
Un Natale in casa Cupiello rivisitato in chiave “moderna”.
Le virgolette in questo caso sono d’obbligo, poiché ci troviamo nel 1992, l’anno in cui i caposaldi della famiglia tradizionale sono stati abbattuti definitivamente, dopo i primi scricchiolii dovuti dal colpo assestato dall’opera teatrale di Eduardo De Filippo sessant’anni prima.
Stiamo parlando di Parenti serpenti, pellicola del mai abbastanza compianto Mario Monicelli che, dopo aver falciato la società nella sua totalità con Amici Miei, la classe media con Un borghese piccolo piccolo e i valori militari con La grande guerra, abbatte la sua scure su una delle ultime granitiche doti del popolo italiano, quella famiglia in cui cercare riparo in caso di necessità.
Parenti serpenti può considerarsi a tutti gli effetti l’ultimo baluardo di quel “Cinema di Natale”, in cui il Natale non era solo sinonimo di comicità per la massa, fatto di storie triviali ed insignificanti. La riprova sta nel fatto che, nonostante quest’anno festeggi trent’anni dalla sua uscita nelle sale, dimostra ancora oggi una potenza e un’attualità fuori dal comune.
Ormai giunto alla soglia degli ottant’anni e accompagnato, sia da due mostri sacri della sceneggiatura come Suso Cecchi D’Amico e Piero De Bernardi, sia dalla giovane ed autobiografica penna di Carmine Amoroso (che aveva scritto l’omonima pièce teatrale a cui il film si ispira), Monicelli prova a far riflettere smascherando il nucleo sociale più rilevante dello stato italiano di quegli anni, la famiglia, filmando in “nero” l’amore per mamma e papà da parte di figli carogne e, soprattutto, italianissimi.
Forte di un cast composto da ottimi caratteristi del nostro cinema come Marina Confalone, Tommaso Bianco, Cinzia Leone, Monica Scattini, Pia Velsi, Paolo Panelli e Alessandro Haber (prima che si trasformasse in Alessandro Haber), Parenti Serpenti si sviluppa inizialmente come una classica commedia all’italiana, genere che lo stesso Monicelli ha contribuito a rendere grande (Guardie e ladri, I soliti ignoti e L’armata Brancaleone per citarne qualcuno), per poi subire una decisa sterzata verso la commedia nera, con risvolti quasi da cinema Noir.
Il regista romano ci mostra un ritratto familiare tipico: da una parte l’apparente perbenismo e la dignità di tutti i personaggi protagonisti, dall’altra l’egoismo e la malvagità dei familiari, riuniti sotto lo stesso tetto per le feste che si pugnalano senza pietà alla prima occasione utile.
L’io narrante che ci presenta i luoghi ed i personaggi è il nipotino Mauro (Riccardo Scontrini). La sua voce ci descrive ingenuamente ogni parente seduto intorno alla grande tavola imbandita, lasciando filtrare già dall’inizio la profonda precarietà ed i tratti di isteria che si celano dietro l’immagine della famiglia unita. Le sue descrizioni ci forniscono da subito caratteri e problemi del ginepraio domestico, raccontandoci nel dettaglio i difetti di ognuno e svelandoci, a poco a poco, la miseria umana di tutti.
La convivenza forzata dalla celebrazione delle festività fa riemergere tutte le piccole invidie e gelosie fra i parenti, rendendo inoltre manifesta la fatica con cui fingono di sopportarsi tra loro. I loro tanti e superficiali dialoghi rivelano un malessere di fondo e l’astio per questioni sospese e mai risolte.
Ogni personaggio ha un proprio tormento, o un segreto da nascondere. La famiglia dipinta dal regista non è la “panacea di tutti i mali”…anzi, è la causa della loro esasperazione: ognuno dei parenti cerca, a modo suo, di fare emergere il disagio degli altri, godendone manifestatamente.
Gli unici personaggi (apparentemente) positivi sono i decani Saverio e Trieste, gli anziani proprietari di casa, la cui unica colpa è proprio quella di non essere più giovani e quindi bisognosi di aiuto da parte dei loro cari. Una colpa che li porterà a diventare un problema che i figli cercheranno di scaricarsi tra loro, smentendo così anche il più puro amore tra quelli possibili: quello tra genitori e figli.
Al netto della sua potenza caricaturale e satirica, Parenti serpenti è in realtà un film complicato e, proprio per questo, non è per niente scontato che venga compreso ed accettato dal pubblico.
In quest’opera di spicco dell’ultima produzione “Monicelliana”, viene sfruttato tutto il repertorio consueto della commedia italiana (le caricature, il dialettalismo, le pesanti annotazioni sessuali, etc.) non per rendere più lieve il dramma, ma per aggravarlo di una violenza grottesca che solo recentemente ed in rarissime occasioni si è riaffacciata nel nostro cinema.
Nel finale, senza spoilerare troppo per chi non avesse ancora beneficiato della bellezza di questa pellicola, ogni cosa viene stravolta e la famiglia palesa la sua ferocia più viva, provocando nello spettatore un senso di disorientamento e, di conseguenza, la necessità di interrogarsi per riuscire a capire e (perché no?) osservare nel suo piccolo alla ricerca di quei “parenti serpenti” persino tra i presenti alla tavola della propria cena di Natale. Un’opera tutt’altro che minore, capace di farci rendere conto che, forse, i personaggi di questo racconto (che ci piaccia, oppure no) non sono poi tanto diversi da quelli che ci circondano nella vita di tutti i giorni.
La genialità e la forza di Monicelli sta tutta lì. In quel suo modo di schiaffeggiare il pubblico, per svegliarlo dal torpore della finzione scenica e costringerlo a ritrovarsi seduto a quel tavolo. L’ennesima grande lezione di cinema (e di vita) di un vero e proprio maestro della Settima Arte che ha saputo largamente dimostrare di saper padroneggiare, con la stessa efficacia, atmosfere e generi completamente diversi.
Si ride, ma lo si fa a denti stretti, mentre ci si interroga su quanto siamo davvero vicini alle persone che crediamo più care. Le luci ed i colori del Natale lasciano in breve tempo spazio all’aridità e al disagio che albergano nell’animo dei protagonisti. Parenti Serpenti è il vero film di Natale, perché ricalca alla perfezione ogni manierismo e ogni stortura delle famiglie italiane. I suoi personaggi sono scritti e interpretati in modo da essere perfettamente credibili, anche nel loro essere fuori dalle righe.
Un ritratto spietato ed impietoso dei rapporti umani più stretti. Un film coraggioso che rivela una verità scomoda: spesso la famiglia non è la soluzione a tutti i mali, ma il luogo in cui emergono e, spesso, vengono esasperati. Ma la pellicola non è solo un ferocissimo attacco ai valori della famiglia piccolo borghese, ma si configura anche come una critica a quella vita di provincia così ristretta e picchiapetto da non consentire svaghi maggiori dei pettegolezzi.
Tutti i suoi personaggi aderiscono a quella terribile mancanza di empatia e fiducia nella quale la società italiana (e non solo) sembra essere sprofondata. La stessa a cui nemmeno lo stesso regista troverà scampo, scegliendo nel 2010, ormai novantacinquenne, di togliersi la vita in un ultimo e definitivo atto di ribellione.
Alessandrocon2esse
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