
La specificità di ogni persona sta nel differente modo di affrontare le cose. Lo stesso identico evento, infatti, viene vissuto e crea reazioni spesso diametralmente opposte, che poi altro non sono che lo specchio della nostra personalissima sensibilità. Proprio quest’ultima, intesa come combinazione pura tra provato e pensato, è la vera cartina di tornasole del nostro animo, quell’istintiva e incontrollabile maga (o strega) che indirizza ogni passo della nostra vita.
Charlie (Logan Lerman) cerca di esorcizzare l’ansia per l’avvicinarsi del primo giorno di liceo scrivendo, sua grande passione, una lettera al suo migliore amico. Gli confessa le sue paure e di come spera che questi anni passino in fretta e senza troppe conseguenze.
Il giorno arriva e come da sua abitudine il ragazzo non parla con nessuno trovando come unico interlocutore il professor Anderson (Paul Rudd), insegnante di letteratura, con il quale da subito trova un’affinità importante. Durante una lezione di arte, però, incontra l’istrionico Patrick (Ezra Miller) che sembra fregarsene di essere lui dell’ultimo anno e Charlie del primo concedendogli subito confidenza. I due si rincontrano alla festa di inizio anno momento nel quale il giovane ragazzo conosce anche Sam (Emma Watson), anch’ella all’ultimo anno e sorellastra dello stesso Patrick. Dopo pochi dialoghi i due fratelli lo invitano allo personale festa che hanno organizzato inserendolo di fatto nella loro cerchia di amici e aprendogli prospettive per lui completamente nuove.
Il vento nei capelli, la strada che sembra non avere fine e la notte che altro non aspetta che cullarti nell’infinito e nell’immortalità. In quegli attimi, che tutti abbiamo vissuto, la vita scorre in senso inverso cancellando o meglio sovrapponendo, qualsiasi impedimento e regalandoti una sensazione di poter fare che continua a scorrerti per giorni. Gli occhi si riempiono di possibilità e tutto il superfluo si squaglia nel presente e nel futuro, con i ricordi che diventano improvvisamente il cibo dell’ambizione, della speranza e soprattutto dell’amore incontrollabile.
Queste le sensazioni che ho provato negli ultimi minuti di Noi Siamo Infinito quale sunto personale tra quello che è stato, quello che sarà e soprattutto quello che è rimasto. La sovrapposizione tra storia e vissuto personale, accentuata dalla crescete Heroes di David Bowie e dalla voce fuori campo di Charlie, ha trovato in quella sequenza la sua perfetta simbiosi creando per qualche secondo uno spazio inconscio intermedio nel quale le sicurezze e l’incoscienza hanno ritrovato il loro punto comune e dove la magia ha rimesso a lucido la sua casa.
Stephen Chbosky ha scritto e diretto un film potente che è riuscito a combinare la narrazione delle difficoltà dell’adolescenza, momento in cui la personalità vacilla alla ricerca della sua giusta dimensione, con l’idea generale e senza età che certe situazioni ed emozioni hanno. Se da una parte infatti, ed è poi il cuore spirituale del film, abbiamo la foto degli anni del liceo tra dubbi, speranze, scoperte e possibilità, dall’altra c’è quella sovrapposizione emotiva tra amore, amicizia e difficoltà che non possono avere una definizione temporale specifica seppur ovviamente con una protezione agli eventi, dovuto dall’esperienza, differente. Le prime esperienze, ripetizione necessaria, infatti, ci trovano spesso scoperti e con una capacità di giudizio altalenante e spesso figlia del momento e dell’irruenza. Proprio quest’ultima, insieme a quella sensazione, e da qui il titolo, che tutto sia possibile è la vera chiave delle diversità, di quella scala sociale spesso netta (quanto spesso i ragazzi vengono divisi in nerd o bulli?) che si crea in quegli anni quasi si avesse la necessità, e poi è cosi, di sentirsi subito parte di qualcosa. Tale bisogno viscerale lo troviamo nelle azioni del protagonista che al di la del suo essere introverso proprio in quella compagnia trova la forza, al di la dei suoi limiti, di esporsi e cominciare a “provare” la vita. E come spesso accade il fulcro per capirsi e trovarsi, oltre le fratture che come detto nella premessa si rinsaldano a seconda del proprio grado di sensibilità, è l’amore. Il sentimento tra Charlie e Sam, che alla fine travalica la distanza e la differenza di età, diventa il grimaldello delle paure, di quel porto sicuro in cui indirizzare la nave per avere la certezza di trovare un qualche conforto. In questi casi, e la sensazione di non comune è comunque evidente, il tempo si stritola su se stesso per poi all’allargarsi a ogni possibilità diventando appunto, infinito.
Altro tema principale è la sessualità e la sua centralità per la definizione di se stessi. Ecco questo tema, seppur ovviamente adattato all’età (i primi istinti sono per definizione diversi) è uno di quei temi che però a mio avviso è universale e non collocabile a seconda dell’età. E questo perché l’approccio che si ha è estremamente personale e segue le complicanze o la naturalezza non solo del momento ma proprio dell’ascendente motivazionale storico che uno ha, al di la poi se si parli di pochi anni o decenni.
Voglio concludere questa riflessione a voce alta in maniera circolare, come d’altronde è la vita, mettendo per intero le parole di quegli ultimi istanti di cui dicevo all’inizio:
“Perchè io so che ci sono persone che dicono che queste cose non esistono, e che ci sono persone che quando compiono diciassette anni dimenticano com’è averne sedici; so che un giorno queste diventeranno delle storie e le immagini diventeranno vecchie fotografie, e noi diventeremo il padre o la madre di qualcuno, ma qui, adesso, questi momenti non sono storie, questo sta succedendo, io sono qui, e sto guardando lei… ed è bellissima. Ora lo vedo: il momento in cui sai di non essere una storia triste, sei vivo, e ti alzi in piedi, e vedi la luce dei palazzi, e tutto quello che ti fa stare a bocca aperta. E senti quella canzone, su quella strada, insieme alle persone a cui vuoi più bene al mondo, e in questo momento, te lo giuro, noi siamo infinito!”
E devo dire che solo a rileggerle, con la musica nella testa che sale inevitabilmente, la terra sotto i piedi perde stabilità e l’infinito ricompare con nitidezza e questo al di la di quel numeretto anagrafico che abbiamo stampato sulla carta d’identità.
Jonhdoe1978
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