
Tutti, sin da bambini, abbiamo immaginato di diventare invisibili assecondando quel senso di libertà che tale condizione idealmente comporta. Una realtà percettiva diversa e alternativa e nella quale le regole cambiano diventando personali e non più generali.
L’orologio segna le 3.42 e Cecilia (Elisabeth Moss) si alza furtivamente dal letto che condivide con il suo compagno Adrien (Oliver Jackson-Cohen), da lei drogato poche ore prima. Prende la borsa preparata il giorno precedente, disattiva l’allarme e si dirige in direzione del muro di cinta verso la libertà fisica ed emotiva. Riesce alla fine a scappare aiutata dalla sorella nonostante il disperato tentativo del compagno, svegliato dalla sirena della macchina, di fermarla.
Alcuni giorni dopo mentre cerca di rimettere in sesto il suo equilibrio psico/fisico anche grazie all’ospitalità dell’amico James (Aldis Hodge), riceve una lettera dal legale di Adrien, nonché fratello, che la convoca per una questione di eredità. Arrivata all’appuntamento le viene comunicato che lo stesso Adrien è morto e che le è stata lasciata una cospicua rendita mensile.
A differenza di molti altri film del genere l’approccio che si ha con L’uomo invisibile è di presunzione di conoscenza derivante sia dal titolo esplicativo di quello che sarà l’argomento che dal trailer che lo ha accompagnato. Questo ha comportato, inevitabilmente, che per far raggiungere la soglia emotiva giusta allo spettatore era necessario uno sforzo narrativo superiore rispetto a una qualsiasi altra produzione di cui non se ne conoscevano le dinamiche. E c’è da dire che per una buona ora l’obiettivo è stato ampiamente raggiunto con una gestione tra preparazione agli eventi ed eventi stessi calibrata e piena di suspance. L’asticella di attesa, infatti, è perennemente alta, figlia di quel non vedi ma sai che c’è che da sempre crea un’angoscia superiore rispetto al vedere o all’intravedere. Ovviamente tutto il film non poteva reggersi solo su queste basi ma aveva bisogno da un certo punto in poi, di aprirsi, dando corpo e definizione ai pensieri e alle intuizioni. Ed è proprio nella gestione di questo passaggio che, a mio avviso, L’uomo invisibile si perde dando la sensazione di un qualcosa di già visto e soprattutto, di troppo semplificato. Quello che appare, infatti, è di un’accelerazione improvvisa della storia con dei momenti anche importanti, erroneamente non approfonditi e usati al solo fine di arrivare con facilità allo step successivo. Per quanto non completamente sbagliati o inaccettabili, l’aver interrotto quel filo tra ignoto e curiosità con una realtà rappresentata, peraltro con superficialità, ha dato un colpo importante al coinvolgimento avuto sino a quel momento trasformando una bellissima improbabilità in una fragile certezza. Il modo con cui tutti i dubbi su Cecilia, compresi i nostri, vengono risolti in pochi fotogrammi sminuisce il naturale ordine delle cose, quella sequenzialità complessa tra assassino e innocente a cui siamo istintivamente attaccati. Il raccontare qualcosa al limite, per quanto universalmente sognato o immaginato, non vuol dire infatti, per forza dare per scontate certe dinamiche rendendole solo l’anello di congiunzione tra un passo e l’altro. Anzi proprio perché facilmente accettate dovrebbero essere la base o la leva per dare maggiore colore a una storia comunque già di per se sopra le righe.
Devo essere onesto se la prima parte del film come detto, è stata di livello assoluto, cosi come in parte la fine, molto del merito, oltre che dall’accortezza visiva di Leigh Whannell, è di Elisabeth Moss e del suo modo di riuscire a trasmettere tutte le debolezze che una coercizione emotiva può dare senza elevarsi a nulla di più che alla ragazza della porta accanto. Questo mix ha reso facile l’entrare nella sua psiche rendendo attendibili e soprattutto, coinvolgenti i suoi gesti e le sue paure.
Per quanto sostanzialmente un buon prodotto finale, la sensazione che mi ha lasciato L’uomo invisibile è di incompiuto, di un qualcosa che con un minimo di attenzione in più avrebbe potuto diventare uno dei thriller più ben fatti degli ultimi anni. E questo per essere riuscito, come detto inizialmente, a rendere originale ed estremamente coinvolgente una vicenda e una situazione comunque conosciuta e vista più volte, giocando sul sottile filo tra follia e scienza. La psicologia, la fragilità, il controllo mentale prima che fisico insieme al perverso gioco dell’arroganza, sono stati mischiati con saggezza creando quasi una realtà parallela e nascosta rispetto a quella che normalmente conosciamo. La stessa intensità iniziale è stata ricercata nuovamente, nella parte finale attraverso una rinnovata cura e attenzione nei gesti e nelle espressioni nella chiara intenzione di ricreare appunto, la stessa profondità emotiva. Il risultato non è stato però all’altezza della prima parte e questo sia per il buco di attenzione creato, come detto, nella parte centrale che proprio per la gestione temporale degli ultimi momenti. Questi, infatti, danno l’impressione di essere raccontati con un po’ troppa fretta nonostante un messaggio finale intellettualmente ben pensato. Superare infatti, la moralità e la legalità è un concetto insito nell’essere e nel voler diventare un uomo invisibile ed è stato quindi corretto lasciare fuori la porta angeli e fiocchetti rosa. Peccato aver preparato questo passaggio, appunto, troppo velocemente raccontando a metà lo sviluppo del cambiamento, quel quid che in un attimo ha portato, probabilmente solo per istinto di sopravvivenza, l’agnello a diventare lupo cambiando prospettive e certezze.
Jonhdoe1978
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