
Dopo 1917, candidato in maniera a mio avviso scellerata a 10 premi Oscar, mi sono chiesto se i film di guerra, in particolare quelli riferiti alla prima e seconda guerra mondiale, nonostante l’infinità delle storie che da esse possono e potrebbero derivare, non necessitassero di un periodo riposo. La sensazione comune, mia compresa, è che ormai tanto (non tutto) si fosse raccontato e che l’anima non riesca ad essere più rapita come dovrebbe. Poi all’improvviso vedo Niente di nuovo sul fronte occidentale e capisco che non era tanto il tema il problema, ma il modo.
I diciassettenni Paul Bäumer (Felix Kammerer), Albert Kropp (Aaron Hilmer), Franz Müller (Moritz Klaus) e Ludwig Behm (Adrian Grünewald), convinti dalla bontà delle azioni di guerra della propria nazione e alla ricerca, tipica dell’età, del proprio posto del mondo, decidono con convinzione di arruolarsi. Ad attenderli però, sul fronte occidentale, ci sarà qualcosa di profondamente diverso da quello che credevano.
La prima cosa che mi è venuta in mente al termine del film, della storia, sceneggiatura e fotografia ci arriveremo dopo, è il polivalente significato del suo titolo. Le parole niente di nuovo sul fronte occidentale hanno, per me ovviamente, almeno tre diversi significati: il primo, il più imminente e logico, riguarda il fatto che in tutti quegli anni di guerra le linee amiche e nemiche si siano mosse veramente di pochi centinaia di metri, mostrando cosi una “stabilità” quasi surreale se si pensa a tutto il contorno; il secondo si riferisce alla conclusione della storia e di come la morte non sia altro che il suo normale e più ovvio epilogo; la terza, la comune in molte produzioni di questo genere, è di come alla fine vittime e carnefici vanno spesso oltre la maglia che indossano andato a essere più inquadrati nella loro personale e intima esaltazione del momento e del contesto.
Già il fatto che questo titolo sia riuscito a far emergere con chiarezza e intensità questi pensieri, considerando l’ovvia non originalità del tema, dimostrano come la solidità della struttura narrativa, che però viene a mio avviso maggiormente esaltata nel particolare, sia assolutamente buona.
L’incipit della storia è di quelli che rimangono e non tanto per la sua parte cruenta quanto per quella concettuale. La noncuranza generale, peraltro esaltata da li a poco dal discorso motivazionale e dall’illuminata ingenuità adolescenziale, è da subito spiazzante e soprattutto, anche a distanza di anni (la mente la trasla comunque al presente), pesantemente sconsolante. Quest’impatto, era facile da pensare, non resta per la tutta la durata del film ed ha un andamento ondulatorio figlio sia dagli evidenti ponti tra i diversi momenti che il film doveva prendere che dalla narrazione di eventi che comunque, qui torniamo all’inizio, conosciamo fin troppo bene. Tanto per essere chiari pensiamo alla lettera che Paul legge a Stanislaus ‘Kat’ Katczinsky (un ottimo Albrecht Schuch), quante ne abbiamo sentite di pari contenuto? Non è uno sminuire il contesto ma un fare i conti con la propria memoria cinematografica e con essa dello stimolo emotivo corrispondente.
Se la storia, come appena detto, da e toglie, costante e assolutamente entusiasmante è la fotografia. Tralasciando, per modo di dire, che ha vinto l’Oscar per questa categoria (oltre a miglior film straniero, scenografia e colonna sonora), quello che sorprende è la costanza di immersione che il gioco cinepresa/luci/altezza danno e questo anche al di la del contesto specifico. Alcune volte infatti, le sensazioni visive che si provano fanno quasi estraniare lo spettatore dal singolo frame per regalargli una sensazione che ha quasi il sapore di idea o sogno. Anche in questo caso trovo sia necessario fare un esempio: La landa desolata dove sempre Stan e Paul rubano uova e galline trasmette una sensazione di speranza, seppur essere a poche centinaia di metri dall’inferno, quasi paradisiaca e ben oltre quella che era la sua reale importanza/rappresentazione. L’impressione personale era quasi di un piccolo ponte tra morte e vita nel quale il tempo e lo spazio rallentavano dando corpo a una sfilza di ipotesi e di se. Se questo, come detto, andava forse oltre il reale significato cercato, di certo ha poi esaltato, nella seconda e ultima scena in quella valle, la rassegnazione derivante dalla sconfitta e da un destino incredibilmente cieco. Certo gli ultimi minuti sono pericolosamente spinti e “aggiustati”, ma alla fine riescono a trasmettere quel senso di ingiusto, inevitabile e soprattutto circolare a cui evidentemente miravano.
La percezione della prima guerra mondiale è molto diversa dalla seconda. L’odio per i tedeschi non è cosi dilagante e le motivazioni generali, parlo per le generazioni attuali, molto più sfuggenti rispetto a Hitler e al suo terzo reich. Questo ha portato, inevitabilmente, a non “sorridere” davanti a un dirigente tedesco che cercava l’armistizio a tutto i costi facendo rientrare il suo atteggiamento nel più generale “la guerra prima o poi si deve fermare”. Le parti, infatti, appaiono quasi equidistanti e la motivazione, ripeto la prima guerra mondiale è socialmente più distante, quasi inutile davanti alle conseguenze specifiche. Questo ha, a mio avviso, posto il film in una condizione più di favore, requisito indiscutibilmente indispensabile per assimilarlo e goderne. Non rinnego di certo la sensazione all’inizio prospettata di un genere comunque spremuto sino all’osso ma di certo Niente di nuovo sul fronte occidentale dimostra come questa idea non debba essere totalitaria e/o pregiudizievole. Va valutata di volta in volta, come i film o le serie sui zombie o le commedie in cui quando stai per affondare trovi l’anima gemella.
Detto questo e per concludere, la creatura di Edward Berger, sulla base dell’omonimo romanzo di Erich Maria Remarque, non ti strappa il cuore ma sicuramente ha la capacità di alterare nell’arco delle sue quasi due ore e mezza (ed era molto che un film di guerra lo facesse) le tue emozioni e questo per un film, come per qualsiasi altra cosa, è un elemento da non dover/poter trascurare.
Jonhdoe1978























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