
Durante il nostro viaggio, tra un non è mai troppo tardi e gli anni passano troppo in fretta, è molto raro incontrare una persona con la nostra stessa musica emotiva. E anche quanto questo accade, paradossalmente, non è sempre detto che si trasformi in un’unione e questo per quello strano e contorto meccanismo che a volte sovrappone il destino con il masochismo.
Finn è un giovane ragazzo che vive in un paese sul mare in Florida con la zia Maggie (Kim Dickens) e il compagno Joe (Chris Cooper). Dopo una breve esperienza nella quale incontra e aiuta Arthur Lustig (Robert De Niro), pregiudicato appena evaso di prigione, inizia a frequentare la villa Paradiso Perduto di Ms. Nora Dinsmoor (Anne Bancroft), la donna più ricca della zona parzialmente impazzita dopo essere stata lasciata dal suo uomo sull’altare, abitata anche dalla coetanea di Finn, nipote della miliardaria, Estrella. Tale frequentazione durerà per anni alimentando sia il dono naturale del ragazzo di dipingere benissimo che la sintonia innata, nonostante alcune diversità, fra i due ragazzi, almeno sino all’improvvisa partenza di lei.
Charles Dickens in ogni suo racconto, senza per questo perdere mai di vista la realtà, ha sempre cercato di trasmettere quanto sia importante per una persona non smettere mai di sognare per dare un senso compiuto e speranzoso al proprio futuro. Grandi Speranze, ovviamente, non esce da questa onirica e magica convinzione dello scrittore e anzi ne è probabilmente il più alto emblema.
Di questo ne deve essere convinto anche Alfonso Cuarón che, con alcune libertà narrative, ci ha basato il suo terzo film riuscendo a combinare la sua grande maestria estetica (che evidentemente esploderà definitivamente nei film successivi) alla potenza emotiva del racconto. Paradiso Perduto, questo il titolo scelto, infatti, disegna perfettamente quel limbo soffocante tra scelte e sogni con un senso delle priorità inversamente proporzionale ai reali desideri. Tutti i protagonisti vivono in una sorta di vorrei ma non posso appunto asfissiante e questo a prescindere dalle personali inclinazioni che ogni volta risultano incomplete e malamente indirizzate. Al centro di questo giardino potenziale e incolto (la metafora fra materiale e sentimentale è straordinaria) ci sono proprio Finn e Estrella e il loro continuo inseguirsi alla ricerca di una terra dimensionale comune nella quale ritrovarsi. Il dislivello sociale, insieme alle convinzioni inculcate alla ragazza quale redenzione di una colpa non sua, diventano a tratti insormontabili e questo nonostante la perenne sensazione di inutilità che queste rappresentano. Il sapore delle loro labbra ogni volta sembra, infatti, oscurare qualsiasi cosa con un trasferimento dell’anima che ferma tempo, coincidenze e propositi. Ma poi l’ombra torna a fare il suo sporco lavoro allontanando quello che invece sembra essere inevitabile e immortale. Il guscio di lei assomiglia a una brutta maschera per e contro il mondo unita a una sensualità universale, tutti la vedono, e una delicatezza particolare, quella è di diritto solo di Finn, quasi sospesa. E proprio questo diritto sembra sempre essere la corretta pagina successiva di una novella ingiusta e che mostra come successo e realizzazione, intesa come carezza al proprio io intimo, siano due facce che a volte non combaciano frastagliate da un destino causato e accaduto. Poi però a volte le cose, nel silenzio, ritornano o meglio, diventano come devono essere con una possibilità futura che improvvisamente (la frase di Finn “Mi conosci” vibra meravigliosamente nell’aria) cancella passato ed errori per esprimersi in tutta la sua potenza e bellezza.
Accanto a questo, o forse per questo, un messaggio di gratitudine, quello di Lusting a Finn, che vuole rappresentare come l’attitudine a fare qualcosa di spontaneo per qualcun altro sia il modo migliore per ricevere del bene. Il premio cosi combacia con l’attenzione, di quell’attitudine a vedere le persone, a prescindere dal rango, e non semplicemente a guardarle distrattamente giudicandole con superficialità.
I due attori protagonisti, per quello che devono rappresentare, sono meravigliosi. Gwyneth Paltrow trasmette tutta la sua sensualità, come detto, con una delicatezza a tratti disarmante, esaltando la differenza tra l’essere e l’apparire, vero cuore del suo personaggio. Ethan Hawke, questi sono indubbiamente i suoi anni, riesce a reinventarsi a seconda del periodo storico del suo personaggio in maniere splendida. Lo switch tra il Finn poco più che adolescente e quello adulto è entusiasmante e perfettamente percepibile.
Alfonso Cuarón alterna primi piani intesi a piani sequenza a volte nervosi (quello di Finn sotto la pioggia esteticamente vale mezzo film) dando una forza e un’intensità enorme alla pellicola. Ogni momento, anche grazie alla fotografia dell’immenso Emmanuel Lubezki, viene esaltato per quello che è unendo perfettamente il suo spessore nel contesto emotivo del messaggio che si voleva mandare. Amore e rabbia, sentimenti coincidenti per tutta la durata del film, si inseguono e si avvinghiano mostrando ancora una volta come la visceralità delle emozioni sia in certi casi assoluta e inevitabile. Di come esistano alcuni cordoni ombelicali che seppur tagliati si ricreano poco dopo con una forza addirittura superiore. Un flusso infinito e circolare a cui non si può dare limitazione né nelle possibilità né nelle prospettive che torneranno sempre a invadere sogni e speranze. Almeno fino a quando, anche in mezzo alla devastazione, si possa finalmente prendere la mano dell’altro e guardare senza pensieri oscuri o nascosti dall’altra parte del mare.
Jonhdoe1978
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