punto, precisamente alla fine degli anni cinquanta, questo genere ha subito una brusca frenata. L’impressione generale, o meglio la reazione degli spettatori, era di un qualcosa che ormai aveva stancato non riuscendo più a dare segni distintivi di novità come all’inizio.
E poi nel 1964, arrivò Sergio Leone e il suo Per un pugno di dollari e tutto cambiò.
Prima di addentrarci nelle tematiche strutturali e concettuali del film, ritengo sia giusto (e sa quasi di favola) dire due parole su come questo film è venuto alla luce. Nessuno voleva produrlo, lo script venne ritenuto non sufficiente, Leone veniva considerato non adeguato, per risparmiare venne girato accanto a Le pistole non discutono di Mario Caiano (considerato il vero film di successo) utilizzando cosi le stesse strutture e le stesse comparse, molti degli attori cercati (fra tutti Henry Fonda) o si rifiutarono o chiesero troppo, Gian Maria Volonté accetto solo per pagare i debiti che il suo spettacolo teatrale aveva creato, tutti, interpreti, sceneggiatori e anche Ennio Morricone per entrare più facilmente nel mercato statunitense utilizzarono pseudonimi inventati e infine, come ciliegina sulla torta, se non fosse intervenuto Angelo Colombo e la sua valigetta da trenta milioni (uno degli investitori spagnoli sparì) tale opera non avrebbe mai visto la luce.
A leggerlo ora sa tutto di favola e bellezza, ma se ci si pensa bene è inevitabile non pensare all’importanza del caso e del destino. Se tutto non si fosse incastrato non ci sarebbe stato nessun secondo o terzo film sul genere e magari, rabbrividisco al solo pensiero, neanche C’era una volta in America.
Detto questo, Per un pugno di dollari rappresenta la prima punta della trilogia del dollaro di Leone e, come anticipato pocanzi, ha riscritto le regole del film western restituendogli un vigore e un interesse all’epoca quasi sopito. La motivazione al di là della trama, seppur non esplicitamente dichiarato la storia prende spunto da La sfida del samurai di Akira Kurosawa, risiede nell’originale modo di girare e rappresentare tutta la storia. Quello che infatti, colpì spettatori e pubblico non fu la sceneggiatura (nonostante momenti altissimi, ci torneremo a breve) ma l’impostazione delle immagini. Un esempio su tutti: fino a qual momento in ogni film western sparo e caduta del colpito venivano mostrati in due immagini diverse (molto spesso girate proprio in momenti diversi), in questo, per la prima volta, venne messo tutto nella stessa sequenza. Tale approccio, accanto ai primi piani fermi, vero marchio di fabbrica del regista romano, rivoluzionò sia la visione complessiva di questi film che proprio la loro percezione che cosi apparse più coinvolgente e trasportante.
Tornando sulla sceneggiatura, la frase che più di tutte è entrata nella storia del cinema è: “Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto!” Questa frase, oltre a stimolare la mascolinità del gesto (e qui torniamo al punto 3 di cui si diceva all’inizio) ha avuto nel film la grande funzione di ribaltare i termini conosciuti della disputa, esaltando cosi l’ingegno sopra l’ingegno. La figura di Ramon (Gian Maria Volonté), infatti, è stata saggiamente costruita per dare l’impressione di essere un passo avanti rispetto agli altri e di non poter essere “fregato” molto facilmente. Essere stato battuto proprio sul suo terreno (l’astuzia) e sulle sue convinzioni ha esaltato ancora di più la figura da pendolo emotivo e da eroe mascherato, il suo agire è ambivalente, dell’uomo senza nome (anche se in un caso viene chiamato Joe). L’evoluzione di quest’ultimo personaggio, sull’attore ci torneremo, è di una bellezza quasi unica. Mistero, audacia, astuzia, avidità apparente e poi altruismo si mescolano nei suoi gesti, trasformandosi in una specie di equilibratore delle ingiustizie. L’esempio visivo iniziale, le due famiglie ai lati e lui al centro per intenderci, se poi rapportato al finale nel quale si paventa la stessa sua posizione ma con ai lati la legge messicana e americana, è di quanto più appagante, per il concetto che esprime, si potesse avere. Ti crea mentalmente la perfetta simmetria della situazione, dandoti cosi la possibilità di districarti subito nel gioco a scacchi che il protagonista ha intenzione di iniziare. Essenziale la scelta di inserire due figure di raccordo, Piripero e soprattutto Silvanito, che in qualche modo facilitano sia la comprensione immediata della trama che proprio l’esaltazione della personalità del nuovo arrivato, di fatto completamente differente a loro e a tutti gli altri.
All’epoca della scelta, Clint Eastwood era poco più di uno sconosciuto e se poi è diventato quello che è lo devo esclusivamente a questo film. Da qui in avanti la sua è stata un’ascesa impressionante e incontrastata. Di questa interpretazione sono da apprezzare, attitudine, presenza e capacità di trasmettere freddezza e calore nello stesso tempo. Lui rimane uno dei tanti puzzle che hanno permesso a Per un pugno di dollari di vedere la luce ed diventare quello che poi è diventato.
Sergio Leone era un regista se non alle prime armi, comunque non completamente apprezzato, Ennio Morricone un compositore ancora da capire sino in fondo, Clint, come appena detto, un attore da parti da comprimario e il western un genere ormai quasi in disuso. Pochi mesi dopo ci si è trovati di fronte a: Leone un regista geniale e in grado di comunicare solo con un’inquadratura, Morricone il maestro in grado di rendere sublimo anche il silenzio, Clint un attore da sfruttare e rivalutare e il genere western di nuovo una miniera dalla quale attingere a piene mani.
Per qualche dollaro in più è un diamante cercato e trovato, sudato e voluto e che è riuscito a rapire sia chi amava il genere che chi no. Le sue dinamiche, infatti, seppur territorialmente dai confini ben definiti si estrae dal suo più stretto concetto per espandersi come storia bella e strutturata in quanto tale. Il fatto che sia rappresentato in quel periodo diventa cosi solo una laccatura (in oro) in più e questo se ci si pensa bene è la più grande vittoria di Leone e della sua meravigliosa creatura.
Jonhdoe1978
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