
Appena giunto a “Sagliena”, piccolo paese (immaginario) in cui è stato trasferito, il maresciallo dei carabinieri Antonio Carotenuto fa la conoscenza di Maria De Ritis, detta “La Bersagliera”, una giovane, bella ed umile ragazza che ha dovuto imparare in fretta a doversi difendere da numerosi e troppo audaci ammiratori.
Un meraviglioso gioco a due tra Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida, al centro di un amabile carosello diretto dall’allora trentasettenne Luigi Comencini. È probabilmente tutto ciò che ancora oggi costituisce lo spirito ed il corpo di Pane, amore e fantasia, pellicola del 1953 che ha superato senza sforzi l’esame del tempo come poche altre al mondo hanno saputo fare.
Ma la commedia di Comencini, sempre abile nel maneggiare il materiale umano e delicato nel gestire le storie, oltre a vincere la sua personale battaglia contro l’inesorabile scorrere degli anni, ha anche segnato la storia del costume e del cinema nostrano inaugurando, su larga scala, quello che successivamente verrà etichettato come “Neorealismo Rosa” e riceverà la sua consacrazione con altri titoli successivi, come La nonna Sabella e Poveri ma belli di Dino Risi, Mogli e buoi di Leonardo De Mitri e Carmela è una bambola di Gianni Puccini.
Con il suo tono episodico e brillante e le sue vezzose scaramucce, Pane, amore e fantasia ottenne da subito un riscontro di pubblico vastissimo, oltrepassando in disinvoltura anche confini ed oceani e ricevendo, tra gli altri, apprezzamenti da parte di Dwight D. Eisenhower, Juan Domingo Perón e la fresca insignita al trono del Regno Unito, la regina Elisabetta II…ciliegine sulla torta dell’applausometro che spensero sul nascere le quanto mai infondate accuse, sollevate da una piccola parte della critica, contro il regista di Salò, accusato di tradimento nei confronti dell’originale essenza del Neorealismo, per rincorrere un facile successo.
L’accusa a Comencini di aver trasformato un genere di battaglia civile e di denuncia in una sorta di pot-pourri passatempo, saldandone i canoni con i ritmi e le situazioni da commedia rosa, è voler dare necessariamente fiato alle trombe sebbene non si riconosca nemmeno da che lato sta il bocchino da quale la campana.
Comencini utilizza sì le tecniche ed il taglio descrittivo tipici del Neorealismo, ma lo fa per raccontare una storia che, seppur spensierata, è basata sulla contrapposizione tra la mentalità aperta e libertina del suo protagonista maschile e quella assai più arretrata e moralista, ma vivace e curiosa, del paesino dove viene trasferito, mostrando in un meraviglioso amarcord uno spaccato sociale di un’Italia che non esite più.
Con una struttura al limite della favola, con mano ferma ed allo stesso tempo piacevole e vivace, Comencini imposta una riproposizione caricaturale, ma ingegnosamente fedele al di là delle forzature di una scrittura volutamente dialettale e popolare, di alcune affidabili facce della società del tempo. Scenografia, colonna sonora, montaggio e montaggio sonoro si fondono per impreziosire il quadro boschivo-campagnolo nel quale il paesello di Sagliena si erge come una realtà in apparenza a sé stante, ma che poi si scoprirà comunicare con l’universo limitrofo in una fusione narrativa, con un regolare baratto tra personaggi e natura circostante.
Un paesello a cui, verso l’epilogo, viene destata quella coscienza che fino a poco prima del “terremoto” non era poi così consapevole: dopo la scossa qualcosa è sicuramente cambiato, ma dimenticare quello che si è stati è impossibile e, se anche l’unica soluzione per poter cambiare davvero vita sembra essere quella di allontanarsi dal piccolo luogo dove si è nati e cresciuti, dall’altra parte ci si chiede che senso abbia cambiare…andare via, quando si può vivere felici ovunque, con la persona che ami, tra piccole cose e piccoli gesti.
Il pubblico non ha certo amato Pane, amore e fantasia per la bonaria critica di Comencini ai modi propriamente pettegoli, bigotti ed ignoranti delle piccole frazioni dello stivale, o per l’accettazione della sola “Fantasia” con cui si può imbottire il proprio panino data la povertà. Il pubblico si è riconosciuto nel piccolo cosmo di dialetti che parte da Nord ed arriva fino al Sud, operato attraverso l’arma dei carabinieri e si sono appassionati ai battibecchi amorosi tra la Bersagliera della Lollobrigida ed il timido carabiniere veneto Pietro Stelluti, interpretato da Roberto Risso.
Nella commedia di Comencini non manca nulla: ci sono i divi, c’è la comica, c’è l’accenno ai cambiamenti industriali del paese e c’è, soprattutto, l’esaltazione dei valori rassicuranti dell’epoca, come l’arma dei carabinieri e la chiesa. La provincia, sebbene povera, si trasforma nell’esempio di un’Italia che si rimette in moto e che funziona. Povertà ed ottimismo, dopo la devastazione del dopoguerra, convogliano come dati concreti e ben delineati intorno ai protagonisti del film, in un processo che somiglia ad una restaurazione dei valori passati e che, necessariamente, diventa sia specchio che il modello dello stivale che si avvia dritto verso il “Boom” economico degli anni ’60.
L’intero cast di caratteristi rappresenta una pietra miliare che raramente, anche durante quei floridi tempi, il cinema italiano sarebbe stato capace a mettere insieme con una tale abilità. Oltre al già citato De Sica, inarrivabile nel ruolo del seduttore avanti con l’età e all’epoca già attore e regista affermato e la splendida e sensualissima Lollobrigida che grazie a questo ruolo vide la sua carriera lanciata nell’empireo delle star a livello mondiale, l’opera di Comencini può fare affidamento su numerosi altri bravissimi interpreti: Marisa Merlini è Anna Mirziano, detta “Annarella”, un’ostetrica che si dedica anima e corpo al suo mestiere trascurando l’amore; Tina Pica è Caramella, domestica chiacchierona ed a tratti un po’ insolente, ma sempre fedele ai doveri che la buona educazione le impone, Virgilio Riento è il parroco Don Emidio, una sorta del Don Camillo di Fernandel, ma più pacato e meno manesco; Memmo Carotenuto è il carabiniere Sirio Baiocchi, contrappunto aizzatore e temerario del sopracitato Risso; Maria Pia Casilio è Paoletta, nipote del parroco arguta e furbetta. Menzione speciale per il giovanissimo Gigi Reder nella parte dello strampalato Ricuccio, ben 22 anni prima di diventare celebre con il personaggio del ragionier Filini nella saga di Fantozzi.
Maggior incasso ai botteghini della stagione 1953-54, un Orso d’Argento conquistato dalla Lollobrigida al Festival di Berlino ed una nomination nella categoria Miglior Soggetto agli Oscar, Pane, amore e fantasia può tranquillamente essere definito un piccolo capolavoro. Le avventure del maresciallo Carotenuto produssero ben tre sequel: Pane, amore e gelosia sempre di Comencini, Pane, amore e… di Dino Risi e Pane, amore e Andalusia, co-produzione italo-spagnola diretta da Javier Setó sotto la supervisione dello stesso De Sica.
Pane, amore e fantasia è uno di quei classici del nostro cinema (quello bello) che Comencini, con estrema bravura ed innata esperienza, ha saputo trasformare da fiacca e debole trama in un classico senza tempo.
Alessandrocon2esse
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