
Un’opera di 132’ girata in poco più di 37 giorni. Un potente impatto emozionale che si sposa alla perfezione con la chiarezza e la pulizia delle scelte stilistiche, libere da equivocità. Una narrazione lineare e senza troncature che toglie qualsiasi possibilità di azione ad inutili virtuosismi e lascia ampio spazio alla riflessione. Un’analisi fra le più disparate tematiche che parte dal senso del dovere e del sacrificio, per arrivare a quello più difficile e complesso della morte e dell’eutanasia, passando dal significato e l’importanza della famiglia. 132’ spettacolari per raccontare le opportunità dell’esistenza umana e fotografare la vita, attraverso la metafora della box e del suo duro e competitivo microcosmo.
E’ così che si presenta al pubblico Million Dollar Baby. Prodotto, diretto ed interpretato da Clint Eastwood a solo un anno di distanza da quel suo altro gioiellino che porta il titolo di Mystic River, confermando (qualora ce ne fosse bisogno) di essere uno fra i migliori rappresentanti di quella cinematografia considerata “tradizionale”, ma priva di timore ad affrontare tematiche di un certo calibro, talvolta persino scomode.
Scritto da Paul Haggis e tratto dalla raccolta Rope Burns: Stories from the Corner di F.X. Toole, Million Dollar Baby è una pellicola tragicamente spietata sull’amore, l’amicizia, la famiglia, la dignità ed il dolore in un mondo di sconfitti. Non è né un film sulla boxe, né un film sull’eutanasia…niente di tutto ciò. Eastwood ha messo in scena una straziante riflessione sulla morte e sul tempo, figlia del “pessimista senza scampo” quale è, raccontata con sincerità e trasparenza, nonostante una complessa struttura fatta di dicotomie e simmetrie che ha portato il film a vincere quattro meritatissimi premi Oscar, tra cui quello per il Miglior Film e la Miglior Regia.
L’inconfondibile stile del regista di San Francisco che respinge, ancora una volta, l’ampollosità dell’anticlassico, le nobili tematiche e la limpidezza della loro messa in scena, il rispetto per i personaggi e le loro storie, il respiro sereno della narrazione, sono tutte lodevoli caratteristiche a cui ormai siamo abituati con Eastwood, ma stavolta (più che in passato) tutto è amplificato dalla magistrale bravura di un cast di eccellenti attori che, oltre ad “Occhi di Ghiaccio”, vede la presenza dell’immenso Morgan Freeman e di una brava e convincente Hilary Swank, entrambi premiati con la prestigiosa statuetta dell’Academy Awards.
Nascondendosi fra i colori sgargianti del ring e quelli più cupi e tenebrosi dei corridoi dell’ospedale, Eastwood è riuscito a gestire e tenere in piedi egregiamente l’emotività all’interno della pellicola, rifiutando a priori quelle emozioni scontate e becere che sarebbero sfociate nel patetismo. E’ chiara, attraverso l’eccessiva estensione di alcune determinate scene, la volontà del regista di commuovere lo spettatore, con la finalità di scavargli nel profondo e smuovergli l’animo.
Come tutto il cinema eastwoodiano, anche Million Dollar Baby si discosta e critica quell’America “moralmente impropria” e che alimenta l’individualismo. Anche Frankie Dunn, Margaret “Maggie” Fitzgerald e Eddie “Scrap-Iron” Dupris sono vittima di illusioni, sconfitte, ferite e dubbi esistenziali e si vedranno costretti a dover dipanare ognuno la propria verità, così come hanno sempre vissuto: da soli. Frankie ha una figlia con cui non parla più da anni; Maggie è orfana di padre, ha un fratello in galera e la madre e la sorellastra che ingannano la previdenza sociale per poter tirare avanti; Scrap non ha niente e nessuno se non l’impiego da custode palestra di Frankie. Tutti si troveranno, anche se per un troppo breve lasso temporale, ad essere “famiglia” per l’altro, mentre i loro reali legami familiari sono andati o stanno andando in frantumi: Frankie troverà in Maggie la figlia perduta e viceversa il padre mai avuto e Scrap, accudendo a distanza questo indissolubile binomio, assume le caratteristiche di una “madre”, diventando fondamentale e diplomatico mediatore in questa nuova e sgangherata famiglia, con ruoli vicari e non biologici.
A differenza della precedente pellicola però, dove la famiglia era vista come un confortante rifugio nel quale nascondere le proprie responsabilità agli occhi degli “altri”, in Million Dollar Baby il senso di famiglia mantiene sempre altissimo il suo valore etico, tranne poi rovesciarlo completamente nel finale.
Nel viaggio di maturazione che parte dalla leggerezza dei sogni e delle speranze e che portano al dramma finale e all’inevitabile disfattismo, Eastwood ci racconta di un’esistenza continuamente volta alla realizzazione dei propri desideri, ma tristemente (almeno per la gran parte delle persone) destinata al fallimento. Prima si fanno i conti con la sconfitta e la realtà che ci circonda, meno si avrà a che fare con i sensi di colpa. Il Frankie protettivo che prova ad ogni modo a non mollare quella “seconda possibilità” che gli è stata data e cerca aiuto in una religione che chiede fede ed obbedienza scevra da dubbi e/o domande, la dice lunga sul “pensiero” eastwoodiano: sta tutto in quel dialogo con il giovane sacerdote, dove alle ripetitive parole indottrinate “Non devi scegliere. Non devi fare nulla. Sta a Dio aiutarla”, il suo Frankie risponde bruciante “E’ a me che ha chiesto aiuto…non a Dio.”
Per Eastwood le risposte spettano unicamente agli uomini, poiché Dio è muto ed il prezzo da pagare per le nostre decisioni può risultare a volte insopportabile da gestire, ma se non vogliamo sentirci come automi capaci di raccontare solo di se stessi, bisogna essere pronti a pagarlo il prezzo e per quanto possa non del tutto d’accordo sul fallimentare finale per ognuno di noi, se mai dovessi scegliere tra l’ascoltare le glaciali frasette memorizzate e ripetute a menadito di un giovane sacerdote e la versione di un uomo che si è guadagnato ogni singola ruga sul suo iconico volto…beh, cercatemi sempre dal lato del buon, vecchio Clint.
Alessandrocon2esse
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