
A prescindere dall’ambito e dalla personale morale, tutti abbiamo bisogno di qualcuno che in certi momenti della vita ci sostenga e ci sproni a fare a qualcosa. Questa attenzione, che può essere anche a sola soddisfazione del proprio ego, a volte può essere l’ago della bilancia di una scelta, di tirare fuori dal nostro cassetto, visibile e invisibile, un progetto o un’idea.
E’ il giorno dell’eclissi di sole e tutti, compresa Diana (Ilenia Pastorelli), sono intenti ad alzare gli occhi per ammirare questo fenomeno.
La sera stessa vicino ad un hotel, dal quale usciva dopo essere stata con un cliente, una prostituta viene aggredita e uccisa. Sopraggiunta la polizia si viene a sapere che è la terza vittima di quello che ormai si può definire un vero e proprio serial killer.
Anche se non lo ha mai manifestato apertamente, era ormai opinione comune che il Maestro con Dracula 3D avesse chiuso la sua straordinaria carriera. Il ritrovamento da parte della figlia Asia Argento, mentre cercava materiale per la sua personale biografia, di un suo vecchio copione, scritto insieme a Franco Ferrini, stravolse questa condizione stimolando il regista, anche per l’insistenza della stessa figlia, a completare quell’idea e portarla sul grande schermo. Il risultato è appunto Occhiali Neri, film presentato all’ultimo Festival di Berlino e che, è giusto dirlo da subito, ha molte più ombre che luci.
Una delle più grandi caratteristiche di Dario Argento è sempre stata quella di costruire in ogni sua opera una trama variegata che si legasse piano piano a un finale al tempo stesso coerente e sorprendente. Proprio questa combinazione, ai più impossibile da raggiungere, insieme a un senso visivo sempre alternativo e visionario, ha permesso al regista romano di diventare un’icona nazionale e non del genere. Un punto di riferimento da studiare e da capire e per certi versi emulare. Ecco a Occhiali Neri manca il primo di questi elementi. La trama vittima/colpevole, nonostante il chiaro tentativo di non renderla l’unica ma accostarla alla metamorfosi emotiva della protagonista, è troppo lineare e priva di qualsiasi spunto di sorpresa. Il cattivo è esattamente il primo che sembra tale, con una motivazione, peraltro, che, se non con la follia, non viene minimamente spiegata. E’ pur vero che in certi casi la non sorpresa diventa la sorpresa stessa ma per raggiungere tale scopo è necessario condirla di qualche elemento alternativo che abbia la capacità di scollegare lo spettatore dalla semplice percezione di quello che vede. Cosa invece sufficientemente riuscita nella parte strettamente visiva che più che vintage definirei un vero e proprio marchio di fabbrica del regista. Il sangue che sgorga più del necessario, esaltato dai colori bui della notte (quale appendice dell’eclissi iniziale), l’agonia prolungata e il terrore negli occhi di vittime e carnefici nelle sue mani hanno sempre funzionano e funzionano anche in questo caso.
Come accennato accanto alla parte strettamente omicida, c’è ne un’altra più emotiva che tira fuori anche il lato romantico, e stavolta a lieto fine, del regista. Il problema è che se per certi versi il rapporto Diana/Rita funziona lo stesso non si può dire per quello Diana/Chin, che alla lunga si perde, nonostante a conti fatti, essenziale per giungere a quel livello di solitudine (la frase detta dalla donna al cane Nerea sei l’unica amica che mi è rimasta nè è l’esaltazione), in contrasto e a coronamento della vita tanto mondana quando superficiale che conduceva, a cui il film indubbiamente mirava.
Come tutto il film anche la prova interpretativa è altalenante. Ilenia Pastorelli in particolare passa da convincente a forzata (alcune volte la rappresentazione della sua cecità è evidentemente esagerata) in continuazione, dando l’impressione di uscire ed entrare nel personaggio a intermittenza e senza soluzione di continuità. Più costante Asia Argento anche se la sensazione pressante è che il suo personaggio avrebbe dovuto essere più approfondito.
Sono sicuro che se Dario Argento avesse girato questo film nel momento in cui l’ha scritto alcune cose le avrebbe cambiate, o meglio, arricchite. La superficialità sul villain sicuramente non ci sarebbe stata cosi come altre libertà narrative fuori contesto o lasciate troppo al caso. La capacità di mostrare il buio è ancora viva ma non l’intensità che nell’arco della visione si smarrisce con troppa facilità. In film come questo le strade, oltre a quella figurativa, infatti, sono sostanzialmente due: o miri alla sorpresa (ovviamente con criterio) o mantieni all’interno del racconto, anche se estremamente consequenziale, una tensione costante o crescente. In mancanza il risultato è evidentemente zoppo e fuori da quella capacità di avvolgerti completamente per farti sentire la storia sulla e dentro la pelle.
Sinceramente non so se questo sia l’ultimo film del Maestro e sinceramente non credo sia molto importante. Il suo lascito va molto oltre un singolo film (non riuscito) e riguarda un determinato modo di raccontare e far vivere un genere difficile e spesso dalle poche idee originali.
Jonhdoe1978
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