
Se già le recensioni di un film sono qualcosa di profondamente personale, le emozioni e/o considerazioni che un’opera visiva può scatenare sono intime e soggettive, ce ne sono alcune che, a causa del film in oggetto, diventano lo specchio solo della propria percezione emotiva non avendo un riscontro oggettivo, per trama o intenti del regista, sul quale aggrapparsi.
Mulholland Drive, nono e penultimo film di David Lynch, rientra di prepotenza in questa categoria rappresentando la quintessenza della soggettività.
Con gli anni le varie ipotesi sul suo significato si sono moltiplicate, raggiungendo a volte lidi che, è giusto dirlo, rasentano il cervellotico. Come suo costume il regista statunitense non ha dato nessuna spiegazione e/o intenzione (gli stessi attori non conoscevano il reale significato del racconto) rifugiandosi in un tutto e nulla: “Una storia d’amore nella città dei sogni”.
Personalmente credo che esso rappresenti l’arrivo ideologico di tutto il Lynch pensiero (non mi ha sorpreso infatti che al di la di un altro film la sua filmografia si sia fermata), inteso sia come forma di comunicazione che come estetismo narrativo. Partendo da questo punto di vista ritengo che il vero fulcro della storia sia nell’estrema relatività tra sogno e realtà e di come la nostra mente abbia molto spesso la necessità di armonizzare la verità con la fantasia. Questo processo, tecnicamente infinito, in questo film ha un punto preciso: il suicidio, in preda ai sensi di colpa, di Diane. Il fumo intorno che si crea è come se fosse l’attimo che si ferma, con la mente che riesce ad avere il tempo (qui il paradosso) di riscrivere tutto prima di sparire definitivamente. In pratica tutta la storia di Mulholland Drive risiede in un piccolo e insignificante, almeno razionalmente, millesimo di secondo nel quale si è contemporaneamente vivi e morti. Di questa possibilità d’altronde la scienza ne ha dato più di una dimostrazione (un caso esemplare è stato da me citato nella recensione di Dark 3 , altro prodotto sull’infinitesimalità del tempo), spiegando come vitalità e anima hanno un piccolissimo momento di passaggio, momento che almeno ipoteticamente può durare molto di più di quello che ovviamente si possa credere.
Se questo è il mio pensiero sulla genesi e sullo sviluppo del film, ci sono altri elementi meno interpretabili e che riguardano i lati oscuri di Hollywood e la superficialità che si può avere in alcune scelte. Sotto il primo punto di vista, tutta la costruzione dell’ipotetico film da fare, gira non sulle capacità ma sulle scelte di altri. E’ come se tutto fosse un’enorme compromesso dal quale per non affogare devi comunque sottostare. Anche l’amore, assolutamente trasversale nella narrazione, diventa un veicolo ambiguo ed estremamente crudele. La rappresentazione Betty/Rita, travolgente, passionale, intima e spontanea, nella realtà, Diane/Camilla, diventa sfilacciata, opportunista, povera e malata da entrambe le parti. Attenzione Linch non vuole dirci che la realtà sia per forza cosi, ma che in questa storia è cosi e che magari avrebbe potuto essere diversamente. Proprio la possibilità che ci siano universi paralleli è un’altra delle grandi convinzioni del regista, Twin Peaks si regge su quelli e questo ha portato a considerare che le due storie raccontate non siano altro che incastri cambiati in piccoli particolari, ma entrambi reali. Cito questa ipotesi perché per un attimo, soprattutto nelle visioni successive, mi è passata per la mente questa possibilità e per quanto ormai sia convinto dell’attimo vita/morte su citato, non trovo questa interpretazione cosi impossibile.
Questo è stato il film che ha lanciato definitivamente Naomi Watts e c’è da dire: ci mancherebbe. La sua interpretazione è “stellare”, ti trascina in tutte le sfaccettature del suo/suoi personaggio/i: indifesa, sensuale, debole, rancorosa e alla fine folle. Danza nelle diverse anime con una capacità e una leggerezza estasiante e soprattutto sorprendente. Nettamente sotto, ma giusta, almeno come contraltare fisico, Laura Harring. Doveva essere l’ago della passione e della carnalità e per molti momenti ci è riuscita.
Linch non è per tutti ed essendo Mulholland Drive la sua più intima essenza lo diventa anche il film. Personalmente ho sempre trovato il modo eccentrico, pieno di simbologia ed estremo di raccontare le sue storie al limite del geniale. E’ come se riuscisse a scoordinare il tempo mettendo continuamente davanti allo spettatore realtà/apparenza/possibilità senza per questo non riuscire a trasmettere un senso compiuto e appagante.
Mulholland Drive, dall’alto di una prima parte illuminata, è un film pieno, struggente, appassionante e soprattutto assolutamente possibilista. Ti mostra la parte più bella e passionale dell’innamoramento per poi catapultarti nella materialità dell’opportunità e del cinismo. E questo dando perennemente l’impressione di essere fuori da un tempo logico o preciso, come se tutto fosse nella mente dei personaggi e di riflesso nella nostra. La tenda, simbolo dimensionale particolarmente caro al regista, per una volta assume significato solo negli ultimi secondi, trasformandosi cosi da divisore di momenti a chiusura della storia. In pratica, per una volta visto, pensato e detto hanno la loro conclusione seppur dall’alto di conseguenze comunque non pronosticabili.
Concludo sottolineando l’ennesimo abbaglio della Academy Awards e stavolta non per il premio in sé (ad esclusione dell’attrice protagonista), quell’anno c’era un certo A Beautiful Mind, ma per l’accoglienza generale. Come è giusto che sia, non si può non nascondere che più lo si guarda e più lo si capisce e apprezza, la pellicola è diventata un punto di riferimento negli anni, anche grazie a qualche autore che in più di un’occasione ne ha esaltato i pregi e consigliato la visione. Di certo non lo si può fare, come ogni film del regista statunitense, distrattamente o con poca attenzione, il rischio sarebbe di ritrovarsi in qualche segmento temporale a lui tanto caro dal quale non poter uscire neanche attraverso la mente e l’anima. E sono proprio le personali interpretazioni di queste ultime legate al tempo ovviamente, le due madri di Linch o meglio, il grimaldello per il suo genio visivo e concettuale e che in Mulholland Drive hanno raggiunto il loro apice.
Jonhdoe1978
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