
Usando una classificazione estremamente larga, possiamo dire che i film si dividono in due macrocategorie: quelli che hanno all’interno molti eventi e quelli con pochi. Partendo dall’ovvio presupposto che in entrambi i casi si potrà aver un buon o un cattivo prodotto, è indubbio che il secondo dei su citati casi è molto più complesso da elaborare e questo per la difficoltà oggettiva di approfondire personaggi e storia in pochi passi.
Il Monco (Clint Eastwood) e Colonnello Douglas Mortimer (Lee Van Cleef) sono due cacciatori di taglie alla perenne ricerca degli incarichi più remunerativi. Quando gli arriva la notizia della fuga dalla prigione del El Indio (Gian Maria Volonté) e della corrispondente taglia di 10.000 dollari sulla sua testa, decidono, ognuno per proprio conto, di investire tutte le loro attenzioni su di lui.
Dopo l’enorme e inaspettato successo di Per un pugno di dollari, le prospettive di manovra di Sergio Leone cambiarono radicalmente. Tutte le difficoltà avute nella realizzazione di quel film, in qualche modo scomparirono dando la possibilità al regista romano di aver più libertà e possibilità. Riuscì a sbarazzarsi dei produttori precedenti, riuscendo con relativa facilità a trovare nuovi investitori, anche dalla stessa America. L’ondata emotiva e visiva di quel lavoro, ribattezzato a livello mondiale come spaghetti western, aveva infatti oltrepassato qualsiasi confine, arrivando con convinzione anche alla patria di chi il western lo aveva vissuto e soprattutto, raccontato.
Malgrado questo, lo stesso Leone dichiarò più volte che non era in programma un nuovo film su questo genere (sarebbe stato naturale pensarlo) ma la repulsione che provava verso la Jolly Film, produttrice di Per un pugno di dollari, era tale che decise di farlo, almeno inizialmente, solo per farle dispetto.
Il risultato, nonostante una piccola crisi ispirativa iniziale, confermata dallo stesso regista e causata del successo inaspettato dell’anno prima, fu ed è di un qualcosa di assolutamente straordinario che è riuscito, la convinzione di Leone è che sarebbe stato impossibile, ad essere superiore per costruzione, idea, sviluppo e implicazione emotive al primo film. Per qualche dollaro in più ha, infatti, preso tutte le parti belle e funzionanti di Per un pugno di dollari e le ha migliorate soprattutto come profondità dell’idea e immedesimazione nei personaggi. La costruzione dei tre protagonisti, nonostante lo spazio ridotto degli eventi (facendo seguito a quanto detto all’inizio), è assolutamente straordinario, con l’apparire e l’essere che arrivano entrambi nella loro pienezza.
La rivoluzione di Leone però, è stata quella di prendere il West e di trasportarlo nella vita del momento riuscendo cosi a esaltare l’attrattiva di quel periodo (sempre presente) senza per questo farlo percepire come lontano. Il denaro, mai titolo fu più fuorviante, anche in questo caso diventa il modo per raccontare un’altra storia fatta di uomini che, come si sa, ha molto spesso a che fare con l’amore. La costruzione del finale di questo film è la sintesi di un percorso profondo e complesso che ha cercato la sua morfina nella superficialità e nella lussuria.
Leone ci dà la sua panacea interpretativa con il contagocce, rubandoci l’occhio e il cuore piano piano. Ci fa credere che è tutto cosi come lo si vede e invece dietro l’incastro c’è l’inganno e dietro il gelo uno o più cuori feriti. E così una storia di soldi si trasforma nel colmare, ognuno a suo modo, un vuoto insostenibile con una melodia dentro a un orologio da tasca come colonna sonora di tale condizione. Ovviamente Leone, insieme a Luciano Vincenzoni, co-sceneggiatore, non hanno perso di vista l’ambito e il luogo della storia, che evidentemente, per essere reale necessitava di un qualcosa di concreto e per certi versi superficiale. Propria da questa premessa è nata la costruzione del personaggio de Il Monco, il secondo “cavaliere senza nome” della trilogia del dollaro, e il suo essere desideroso di denaro. La sensazione è che i due autori abbiamo voluto raccontare una storia di amore malato e vendetta silenziosa rispettando il contorno violento, cinico, avido e bastardo del selvaggio west. E ci sono maledettamente riusciti.
Per motivi che vanno dalla maggiore convinzione nel progetto rispetto al film precedente alla ormai completa sintonia con Leone, che durerà per tutta la vita artistica e non, l’accompagnamento musicale del maestro Ennio Morricone è ancora più incisiva. Con questo non voglio dire che quello presente in Per un pugno di dollari non lo fosse, ma che questo è riuscito a dare un tocco di magia in più. E’ come se la stessa musica abbia percepito la maggiore coralità generale della storia e abbia voluto esaltarla con più variazioni e momenti ponte.
In questo caso i tre attori protagonisti meritano discorsi separati.
Il più facile in questo caso è per Clint Eastwood. Conferma tutto il bene del primo film con l’aggiunta di qualche sicurezza che solo l’esperienza ti può dare.
La storia che ha portato Lee Van Cleef a partecipare a questo film, invece, sa nuovamente di favola. Il suo viso era stato visto per caso da Leone e rimanendone affascinato (dopo vari rifiuti per qual ruolo, c’è da dirlo) decise di andare a cercarlo in America. Nonostante gli venisse detto che ormai aveva smesso di fare l’attore, il regista volle incontrarlo ugualmente convinto che quel viso avrebbe potuto dare una svolta al suo personaggio. Il resto è storia con la carriera di Van Cleff che riprese il volo ancor più degli inizi.
Gian Maria Volonté è di gran lunga il migliore in questo film. Il suo El Indio arriva ovunque: nell’odio, nella disperazione, nella rinuncia, nella forza e nella volontà. Una prova a dir poco sontuosa e che ha consentito a tutta la vicenda di reggersi su quei splendidi labili binari tra il giusto e lo sbagliato.
Se Scorsese dipinge cinema e Spielberg da corpo visivo alle emozioni, Leone è il mago di Oz della regia. Per qualche dollaro in più è il suo trampolino definitivo, il film che gli ha dato le certezze utili a scrivere poi film ancora più indimenticabili di questo o di Per un pugno di dollari. Rimanendo al titolo in oggetto riemerge con straordinaria potenza quella sua convinzione romantica che nella vita esiste sempre il dolce e l’amaro. Dove c’è l’uno non può non esserci l’altro. Da questo armistizio intellettuale cuce tutta questa vicenda (e lo farò sempre da qui in avanti) arricchendola di tanti di quei particolari fisici o concettuali da lasciare senza fiato. E questo, chiudendo cosi il cerchio iniziale, attraverso una trama sviluppata solo su due/tre eventi. Questo esalta ancora di più sia la sua capacità di scrivere e orchestrare lo spazio che il suo dono di rendere un singolo momento il pre, il ponte e il dopo di tutta una storia. Pochi metri di tempo e proprio di luogo per definire tutto e rendere immortale appunto (se ci si pensa è un paradosso) un racconto. Opportunità concessa esclusivamente a chi è illuminato e Leone lo è stato…lo è.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento