
“Inchinarsi a nessuno”.
Così recita il manifesto promozionale di Maria Regina di Scozia, film diretto da Josie Rourke al suo esordio cinematografico. Uno slogan che suona come un manifesto ideologico per questa nuova rilettura della travagliata vicenda di Maria Stuarda ed Elisabetta I, rivali storiche e cugine per sangue ma avversarie per destino, regine divise da religione, ambizione e, soprattutto, dal potere maschile che le circonda e le strumentalizza.
Scritto da Beau Willimon (quello di House of Cards per intenderci) e tratto dalla biografia di John Guy, Maria Regina di Scozia prende le mosse dal ritorno in patria di Maria Stuarda (Saoirse Ronan), dopo la prematura vedovanza in Francia. Rientrata in Scozia per rivendicare la corona che le spetta di diritto, Maria si trova subito in rotta di collisione con Elisabetta I (Margot Robbie), già regina d’Inghilterra. Una collisione che la storia ha raccontato innumerevoli volte, ma che qui si carica di una valenza fortemente contemporanea, dove il focus si sposta dalla cronaca degli eventi alla condizione delle donne al potere in un mondo maschile.

La regista, proveniente dal teatro e celebre per la sua direzione al Donmar Warehouse di Londra, imprime alla pellicola una visione teatrale e simbolica, costruendo un dramma politico che si nutre di atmosfere claustrofobiche e stanze chiuse, più che di battaglie e popolo.
La Rourke fa sua la lezione impartita da Friedrich Schiller e Gaetano Donizetti, ma declina il conflitto in chiave femminista: il cuore del film è la sorellanza mancata tra due donne straordinarie, travolte e manipolate da cortigiani, nobili e consiglieri che le vogliono o regine docili o cadaveri ingombranti. Maria si oppone a questa logica, rivendicando la propria femminilità e la volontà di regnare come donna e madre; Elisabetta, al contrario, si dissolve nel ruolo di sovrana asessuata, sacrificando il corpo e i sentimenti alla necessità di sopravvivere.
Ma se l’impostazione è coraggiosa, il risultato è del tutto disomogeneo. Il film alterna momenti potenti a lunghe sequenze statiche e didascaliche. La narrazione sacrifica il respiro storico a favore di una tesi politica esplicitata con troppa insistenza, tra voice over, monologhi e simbolismi reiterati. I venticinque anni che Maria trascorre prigioniera diventano una nota a piè di pagina, e l’attesissimo incontro tra le due regine (mai avvenuto nella realtà) viene immaginato come una “scena madre” carica di tensione, ma risolta con dialoghi poco incisivi e un impatto emotivo inferiore alle aspettative.
Dal punto di vista visivo, il film brilla: la fotografia di John Mathieson, tra luci naturali e penombre suggestive, crea un mondo spaccato tra la Scozia rocciosa e selvaggia e la dorata rigidità della corte inglese.
Costumi e scenografie sono di grande impatto, e contribuiscono a rendere credibile l’ambientazione cinquecentesca, anche se non mancano forzature (la corte multietnica, i personaggi storicamente improbabili per etnia e orientamento sessuale) dettate da una scelta di inclusività che, seppur apprezzabile nei princìpi, può risultare anacronistica.

La Ronan conferma ancora una volta il suo straordinario talento (intuibile già dal lontano Amabili resti di Peter Jackson), tratteggiando una Maria appassionata, coraggiosa, impulsiva, umana. La sua performance è ricca di sfumature, sebbene manchi forse di quel magnetismo regale che il personaggio richiederebbe. La Robbie, imbruttita da trucco e costume per restituire il volto segnato dal vaiolo di Elisabetta, offre un ritratto fragile e malinconico, meno incisivo, ma coerente con la lettura “distruttiva” del potere femminile. A loro favore, va detto, che il film è costruito per essere un duello attoriale, e il lavoro delle due protagoniste è ciò che davvero sostiene l’intera struttura narrativa.
La sceneggiatura, invece, non riesce a trovare un equilibrio tra affresco storico e dramma interiore. Il film procede per blocchi, accumulando scene più tese a esprimere concetti che a raccontare un’evoluzione narrativa coerente.
Troppa esposizione, poca azione. Troppa tesi, poca storia.

Maria Regina di Scozia è un’opera che ha il merito di voler riscrivere una pagina di storia con occhi femminili, ma che paga pesantemente il prezzo di una visione troppo ideologica e un impianto narrativo sbilanciato.
Nonostante i limiti, è un film che si lascia vedere, ma il merito è soprattutto da accreditare alle sue due protagoniste.
Se non aggiunge molto al cinema storico, riesce comunque a far riflettere su quanto sia ancora attuale la lotta di due donne per il diritto di essere, semplicemente, sé stesse.
Alessandrocon2esse
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