
Non sono molte ma alcune storie presuppongo una conoscenza. Le regole del gioco (Lucky you) è una di queste. Per quanto, infatti, si ci sforzi se non si conoscono almeno le regole basi del Texan Holden (e del poker in generale) molto del significato del film si perde, o meglio, la mente “spreca” troppo tempo nel cercare di capirne le dinamiche perdendosi tutte le componenti emotive a esse collegate.
Detto questo, io ho sempre giocato a poker e sono stato da subito attratto dall’esplosione mondiale della variante Holden avvenuta a fine anni novanta, motivo per cui la storia l’ho sentita subito vicina e a portata di mano.
A differenza di altri titoli con lo stesso cuore, nel Le regole del gioco la componente ludica è continua e pregnante (ci sono vere e proprio sessioni di partite) e quindi la premessa iniziale in questo caso è ancora più importante. Ad esempio in The Rounders, pur essendoci, ci sono più eventi “normali” e questo ha e fa in modo che anche il profano riesca a divincolarsi. In Le regole del gioco questo è un po’ più complicato.
Ovviamente il film non è tutto qui, anzi, e cerca nelle motivazioni del gioco di spaziare in molti argomenti risultando alla fine soddisfacentemente pieno e solido. Soprattutto la componente padre/figlio, che poi è probabilmente quella che la storia vuole sottolineare di più, è articolata molto bene soprattutto perché arricchita continuamente di ramificazioni interpretative differenti. Queste ramificazioni, ed è qui che nasce la mia considerazione, non sono buttate li a presa visione ma hanno ognuna un significato preciso cosi come più interpretazioni e questo porta lo spettatore a confrontartici continuamente e con buono stimolo.
Un filo meno attraente la parte romantica, non perché alla fine non segua un filo logico e consequenziale adeguato quanto perché da l’impressione di utilizzare uno schema troppo sicuro e quindi senza stimoli eccessivi. Tanto per intenderci, i passaggi piacere/passione/problemi/felici e contenti e qualcosa di radicato e al di la che poi è quello che in certe storie vogliamo vedere, in certi casi ha bisogno di qualche elemento nuovo per dare un apporto emotivo importante. C’è da dire, ma questa è una considerazione personale, che il fatto che la dirimpettaia sia Drew Barrymore non mi ha aiutato in questo processo di soddisfazione. Non mi ha mai trasmesso più di tanto e questo inevitabilmente mi ha sempre annacquato i suoi personaggi, compreso questo.
Altra cosa che ho apprezzato è la gestione delle sotto trame. In storie del genere si tende a esagerare e a creare continui castelli pur di ingarbugliare la conclusione convinti che sia la cosa più giusta per intrigare. Non sempre è cosi e la scelta fatta da Curtis Hanson, regista e soprattutto, e Eric Roth (ma da lui non ci si poteva aspettare altro!), sceneggiatore, ha voluto proprio evitare tali rischi trovando una armonizzazione efficace e non scontata. Ci sono, infatti, diversi momenti ponte ma tutti ben delineati e indirizzati e non soffocanti o che appesantissero lo morale o l’indirizzo scelto.
Proprio sotto questo aspetto ho trovato corretto almeno per quello che voleva essere il cuore del film, dare tantissimo spazio al torneo finale. A parte che mettere la voce di Caressa (che ricordo aver commentato diversi tornei reali a cavallo degli anni 2000) è stata una genialata, tale scelta crea un’appendice a quella conoscenza di cui dicevo all’inizio. In Le regole del gioco non devi solo conoscere, appunto, le regole, ti deve piacere proprio il gioco! Se cosi non fosse la quasi mezz’ora finale diventerebbe quasi un supplizio con tanti saluti a motivazione, scopo e messaggio. Capisco che tale scelta ha evidentemente “settorizzato” la pellicola, ma in un certo senso ne ha esaltato il contenuto e l’idea. Per la serie: questo è un film sul gioco e il gioco deve essere il Re e la Regina, se non piace…
Concludendo il discorso attoriale, anche Eric Bana non mi ha mai coinvolto più di tanto, ma devo dire che in questo ruolo ci sta. Non ha bisogno di esternare eccessive emozioni e questo forse, glielo ha reso tutto più facile. Risulta comunque abbastanza evidente la differenza di peso scenico tra lui e Robert Duvall, ma nell’incastro padre/figlio, esperienza e irruenza alla fine, come detto, non stona come avrebbe potuto essere.
Andando a sintetizzare, mi sono imbattuto in questo film per caso (in aereo) e devo dire che mi ha lasciato una buona sensazione anche per merito del finale. Senza stare qui a raccontarlo, basti sapere che cerca di andare oltre l’epilogo scontato della commedia riuscendo a dare un significato più a tutto tondo alla questione. Niente di travolgente, per carità, ma comunque qualcosa che un minimo pensiero te lo lascia nonostante, ed è giusto ribadirlo, un qualche attimo da americanata vecchio stile sparso qua e la (torneo compreso).
Jonhdoe1978


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