
Quando si riguarda un film del passato, diciamo di almeno vent’anni prima, è inevitabile giocare con la memoria e il ricordo. Al di là della connotazione storica della pellicola, di solito i registi cercano di cavalcare il genere in voga nel periodo, quello che può capitare, infatti, è scontrarsi con il vissuto rischiando di non ritrovare più le stesse fondamenta emotive della prima visione o al contrario trovarne di nuove e/o più intense. E questo a prescindere se si tratti di una commedia, un thriller, una storia drammatica o un horror.
Questo tipo di considerazione non sfiora minimamente Lo chiamavano Trinità… che risulta cosi meraviglioso oggi come ieri. Il motivo, a mio avviso, va ricercato nella perfetta costruzione che E.B. Clucher è riuscito a dare a tutte le componenti del film, con una storia che oltre che bilanciata risulta armoniosamente consequenziale. La cura dei primi minuti, utile a definire con dovizia di particolari, emotivi e fisici, i due protagonisti, ha favorito, infatti, sia la chiarezza immediata dei ruoli che il perfetto scivolo per l’obiettivo che il film si era prefissato. Le varie gag, che concettualmente potremmo quasi ammirare singolarmente (cosa poi peraltro successa con il passare degli anni e diventate icone cinematografiche indimenticabili), si incastrano in maniera naturale diventando quella precedente il ponte per quella successiva.
Lo chiamavano Trinità… segna indubbiamente un passaggio fondamentale della carriera di Bud Spencer e Terence Hill (i primi tre film in cui li abbiamo visti insieme, nella trilogia di Giuseppe Colizzi, era di ben altro tenore), modificando di fatto la loro attitudine e il loro genere. Proprio su quest’ultimo si è molto dibattuto inquadrando questo film, ma la loro filmografia in generale, alternativamente nella commedia all’italiana (parecchio in voga nel periodo), nella commedia complessiva o negli spaghetti western (almeno in quei film con questo contesto). A mio avviso tale disquisizione, iniziata peraltro proprio con questo titolo, è inutile e priva di fondamento. La verità è che Bud Spencer e Terence Hill hanno di fatto inventato un nuovo genere, punto. Il loro modo di interpretare situazioni e scene esce da qualsiasi schema ripetibile entrando di diritto in quell’unicità assoluta di cui solo rarissimi attori si sono insigniti.
Entrando nello specifico del film, come ho già modo di dire nel Primi Piani ad egli dedicato (qui per leggere), Bambino è a mio avviso, la figura centrale di tutta la storia, il collante indispensabile tra i vari personaggi. Se si analizzano nel particolare questi ultimi, infatti, ognuno di loro ha una definizione ben chiara: Tobia come simbolo del bene e della generosità (nonostante una piccola deviazione sul finale), il maggiore Harriman e Mezcal come contraltare “cattivo”, e lo stesso Trinità simmetria, nonostante la costruzione, della parte dei buoni. Quello che mancava era appunto un ibrido, un protagonista che battesse da una parte e dall’altra, sporcando la storia e sbiadendo quelle differenze nette tra giusto e sbagliato che il film aveva e che probabilmente lo avrebbe appiattito. Nonostante la bravura indiscussa, almeno in questo film, di Terence Hill, l’impressione, infatti, è che il personaggio Trinità riesca a trovare lustro principalmente per la presenza di Bambino che ne diventa cosi l’esaltatore silenzioso.
E.B. Clucher, autore di regia, sceneggiatore e ideazione del soggetto (insieme a Bud) in alcuni momenti è stato favoloso, certi primi piani o intuizioni sono meravigliose, ma è indubbio che poi tutto il canovaccio senza l’interpretazione dei due fuoriclasse, anzi un fuoriclasse e un campione, sarebbe stato, se non proprio poca cosa, qualcosa di buono ma non indimenticabile. La caratterizzazione dei personaggi, che c’è da dirlo è avvenuta da subito (il film è stato il secondo più visto al cinema di quell’anno, e in quel periodo il cinema era un punto di ritrovo impressionante), ha elevato il tenore comunicativo e emozionale della storia portandola a un livello che non fatico a definire tra la favola e la vicinanza. Quel senso epidermico che travolge il senso comune di giustizia, che comunque c’è, è difficilmente spiegabile se non attraverso quel meccanismo inconscio di piena immedesimazione che il film ha creato e che ancora crea. Sotto quest’ultimo aspetto, e come accennato nella premessa, Lo chiamavano Trinità… è uno di quelle storie che non sente il peso degli anni e questo sia per i contenuti in se, comunque attualissimi, che per la scenografia. Quest’ultima, molto spesso, può diventare la discriminante (pensiamo se un ventenne di oggi vede 2001 Odissea dello Spazio) e questo per l’inevitabile percezione dei mezzi e delle possibilità del periodo che si sta vivendo. Nel caso specifico il selvaggio west ha delle dinamiche e dei colori che sono rimasti immutati, lo stile registico è sempre soggettivo e quindi non fa testo, e che hanno, di conseguenza, favorito l’appiattimento temporale della pellicola. Certo poi serviva, come detto, il contenuto, ma quello è incontestabile.
Sono molti i momenti di questo film che con il tempo sono diventati memorabili, con il passaparola prima (non c’erano le condivisioni o gli status) e con i social ora, ma ce ne sono alcuni, magari meno famosi, che mi hanno sempre strappato più di un sorriso. Fra tutti mi piace ricordare: il momento in cui Bambino, mentre esce Trinità, allontana i fagioli per poi riprenderli immediatamente, quando lo stesso falso sceriffo invita la mano sinistra del diavolo a cercare di trovare la retta via indicandogli di rubare i cavalli, assalire una diligenza o riprendere a fare il baro e i schiaffoni di Bambino al povero Mezcal. Non so perché, rientriamo comunque nell’intimo e nel personale, ma questi “spezzoni” mi hanno da sempre scatenato (e non importa quante volte li ho visti) un’ilarità sincera e fanciullesca. Ed è forse quest’ultima il vero segreto di questo film, seppur attraverso alcuni momenti di riflessione (tra cui non va dimenticata qualche frecciatina alla religione), comunque sempre presenti in ogni produzione di Bud/Terence.
Jonhdoe1978
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