
Quello che contraddistingue gli esseri senzienti dagli altri è la curiosità. Quella voglia innata e a volte irrazionale e spregiudicata, di conoscere e scoprire cose e posti nuovi. Accanto ad essa ci sono i sogni, intesi come il vero inesauribile motore di azioni, possibilità e scelte.
Luca è un giovane mostro marino che passa le sue giornate a tenere a bada i pesci, una specie di pastore del mare. Un giorno, mentre è intento a recuperare il suo “gregge” si imbatte in vari strani oggetti che riconosce subito come appartenenti al mondo degli uomini, da lui, su indicazione dei genitori, temuto. La causa di tali scoperte è Alberto, altro mostro marino a lui coetaneo, che si diverte a prendere di notte, le cose alle barche di turno per poi portarle in un’isoletta dove è solito andare di giorno. Proprio in questa, una mattina, Luca si imbatte scoprendo che uscendo dall’acqua e asciugandosi, il suo corpo si trasforma diventando un essere umano a tutti gli effetti.
Quello che ho sempre apprezzato dei film Pixar è il loro grande valore allegorico, il riuscire attraverso storie apparentemente chiare, a raccontare un mondo nascosto e sommerso che trova la sua definizione nella sensibilità e nei principi personali e soggettivi. Questa caratteristica mi ha portato, come più volte detto, a considerarli come storie a consumo nella loro totalità, solo a un pubblico adulto (e non a tutto) essendo impossibile per i più piccoli carpire sfumature di vita cosi profonde. Non esce da questo schema, come era prevedibile, neanche Luca seppur attraverso un linguaggio più semplice e lineare rispetto alle ultime produzioni della casa statunitense. La storia infatti, non ha particolari sussulti narrativi puntando tutto, e, a mio avviso, troppo, sulle diversità e sulla possibilità di poterle superare. Il problema non è tanto l’aver trovato il modo, nonostante una situazione metaforica (questo era il dichiarato intento del regista italiano Enrico Casarosa) evidentemente al limite, per farlo, ma l’estrema facilità con cui è stato fatto. L’intento del film era senza dubbio, quello di raccontare i disagi che spesso si nascondono dietro una crescita, le difficoltà di relazionarsi e di come sia importante avere un amico vicino con il quale superare il momento e trovare la propria definizione. Ma mentre questo passaggio, direi doppio tra Luca/Alberto e Luca/Giulia, ha tenuto sino alla fine e anzi, ha dato un senso poetico e speranzoso alla vicenda, la parte, appunto, dell’accettazione di tale profonda diversità è stata blanda e aggiungerei, parzialmente superficiale. Anni di isolamento, di nascondigli, di paure l’uno con gli altri risolti in un grande abbraccio comune dopo pochi secondi? Non funziona proprio cosi e quando c’è troppa distanza tra il reale e il pensato la cosa rischia di sminuirsi diventando una favoletta da sorriso accennato che non scava come dovrebbe.
Detto questo, è indubbio che quelli della mia generazione si possono identificare facilmente nelle dinamiche raccontate. Il paese estivo lontano dalla città, la piazza comune dove trovare tutti i propri coetanei, il mare, la spensieratezza e ovviamente, l’immancabile stronzetto. In questi momenti probabilmente, nascono le amicizie più brevi e intense di tutta la vita, figlie di quel senso sia di libertà che di avventura che quei giorni hanno. Il film va però oltre, approfondendo il concetto di amicizia sotto un duplice aspetto: quello delle speranze, dei sogni, del conquistiamo il mondo, del non ci separeremo mai e quello affine, dell’amare le stesse cose assecondando quel desiderio di conoscenza di cui si diceva all’inizio. Tutti e due sono evidentemente necessari e inevitabili: non si può crescere o passare i primi anni della propria vita senza una spalla, un disegnatore di follia e di colori con il quale colorare tutto, compresi i punti più bui e allo stesso modo, non si può non affiancarsi ad un nostro alter ego, inteso come quella persona che ha le nostre stesse inclinazioni e passioni. L’uno non esclude l’altro e anzi, l’uno nutre l’altro e questo Luca ce lo racconta benissimo, insieme alle gelosie, figlie di quell’affetto esclusivo che molto volte cerchiamo.
Come accennavo in precedenza, quella di questo film è una storia più soft e più alla portata di tutti rispetto alle altre Pixar e che però, ha proprio nella semplificazione il suo grande limite. E’ come se la sofferenza di certe dinamiche, oltre a quelle dette ci sono la famiglia separata, gli handicap fisici, l’incomunicabilità figli genitori, l’abbandono del padre, siano state in qualche modo ovattate, quasi per farle far digerire a tutti. E questo stona sia con la realtà che proprio con la storia della stessa Pixar, che proprio nel viscerale ha sempre attinto a piene mani trovando, proprio in questo struggimento, il modo per trovare comunque, sempre la speranza e un motivo per il quale continuare o ricominciare a combattere. Ecco questo passaggio in Luca manca, la felicità, visto ovviamente le premesse sul quale si partiva, è stata troppo scontata e in quanto tale poco agognata, come fosse una cosa dovuta. E di solito non lo è mai, cosi come non lo è trovare un amico sul quale contare e questo invece, il film ce l’ha fatto capire bene, perché nelle difficoltà e nelle scelte avere una mano sulla quale sorreggersi è fondamentale e a volte, aggiungerei, vitale.
Jonhdoe1978
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