
Nel momento in cui la nostra vita, o quella dei nostri cari, viene in qualche modo minacciata, tutti gli equilibri comportamentali a cui siamo abituati subiscono una pesante variazione, con una linea morale che supera i limiti sociali universalmente conosciuti ed accettati. In quei momenti, infatti, la nostra mente ripiega sull’autoconservazione e tutto quello che prima era considerato impensabile e lontanissimo diventa possibile e, in certi estremi casi, addirittura necessario.
Marty Byrde (Jason Bateman) è un famoso commercialista di Chicago con una moglie, Wendy (Laura Linney) e due figli, Charlotte (Sofia Hublitz) e Jonah (Skylar Gaertner). Da circa otto anni, insieme al suo socio Bruce Liddell, ricicla denaro per un cartello messicano di droga. Di questa attività, però, non sa che il suo stesso socio, durante le operazioni di trasporto, ha nel tempo sottratto impropriamente per se una somma che si aggira intorno agli otto milioni di dollari, derubando di fatto i loro “datori” di lavoro. Mangiata la foglia, il cartello una notte, nelle veci di Camino Del Río, si presenta in città chiedendo, in modo intimidatorio, lumi di tali ammanchi ai due finanziari con il risultato, vista l’ammissione, dell’uccisione di Bruce, della sua compagna e due degli autotrasportatori della società appaltatrice. Marty, invece, ignaro di tutta la situazione, riesce a salvare la vita con la promessa di riuscire a riciclare in pochissimo tempo tutti e 8 i milioni sottratti. Per farlo, decide di trasferirsi con tutta la famiglia sul lago Ozark, una specie di paradiso, almeno nelle dicerie, per certi tipi di movimenti.
A margine del lancio della quarta e ultima stagione di Ozark, Jason Bateman si è detto assolutamente felice per l’essere riuscita la serie a giungere a un finale soddisfacente e che in qualche modo chiudesse il cerchio di un percorso. La sua paura era, infatti, che tale show fosse tagliato molto prima, lasciando in sospeso il lavoro pensato e programmato. Questa considerazione del famoso attore/regista, considerando la sua valenza in questo mondo, conferma l’ormai pessima abitudine, per colpa maggiormente delle piattaforme streaming, da parte di autori e produttori di non programmare, se non in rari casi, progetti a lungo termine, navigando spesso a vista e ascolti alla mano.
Dopo questa forse stopposa considerazione, che comunque, è più forte di me, mi fa sempre storcere il naso, non si può non iniziare a parlare di Ozark senza premettere che essa rappresenta un unicum incredibile nel panorama seriale. Una trama del genere, nei suoi aspetti principali, infatti, cosi come narrata, e al di la poi dei buchi e delle forzature o meglio, esagerazioni susseguenti, non c’era mai stata. Le prime puntate sono un susseguirsi di eventi sconosciuti e per certi versi impronosticabili (molto spesso soprattutto negli incipit si comprende subito la linea generale possibile della trama), con uno schema azione/conseguenza/reazione assolutamente inconsueto. Tale differente approccio, che è giusto specificare può piacere o no per essere più ancorato alla fredda logica meccanica più che a una morale conseguenziale, ha consentito, a mio avviso, alla serie di ottenere una sorta di “periodo di prova” più lungo rispetto al solito, con una possibilità, quindi, di avere qualche puntata in più per entrare nella testa e nel cuore della gente. La capacità di sfruttare questo tempo superiore insieme al riuscire a mantenere tale logica anticonvenzionale in ogni scelta narrativa sono state, a mio avviso, la reale fortuna di tutta la serie.
La logica di sopravvivenza, comunque costante dall’inizio alla fine nelle gesta di tutti i protagonisti, cartello compreso, con il passare delle puntate si è unita a un’analisi sociale sull’opportunità e sulla possibilità per una famiglia, inteso come gruppo di persone assimilabile a una qualche parentela, di sdoganarsi dalle proprie radici. L’evoluzione delle moralità e delle gesta dei Byrde, che comunque rappresentano l’innesco dell’effetto domino, si è cosi intersecata, in uno strano gioco tra dare e avere, con quella dei Langmore e dei Snell (successivamente anche con i Navarro) marcando come l’estrazione sociale di origine di una famiglia, o comunque di un individuo, sia contemporaneamente il proprio limite e la propria forza. Il passato, inteso come quel momento che ci ha costruito, infatti, in qualche modo ci insegue sempre riuscendo, e qui sta forse la bellezza, a darci la forza di reagire o la capacità di reinventarsi.
L’altro grande tema affrontato da Ozark, che poi è diretta conseguenza del concetto di sopravvivenza, è mostrare quale sia il limite delle azioni che una persona può avere come reazione a un qualche avvenimento. Tralasciando la motivazione, che nel caso specifico spazia dalla vendetta all’avidità e dalla necessità alla pura follia, il messaggio che la serie manda è che semplicemente non esiste un limite, cosi come non esiste nessun uomo che davanti a qualcosa di prevaricante non riveda i propri principi. Ozark in qualche modo vuole rappresentare la parte oscura della personalità umana, razionalizzandola però negli eventi, nell’indole e nelle circostanze. La cosa però, assolutamente apprezzabile di questa produzione è che ci porta a questa indubbia verità, siamo più bui di quello che vogliamo ammettere, con calma e dando a ogni personaggio sostanzialmente una motivazione diversa per sporcarsi, coprendo cosi il ventaglio delle possibilità.
Ogni personaggio, principali e non, e questo è un altro elemento di merito di Ozark, ha una personalità decisa e riconoscibile. Il merito, a mio avviso, va ricercato oltre che da uno script concreto ed estremamente chiaro, dalla più che azzeccata scelta degli interpreti. Se si escludono Sofia Hublitz e Skylar Gaertner, Charlotte e Jonah per intenderci, tutti gli altri sono artefici di una prova impeccabile sia come impatto che come continuità di modello. Una menzione voglio però dedicarla, senza sminuire l’incredibile prova di Julia Garner, Laura Linney (se Wendy diventa l’icona del fastidio il merito è suo) e Jason Bateman, a Tom Pelphrey. Il suo Ben è emotivamente, per quello che vuole rappresentare, potentissimo e questo per quella sensazione di tenerezza e inevitabilità che si porta dietro per molte puntate.
A differenza di quello che si potrebbe pensare ho fatto fatica ad innamorarmi di Ozark. Il piacere di vederlo e di sapere come sarebbe evoluto è nato con lentezza e per come la vedo io, anche con sorpresa. Di solito infatti, tendo a trovare subito elementi che mi “costringono” ad andare avanti nella visione (anche se sono il tipo che difficilmente molla qualcosa che ha cominciato) e quando non ne percepisco molto difficilmente li trovo per strada. Qui invece, è successo proprio questo e non saprei neanche dire con precisione quando, mi sono ritrovato a ripercorrere mentalmente certi momenti immaginando e volendo sapere l’evoluzione della storia d’improvviso. E’ come se il mio subconscio abbia assimilato e preso appunti per un pò per poi, senza avvertire, dare il suo inequivocabile giudizio. Che a conti fatti non può che essere elevatissimo e questo per la capacità di tale serie di sorprendere, se non in ogni occasione, in molti passaggi, stando ben attento, e questo era per me fondamentale, di non superare di troppo la linea del possibile. La fine in qualche modo, segue questo principio, con un tutti colpevoli, tutto è ancora possibile e la mela non si allontana mai troppo dall’albero, quale foto di una storia che nei concetti non è cosi lontana, come si potrebbe pensare, da ognuno di noi.
Jonhdoe1978
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