
Saper scrivere non significa necessariamente saper girare. Ci sono tantissimi registi, anche di primissima fascia, che prendono storie e soggetti altrui e li colorano e arricchiscono di enfasi e intensità e ce ne sono altri che invece, riescono ad avere l’idea e il tempo, ma poi nel momento di rappresentarle visivamente si smarriscono. Fa parte di questa seconda categoria, William Monahan.
Dopo aver scritto Le crociate, Nessuna verità e soprattutto The Departed, per il quale ha vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale, ha deciso di fare tutto in proprio dirigendo oltre che scrivere, con risultati, purtroppo e appunto, pessimi. London Boulevard è, infatti, un film estremamente confuso e che va più lento di quello che vorrebbe raccontare. In pratica, gli eventi vanno a duecento all’ora e la loro rappresentazione ad almeno le metà della velocità creando cosi in chi lo guarda più affanno che immedesimazione.
L’inizio della storia è giustamente decisa, la sensazione apparente è che il tempo serva per approfondire altro, ma si scioglie praticamente subito. La catena degli avvenimenti ha una casualità esagerata e spesso si perde il legame tra la scena in corso e quella precedente. Proprio questa sensazione è la conferma di quanto detto all’inizio e cioè della mancanza di capacità della direzione di legare il pensiero e l’idea. Alcuni momenti, ed è deprimente, si vede benissimo che sono stati girati in tempi diversi rispetto alla consequenzialità narrativa, minando cosi sia la continuità storica, nel senso stretto del termine, che, soprattutto quella emozionale. Proprio l’empatia è la grande assente del film, nonostante, e qui sta l’aggravante, sia proprio essa l’anima e il cuore dello stesso. Il processo di autoanalisi, redenzione, tentativo di scrivere un’altra storia oltre alle attitudini istintive del protagonista, arrivano con intermittenza e trasmettono un senso di forzatura troppo intenso per risultare minimamente veritiero. Ecco, forse proprio questa distanza che si crea tra spettatore ed eventi è la vera sconfitta/malattia di questo progetto e che investe anche la prova attoriale. Nonostante ritenga Colin Farrell un attore dal passato appena sufficiente che con l’età ha trovato smalto e dimensione e Keira Knightley un’attrice quasi sempre mono espressione, la non loro riuscita in questo film la attribuisco nuovamente a William Monahan. Quel senso di intermittenza accennato pocanzi è figlio indubbiamente dal suo modo di girare a scatole cinesi e che ha reso, come detto, alcune scene quasi autoconclusive rispetto all’intero contesto. Se questo è il risultato visivo è chiaro che anche la percezione che gli attori hanno avuto di quei momenti non può essere molto diversa e da qui un’immersione nel personaggio non completa e quindi poco attendibile. L’ultima scena, ad esempio, che poi è quella che dovrebbe dare colore e senso a tutto il film, è veramente al limite del guardabile e dà una spallata importante verso l’approssimazione assoluta. Tanto per intenderci, nella faccia di Harry (appunto Colin Farrell) non c’è traccia del percorso fatto e della delusione di star per perdere qualsiasi cosa.
Chiudendo il discorso attore, l’unico che si salva è David Thewlis e a mio avviso, solo perché è proprio il personaggio che è caratteristico e che quindi si discosta dalla monotonia e in molti casi, apatia degli altri.
Che a William Monahan piacciano le storie di gangster o simili è evidente, cosi come che ne sia in grado di scriverne. In questo caso, però, oltre a tutti i limiti di rappresentazione segnalati, l’impressione è che manchi proprio un’armonia nel racconto che cosi passa oltre ancor prima di arrivare. Tempi dei dialoghi fiacchi, intensità e profondità degli stessi assolutamente assenti e capacità di trasmissione dei sentimenti basilare. Il punto più basso, però, ed è quello che in qualche modo ha rovinato anche la fine, è la mancanza del film di evidenziare il cambiamento definitivo di Harry. Quel passaggio lento e inesorabile avrebbe dovuto essere un tornado soprattutto, se paragonato, e qui doveva esserci la doppia sensibilità, al modo con cui si era rapportato con Charlotte (Keira Knightley). Doveva essere l’emblema dello yin e dello yang, della carezza e del pugno, del piccolo per il grande e soprattutto, della morte e della rinascita e invece, è risultato l’essenza della univocità, caratteristica evidentemente non cercata.
E ancora, e qui chiudo, anche la morale complessiva, nonostante la sua pluralità, alla fine è confusa e neanche propriamente originalissima. Lo sliding doors è sfuggente e il destino e le scelte non ti invadono come dovrebbero e come evidentemente voleva e cercava il suo autore e quando questo avviene il tonfo finale diventa molto più rumoroso rispetto se a cadere fosse la somma delle singole zavorre create dalla storia.
Jonhdoe1978
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