
Ridley Scott non è certo nuovo a colossal e a progetti ambiziosi.
Tra grandi aspettative e battute ad effetto che spesso le alimentano, sono ormai diversi decenni che il regista britannico porta sul grande schermo un meccanismo narrativo e formale abilmente oliato, diventato fonte d’esempio per giovani colleghi che approcciano al genere.
Che si tratti di terreni ghiacciati e insidiosi, o di immense distese tagliate da pioggia e vento o bruciate dal sole cocente, quando si fa la storia con spade, cavalli, cannoni e baionette, Scott sa raccontarla con solennità e riguardo, attraverso immagini e movimenti di camera.
E da questo punto di vista nemmeno Napoleon, l’ultima fatica dell’ormai 85enne regista, fa eccezione. La magnificenza con cui restituisce le scene di battaglia è irrefutabile come al solito. Dove stupisce, invece, è nella scelta di non travalicare mai. La pellicola è un grigio biopic (ma nemmeno troppo “pic”, visto il noto disamore di Scott nei confronti dell’accuratezza storica) che evita di sfociare nel bizzarro o nell’eccessivamente caricato, ma così facendo evita di conseguenza anche quel coinvolgimento emotivo che un film come Il gladiatore (tanto per citarne uno), nonostante le mille imperfezioni e l’abbondante dose di inventiva, è riuscito a profondere in gran quantità.
Le scene che rapiscono per davvero sono esigue ed i salti mortali da una scena all’altra, amplificano la disarmonia del ritmo, inibendo a qualsiasi emozione di prendere piede e rimanere stabile. Il montaggio finale di 158’ (quello iniziale superava le 4 ore…è stato ridotto per non tramutare l’esperienza di visione in sala in un sequestro di persona), riconsegna una percezione di compartimenti stagni: ogni scena è una pagina che ha un inizio ed una fine, ad ogni cambio si procede verso la successiva pagina.
Il pubblico “Scottiano”, proprio in virtù di questa sostanziosa asciugatura del montaggio finale, ha sì ammesso di percepire la presenza di numerosi buchi di sceneggiatura, ma sostiene che sia tutta colpa dei tagli e del grosso lavoro di snellimento e non vede l’ora che diventi fruibile la già annunciata “Director’s Cut” del regista, per avvalorare la sua tesi. Un po’ ci spero anch’io a dirla tutta, ma anche considerando l’enormità e la complessità della figura storica di Napoleone Bonaparte, qui interpretato da Joaquin Phoenix, mi risulta comunque strano e sconcertante che in oltre due ore e mezza si faccia fatica a dire qualcosa dell’uomo e, soprattutto, del politico e stratega militare.
Questo, a mio parere, è dovuto ad un unico ed irrisolvibile problema di fondo: Napoleon è una pellicola scritta da un americano (David Scarpa) e girata da un inglese. Due professionisti…per carità, ma che per pleonastiche ragioni di “passaporto” sembrano schiettamente inabili a cogliere il punto, collocandosi sospettosi al fianco di Arthur Wellesley, il duca di Wellington interpretato da un perfetto Rupert Everett, mentre spera che le forze del maresciallo prussiano Gebhard von Blücher arrivino in tempo a Waterloo, per poter schiacciare l’odiato generale francese.
Non mancano le stoccate e l’ironia anglosassone su Bonaparte si sente tutta. Ci sono addirittura belle parole anche per noi, quando Scarpa fa dire a Napoleone “Ho già conquistato l’Italia…che si è arresa senza combattere.”, occultando la campagna di Montenotte, la battaglia di Lodi, l’assedio di Mantova, le battaglie di Caldiero, del Ponte di Arcole e di Rivoli e la marcia finale su Leoben.
La finalità è smitizzare Napoleone, da un punto di vista molto angloamericano, che vede nell’ex imperatore francese un avversario da sconfiggere. La volontà di Scott e Scarpa è quella di “ingabbiare” il personaggio in un limbo perpetuo, dove il narcisismo e la boria, congiuntamente al genio strategico in battaglia, guerreggiano con il sentimento d’amore che lo lega a Giuseppina di Beauharnais (Vanessa Kirby), la donna della sua vita che lo accompagnerà anche all’indomani della di lei morte.
Senza la mente acuta dello stratega, senza i discorsi alle truppe, senza lo charme del seduttore e senza i tripudi del popolo francese, risulta seriamente complesso capacitarsi di come Napoleone sia riuscito a dirigere la Francia e a terrorizzare l’Europa intera per più di quindici anni. Il risultato finale è quindi il ritratto di un uomo arrogante e vanesio, che adora le costolette e che scopa alla velocità di un coniglio e che, solo accidentalmente o per fortuna, riesce a conquistare la Francia e gran parte del continente europeo. In che modo? Secondo Scott non è necessario saperlo. Le stesse scene di battaglia sono raccontate registicamente con grande accortezza, ma narrate pessimamente da una sceneggiatura che sembra proprio rinnegare l’essenza del leader, o almeno a provare a farlo sembrare sì odioso, ma come minimo interessante.
Altra questione fortemente opinabile riguarda la scelta del cast. Considerando l’età di Phoenix (49 anni), verrebbe facilmente ipotizzabile che Napoleon si concentri sull’ultima fase della vita del condottiero, morto a 51 anni in quel 5 Maggio reso immortale dalla ode di Alessandro Manzoni. E invece il film di Scott ci mostra un giovane soldato ventenne che non riuscirà mai ad intendere il cuore della donna che adorerà per tutta la vita e che nei successivi tre decenni compie un’incredibile scalata al potere. Le espressioni e la postura spossate e dolenti di uno degli attori più apprezzati al mondo, appaiono più idonee a descrivere la stanchezza di un Napoleone sul viale del tramonto, piuttosto che l’insolente e magnetica energia di quello che guidò i francesi alla guerra col mondo intero.
La sua irrisolutezza travestita da prosopopea avrebbe senso se ci fosse, effettivamente, un ventenne sullo schermo. Un “uomo” che odora ancora di ragazzino, che decide di prendere in moglie una donna più grande di lui di sei anni, con già due figli ed un matrimonio alle spalle. E invece ci ritroviamo un Phoenix oltremodo imbronciato e che dimostra palesemente il doppio degli anni che dovrebbe avere. E lo stesso discorso è valido anche per la Kirby, che dovrebbe apparire come la moglie/madre che lo ispira e lo fa soffrire e che invece sembra sua figlia.
Nonostante sia un suo grande ammiratore, non posso che dover ammettere che Phoenix (non a causa sua) sia inadatto a questo ruolo e con poco da dire e dare al personaggio. Phoenix dona al Napoleone di Scott la sua naturale inquietudine, la medesima che porta meravigliosamente in tutti i suoi ruoli. Il problema è che non è un aspetto a cui generalmente associamo i grandi condottieri. Viceversa, il Napoleone di Phoenix appare costantemente stanco, fragile e debole. Un personaggio enigmatico e di sicuro impatto, ma che finisce purtroppo per essere dipinto come poco più di un tiranno che, malgrado le proprie debolezze, è riuscito in qualche modo a fare la storia.
Sono pronto a scommettere che la promessa versione estesa non riuscirà comunque a pareggiare la fallace realizzazione di un disegno che, nascosto dietro la sua malia da “Film Event”, risulterà soltanto un ulteriore passo in avanti della pedina della carriera di Scott, verso il suo disfacimento finale. Non ci dimentichiamo che si sta già lavorando a Il Gladiatore 2, con Paul Mescal al posto di Russell Crowe…roba che se potessi bestemmiare e non rischiare lo shadowban del sito, lo farei immediatamente.
Il Napoleon di Scott, così come il Napoleone di Manzoni finisce “Due volte nella polvere e due volte sull’altare”, intraprende due diversi cammini: uno tra sbalorditive riprese di guerra e l’altro lungo una storia d’amore da romanzo rosa Harmony. Due cammini che, come due rette parallele, si affiancano e si superano a vicenda, senza però mai incontrarsi.
Alessandrocon2esse
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