
Devo essere onesto, ho sempre pensato che non avrei mai scritto di questo film. Non perché non ne valesse la pena o perché in qualche modo sia anacronistico (certo, un’avventura scritta e diretta nel 1974 non può di certo avere l’appeal nei ragazzi di oggi), ma semplicemente per la convinzione che per la collocazione che esso ha nella mia sfera cinematografica non sarei mai stato totalmente oggettivo. Sostanzialmente questo è forse il primo film a cui mi sono affezionato e come per ogni paziente zero la logica stringente diventa quasi trasparente e quello che emerge è la sua rappresentazione (idealizzazione). Poi, però, capisci che anche questi passaggi sono corretti e quindi mi sono ritrovato a comprare il Dvd, a rivederlo e capire che appunto, potevo tranquillamente scriverne e questo percorrendo senza remore quello che mi passava nella mente e nelle vene.
Quando avevo 5/6 anni la televisione proponeva pochissimi film e molto spesso li ripeteva. L’unica soluzione che si aveva, quindi, e all’epoca era permesso, era registrare quello che passava per poi rivederselo quando lo si voleva. La diretta conseguenza di questa prassi era che ci si prestava queste cassette, una specie di condivisione dell’intrattenimento. Tagliando, a me arrivarono alcune cassette (parlo del 1984/1985, avevo 6/7 anni) tra cui appunto, L’isola sul tetto del mondo. Per quanto la memoria con gli anni diradi i ricordi e le scene vissuti, ricordo quasi in maniera intonsa la sensazione che ho provato la prima volta che l’ho visto. Venni rapito da questo viaggio enorme verso le profondità di una parte del mondo che ovviamente per me non era lontana, ma lontanissima. Una delle cose che la tecnologia ci ha tolto, e non da ora, infatti, è il senso del mistero e della scoperta. Oggi dire di andare a scoprire una parte della terra è quasi una presa in giro, prima era l’apice, appunto, dell’avventura e dello sconosciuto. Quel percorso a step tra modernità, paesi inesplorati, tribù di un tempo lontano (anche per l’epoca) era per me la curiosità fatta persona, il modo con cui le prime domande sulla distanza venivano a galla e con questo film trovavano un minimo di risposta. E poi c’era lui, il re del cielo: la mongolfiera. Anche in questo caso la percezione che si aveva di una cosa del genere era completamente diversa. Il volo era ancora, almeno per le persone comuni e per i bambini in particolare, qualcosa di poco tangibile, un elemento straordinario, l’emblema delle possibilità nascoste dell’uomo oltre che la perfetta sintesi tra scoperta e coraggio. Trasformarlo nel mezzo di trasporto di un’avventura (la storia parte e si sviluppa con un padre facoltoso che cerca il figlio partito per trovare proprio questa misteriosa isola) era veramente qualcosa che travalicava la bellezza e che si incastrava in quel sogno ad occhi aperti che ogni produzione del genere doveva e, con presupposti diversi, deve ancora avere.
Al timone di questo progetto, cosa che ovviamente scoprirò solo successivamente, quel vecchio genio di Robert Stevenson, quello di Mary Poppins tanto per intenderci. La sua più grande capacità è stata quella di armonizzare l’elemento visivo, direi meraviglioso per i mezzi dell’epoca, a quello di comprensione e accettazione. In quello che faceva, e qui lo troviamo tutto, c’era qualcosa di magico, magnetico e tutto quindi acquistava di possibilità e vicinanza.
Altro elemento vincente (per come sono fatto io poi..) era la gestione a passaggi dell’avventura. Il fatto che si passasse da un posto a un altro con assoluta precisione e comprensione del luogo a me faceva impazzire, quasi fosse un susseguirsi di quadri di un videogioco. Finito un percorso si passava all’altro e questo avvicinandosi sempre di più alla meta e quindi all’epilogo della questione. Proprio questo schema, l’andare avanti, lo scoprire, l’addentrarsi in qualcosa di mistico e sconosciuto, mi ha sempre distratto dalla parte cattiva. Sostanzialmente, il vecchio capo tribù che cerca di eliminare i nostri protagonisti non l’ho mai trovato come centrale ma appunto un altro modo per far passare di livello la storia e la sua conclusione. Ovviamente questo è uno schema mentale personale e come tale va pesato. Probabilmente la bolla emotiva nella quale venivo immerso alleggeriva il contesto male/bene lasciandomi solo la conseguenza magica e non il mezzo in se.
Come è facile da capire questa non è stata recensione, ma una chiacchierata informale su uno dei castelli della mia passione. A corollario di ciò, chiudo con una considerazione finale che sinceramente non avrei mai pensato di condividere: dal mio punto di vista, ed è una cosa che mi porterò per anni (e che ancora mi porto), questo era un film enorme e il fatto che quasi nessuno lo conoscesse mi sembrava assurdo. Ovviamente solo successivamente scoprii i motivi e per certi versi non ne fui neanche deluso, anzi più passavano gli anni e più questa cosa la apprezzavo e tendevo a tenerla più stretta. L’isola sul tetto del mondo, infatti, era diventato quel film personale e intimo da custodire nei miei ricordi (tutti gli altri che hanno segnato il mio zoccolo duro di amore cinematografico sono famosissimi) e quindi da modellare nel mio immaginario e nella mia emotività dandogli cosi la dimensione che più mi piaceva. Non c’erano termini di paragone o compensazioni da fare, solo un sogno da conservare per un luogo magico e ancora oggi, irragiungibile…
Jonhdoe1978
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