
I rapporti di coppia sono spesso complicati e questo soprattutto, se con il passare del tempo si accumulano pensieri e situazioni non risolte. E così una serata che sarebbe dovuta essere di festa, per un grazie mancato, diventa motivo in cui tirare fuori tutti i mostri dormienti del proprio io.
Il giovane Sam Lavinson è autore di un film molto ambizioso e che cerca di far combaciare un modo ricercato di fare regia con una sceneggiatura ampia e dirompente. Ma mentre per il primo, insieme a una splendida fotografia, l’obiettivo è stato ampiamente raggiunto, la seconda è risultata troppo pomposa e a volte, slegata. La sensazione è di una teatralità esagerata a discapito dell’indispensabile intimità che una situazione del genere necessitava. Il momento, infatti, era di un qualcosa da vivere a cuore aperto, di anime che dovevano spogliarsi di qualsiasi armatura concedendosi per quello che erano per tentare di ritrovarsi e stringersi. Questo effetto morte e rinascita è stato trovato solo a tratti e questo, a mio parere, per i contenuti dei dialoghi eccessivamente estremi e quindi, per definizione non totalmente avvolgenti. La casa persa nel nulla, la foschia quale barriera metaforica sul resto del mondo ha, infatti, retto a fasi alterne figlia proprio dall’attendibilità e del trasporto delle frasi del momento più che del discorso generale.
La prova degli attori è complessivamente buona seppur inversamente proporzionale: mentre infatti, John David Washington parte bene per poi man mano perdersi, Zendaya è all’inizio un pizzico forzata per poi, con il passare dei minuti, conquistare scena e applausi.
L’impressione è di un film che avrebbe potuto essere qualcosa di molto più struggente e vicino se solo si fosse accompagnato alla bellissima struttura estetica un cuore più comune, inteso come analisi di problematiche e dolori in cui tutti avrebbero potuto rispecchiarsi. Perché alla fine lo stile riempie gli occhi, il riviversi e sognare anche nella disperazione riempie l’anima.
6.8/10
Jonhdoe1978
TITOLI DI TESTA: Parole, parole, parole…
TRAILER: Tutti nella propria vita hanno dovuto affrontare i classici problemi di coppia. E qual è il miglior modo per risolverli? Parlà! Certo è risaputo che se non tiri mai l’acqua, lasci i piatti sporchi, e non rimetti mai la carta igienica de che voi parlà? Te lasci che fai prima.
Purtroppo per noi questo non è il caso de Malcolm e Marie, due che “quanto je piace parlà”. I due ragazzi, di ritorno dalla premiere del film di lui ispirato a lei, tornano nella loro villa sulla Cassia: tutta de design e tutta in bianco e nero come loro e la pellicola del film.
Malcolm è tutto contento perché er film è piaciuto a tutti, Marie è tutta incazzata perché lui manco l’ha ringraziata. “Ma te pare che fai un film su de me e manco dici du parole?” “Ma te pare che stai sempre a rompe le palle?” e da qui inizia il film. Quella comincia a sbroccà e quello parte per la tangente parlando dell’importanza sociale del colore della pelle, dell’impegno politico de certi registi, e visto che ce stà mette in mezzo pure gli ebrei. Purtroppo pe carmà Malcolm la camomilla nun basta così fanno all’ammore! Bacetti, carezze e tutto sistemato il film è finito.
Manco pe gnente perché manca ancora mezz’ora? E che t’enventi in mezz’ora? Rimani a letto direi io, e invece quelli riattacano a parlà fino a che Netflix nun te dice “A seguite Shinder’s List: un film in bianco e nero co gente più incazzata pe motivi ben più seri”.
Invece che ammorbacce co tutte ste parole da gente poco comune, il regista avrebbe dovuto inserire un terzo attore: un terapista. Il film sarebbe durato na mezz’ora e je sarebbe costato pure de meno.
6 / 10
Mklane
Malcom & Marie è figlio del Lockdown. La ripercussione cinematografica dei tempi in cui viviamo. Qualcosa che DEVE essere guardato in questo particolare periodo storico per riuscire ad assaporarne appieno l’ essenza.
Sceneggiato e diretto da Sam Levinson, girato in 35 millimetri in un patinato ed elegante bianco e nero ad alto contrasto, frutto dell’ ottima fotografia di Marcell Rév, interamente ambientato tra le solenni e glaciali mura di una villa di lusso che somiglia in tutto e per tutto ad un teatro di posa ed interpretato per intero da due soli attori: Zendaya, da considerarsi già “feticcio” di Levinson e John David Washington, entrambi nella doppia veste di attori e produttori.
Distribuito da Netflix, racconta appunto le vicende di Malcom e Marie: lui è un regista afroamericano in ascesa, lei un’ ex tossicodipendente che ha rinunciato al suo sogno di diventare attrice. Sono appena rientrati dalla première del film di Malcom, dove lui ha dimenticato di ringraziarla durante il suo discorso. A partire da questo primo alterco, divampa una intera notte di combattimenti, in cui si alternano in un’ infinito ottovolante litigi e coccole, urla e baci, monologhi e lacrime.
Un bel pacchetto che porterebbe a pensare ad un esito più che positivo. Purtroppo ogni speranza emozionale è delusa: non ci sono veleno e rivalsa nelle storie dei tradimenti vomitate da lui e non si legge dolore dietro le lacrime di lei. Tutto si riduce ad un ottimo ed enorme esercizio di stile.
Quando poi il nucleo del dibattito trasloca sullo stato dell’arte, con attacchi diretti al mondo della critica cinematografica e alla sua “politicizzazione”, tutto passa da un potenziale dialogo a tre con lo spettatore in tempo reale ad un gongolante e supponente soliloquio dello stesso Levinson, troppo poco empatico e difficilmente digeribile dalla maggior parte del pubblico. Peccato.
6.5 / 10
Alessandrocon2esse























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