TITOLI DI TESTA: gioventù spaesata.
TRAMA: all’inizio sembra una di quelle storie che non hanno fretta di spiegarsi. Conversazioni che partono a metà, sguardi che non portano da nessuna parte, persone che si sfiorano senza mai davvero incontrarsi. Tutto appare leggero, quasi insignificante, come se il film stesse semplicemente registrando un rumore di fondo. Poi, scena dopo scena, ti accorgi che quel rumore è costante, fastidioso, un cazzo di sibilo continuo. Non perché qualcosa stia per esplodere, ma perché nulla trova mai una forma stabile. Le regole dell’attrazione non ti prende per mano: ti lascia in mezzo a una stanza piena di gente e se ne va, costringendoti a capire da solo chi sei e perché ti senti fuori posto. E forse è proprio lì il punto da cui iniziare.
La trama segue un gruppo di studenti del Camden College che si incrociano, si usano, si ignorano e si feriscono senza nemmeno rendersene conto. Sean è il perno emotivo, anche se non sembra mai davvero presente a sé stesso: scrive lettere che non spedisce, ama persone che non lo ricambiano, attraversa la vita come se fosse sempre leggermente fuori sincrono. Attorno a lui ruotano Lauren, eterna indecisa sentimentale, e Paul, disperatamente innamorato in un mondo che non gli restituisce nulla.

Beata gioventù
I personaggi non cercano empatia, e il film non prova mai a renderli “simpatici”. Sono egoisti, confusi, spesso crudeli senza volerlo. Ma è una crudeltà opaca, quotidiana, fatta più di omissioni che di azioni clamorose. Nessuno è davvero il cattivo, e nessuno è davvero la vittima. È un microcosmo emotivo dove tutti parlano, ma nessuno ascolta.
A metà film c’è una sequenza diventata quasi manifesto: il viaggio in Europa raccontato al contrario. Un’idea semplice e potentissima che riassume tutto il senso dell’opera: anche quando qualcosa sembra intenso, memorabile, fondamentale…alla fine resta solo un rewind di scelte sbagliate e occasioni mancate.
TITOLI DI CODA: alla fine Le regole dell’attrazione resta un buon film, non un capolavoro. Ma è coerente, spigoloso, e soprattutto onesto. Brett Easton Ellis (autore del libro) scrive mondi freddi e senza redenzione, Roger Avary (regista del film) li mette in scena senza addolcirli. Il risultato non consola, non insegna, non abbraccia. Si limita a guardarti negli occhi e dirti: “È così, che ti piaccia o no”. C’è anche un dettaglio che fa sorridere chi conosce bene l’universo narrativo da cui nasce tutto: Sean Bateman è il fratello minore di Patrick Bateman. E improvvisamente tutto torna. Stessa alienazione, stesso vuoto, solo declinato non attraverso la violenza estrema ma tramite l’apatia emotiva.
EXTRA: “La vita è come un errore tipografico: scriviamo e riscriviamo costantemente cose su cose”
Mklane
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