
E quando pensavamo di aver visto tutto (o quasi) sul come salvare il mondo ecco che all’improvviso arriva L’ultima missione: Project Hail Mary.
Adattamento dell’omonimo romanzo di Andy Weir (quello che ha scritto The Martian per intenderci) e diretto dall’accoppiata Phil Lord e Christopher Miller è un film che ti riempie gli occhi e l’anima e ti riporta a quel concetto di trasversalità assoluta tipico di molti progetti degli anni ottanta/novanta. Da molte parti e a ragione, infatti, si è tirato fuori il primo Spielberg e a conti fatti è probabilmente l’esempio più calzante per far capire il contesto e la motivazione di questo progetto.
Il mondo è a rischio dicevamo, ma non è il classico evento distruttivo. Sostanzialmente ci sono delle particelle che per composizione assorbono l’energia, compresa quella del sole e da qui la conseguenza di morte a lunga gittata del nostro pianeta. E se questo è l’incipit da subito ci troviamo di fronte all’antieroe della questione e quindi al primo tema del film.
Project Hail Mary prescinde dal classico eroe senza paura e dai sentimenti forti e nobili, mostrandoci un protagonista nerd semplice e sconfitto dalla vita che per un qualche motivo ha ipotizzato una teoria bizzarra sugli esseri viventi attirando cosi l’attenzione della Nasa. Tralasciando le azioni nello specifico, quello che a me importa sottolineare è la capacità che questa storia ha di capovolgere il senso, appunto, dell’eroe e in maniera più generale mostrare come un film cosi grande può funzionare solo se c’è un attore in grado di sopportarlo.
Il genere umano è fatto di improvvisati, di persone date per spacciate che all’improvviso messe alle strette trovano il guizzo per risorgere. Il film è una sorta di rivincita dei nerd, di quelle persone che appunto si credono nessuno e/o ghettizzate e che alla fine riescono a cavarsela e a vincere.
E’ ovvio che questa storia è tutto in grande, ma questo grande rende per quello che è il messaggio e questo è uno dei tanti (decine) di meriti degli autori.
Capitolo attore. Come dicevo pocanzi, questo film poteva reggere solo se il protagonista fosse riuscito a prendersi tutto sulle spalle trasmettendo tutte le componenti emotive del caso. Gosling fa un capolavoro e non sono d’accordo con chi ha detto che questo ruolo glielo hanno cucito addosso, sono convinto che lui lo ha fatto sembrare cosi. Ha mostrato una completezza enorme e credo che da questo progetto ne esca non solo vincitore ma probabilmente con una luce diversa e migliore.
La complessità del ruolo, e arriviamo al secondo tema, deriva molto dal fatto che questo film non è una commedia o un dramma o qualcosa di adrenalinico, sentimentale, fantascientifico o sognate…è tutto questo insieme. E posso garantire che non esagero. Si passa dal ridere al piangere in continuazione e questo senza mai perdere il senso razionale, scientifico e adrenalinico del racconto. La leggerezza di molti momenti, alcuni decisamente esilaranti, non smontano la componente esistenziale a cui questo progetto aspira, anzi la esaltano. La nostra vita è composita e ogni situazione ha tante sfaccettature, questo film ha la capacità di riempirle tutte e tutte con un’intensità bellissima, incredibile, travolgente.
Questo ci porta al terzo punto: alla trasversalità: L’ultima missione: Project Hail Mary è un film per tutti e quando dico per tutti mi riferisco veramente a ogni persona e a ogni età. La storia, infatti, per come strutturata riesce a essere armonizzata sia dai bambini che dai i più grandi, ovviamente ognuno con il suo grado di assorbimento delle situazioni. E questa era un’operazione che era da tempo che non trovavo o almeno, non a questo livello.
E arriviamo al quarto tema: le metafore. Qui credo che il film raggiunga il suo apice. Tralasciando il concetto della rivincita dei nerd di cui si è già detto, quello che emerge con forza è il concetto di diversità e comunicazione. Il primo è probabilmente il più complesso ma anche il più intenso e emozionante. Grace (Gosling) è un uomo che nella vita ha avuto pochissimi rapporti importanti e che allo stato attuale è solo. Il fatto che dall’altra parte dello spazio trovi un qualcuno a cui volere bene quanto se stesso è proprio l’esaltazione del concetto di imprevedibilità e irrazionalità delle emozioni e dei sentimenti oltre al fatto che la felicità e un fatto completamente soggettivo. In questo caso la frase “trovare il proprio posto del mondo” è veramente pregnante se non altro perché esplode dal suo significato trasformandosi in qualcosa di enorme.
Altro elemento fondamentale oltre che altrettanto bellissimo è il significato della comunicazione. Quello che emerge è che ogni essere vivente ha il bisogno di comunicare, di approcciarsi, di avvicinarsi, di capire i propri limiti e la propria forza, insomma misurarsi. Il processo di vicinanza dei due è veramente una delle cose meglio costruite degli ultimi anni, travalica la misurazione, la delicatezza, la morbidezza, il rispetto, i tempi emotivi…
E’ ovvio che anche in questo caso il concetto è esasperato all’ennesima potenza, ma il modo gli permette di essere contestualizzato e ampliato alla nostra di sensibilità e possibilità.
Quinto punto (ne manca solo un altro): la genialità della rappresentazione dell’altro (avrei dovuto dire alieno, ma non l’ho percepito cosi). Credo che questo è sia per chi l’ha ideato (lo scrittore) che per chi l’ha messo in scena (i due registi) il proprio capolavoro. Impressionante come siano riusciti a trasmettere allo stesso modo la differenza e la vicinanza, creando cosi l’idea che l’universo non sia per forza una cosa avversa. Attraverso questo personaggio sono riusciti a creare un microcosmo emotivo all’interno dell’immensità e questo è un qualcosa che ti esplode dentro inondandoti di sensazioni.
L’ultimo punto lo dedicherei alla parte visiva. E se per tutto quello narrato ho esaltato, giustamente, le capacità di Phil Lord e Christopher Miller, qui credo che in qualche modo hanno dimostrato la loro definitiva completezza. Il senso della misura mostrata nelle scene più spinte è qualcosa di meraviglioso e che ha permesso di sentirle possibili e vicine. Anche la scena della raccolta del materiale, evidentemente la più fantasy, non perde queste stigmate e quindi riesce a incastrarsi nel tessuto narrativo complessivo sia come storia che come percezione della stessa.
Che dire, L’ultima missione: Project Hail Mary è film che va visto e vissuto. Dentro, come detto, c’è praticamente tutto e questo tutto arriva con una pienezza incredibile. Sinceramente ero convinto di trovarmi davanti la classica storia del mondo e del suo salvataggio e invece mi sono trovato proprio dell’altro.
Concludo dicendo che questo è uno di quei film che per finalità, senso di speranza, amore e adrenalina, per qualche ora ti mette in pace con il cinema, con te e con il mondo…cosa chiedere di più?
Jonhdoe1978
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