
Impiega 124’ (che per lui sono tante) Woody Allen a connettere la scena e le parole che aprono Match Point “Chi disse preferisco avere fortuna che talento, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte, in una partita, la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre, o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre…e allora si vince. Oppure no. E allora si perde”, con quelle che ascolteremo in chiusura, sempre pronunciate in voice over dal protagonista Chris Wilton (Jonathan Rhys Meyers), giovane istruttore di tennis irlandese appassionato di Fëdor Dostoevskij (non a caso) e ritrovatosi inserito nell’abbiente contesto dell’Upper Class londinese.
Il regista newyorkese, a distanza di 16 anni da Crimini e misfatti, torna con decisione sul tema dell’omicidio e soprattutto affronta con genialità la questione della assoluta casualità del vivere umano, anche visivamente, con una pallina da tennis lanciata da una parte all’altra del campo finché non rimbalza sulla rete e resta sospesa in aria: soltanto il “caso” potrà decidere in quale metà del campo cadrà la pallina, decretando in questo modo le sorti della partita.
E così, proprio come nella pellicola del 1989, Allen sembra confermare la sua sfiducia circa la possibilità di una giustizia terrena, la colpa nella società moderna e la responsabilità morale dell’individuo di fronte alle proprie scelte, in una storia in cui il “caso” gioca un ruolo cardinale.
Per il sopracitato protagonista, la fortuna è l’interruttore in grado di far girare la giostra della vita e, come in una giornaliera sfida di tennis per poter restare in vita, è solo la fortuna a rimbalzare quella palla dalla parte del campo che più ci interessa: da una parte la vittoria, dall’altra la sconfitta…da una parte il riscatto, dall’altra l’umiliazione. Match Point è l’illusione di poter scegliere il proprio destino quando questo, in realtà, è già stato scritto.
Lo stesso destino che sembra divertirsi con Allen che, come l’Araba Fenice risorge, ancora una volta, dalle sue ceneri dopo essere stato, ancora una volta, troppo frettolosamente indirizzato verso il viale del tramonto. Eppure, quando si ragiona su quali siano i pochi cineasti legati sia alla qualità che alla continuità produttiva, il nome che salta fuori è sempre quello di Allen. Uno che per decenni ci ha abituato ad “un film all’anno” senza (quasi) mai deluderci.
A voler definire Match Point gli aggettivi si sprecherebbero: stuzzicante e leggero nella prima parte, quella dell’insidiosa scalata al rango sociale del pragmatico protagonista, complicata dall’arrivo del provocante e tentatore “tornado” Nola Rice (Scarlett Johansson); claustrofobico e pesante nella seconda, col ritorno della razionalità e del lucido egoismo a discapito di ogni possibile amore e la spasmodica attesa del castigo (?) finale.
La sceneggiatura originale candidata agli Oscar (vinto poi da Crash di Paul Haggins) è bravissima nel portare lo spettatore a simpatizzare da subito con il protagonista, così attraente, educato e gentile che si finisce col diventarne complici e confidenti di ogni suo peccato. Se poi uno di quei peccati ha il volto, il corpo e la radioattiva sensualità della Johansson…beh, chiedo scusa alle lettrici, ma non penso esista giudice (uomo) incapace di fornire attenuanti generiche e specifiche all’agire del povero Chris Wilton.
Il risultato finale è una pellicola tiratissima e trascinante, impeccabile nella messa in scena ed interpretata da un cast da applauso, tra cui Emily Mortimer, Matthew Goode, Brian Cox e Penelope Wilton, con un Allen al timone che conduce la nave secondo una traiettoria geometricamente perfetta, regalandoci una delle opere più interessanti e riuscite della sua straordinaria carriera, nonostante il doppio salto mortale rispetto alla sua ormai più che consolidata tradizione narrativa, abbandonando la sua adorata Manhattan e (udite, udite) evitando personaggi di origine ebraica all’interno della sceneggiatura.
Match Point è una piccola tragedia che non ha niente da invidiare ai drammi di William Shakespeare che, attraverso ottimi dialoghi ed una fotografia completamente slacciata dai temi trattati (ma che comunque riesce a raccontare in maniera azzeccata tutti gli eventi) punta il dito contro l’avidità, la cupidigia e l’efferatezza umana e strizza l’occhio a quelle regole non scritte dell’esistenza umana che a volte ci fanno vinti e a volte ci fanno vincitori.
Alessandrocon2esse
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