
Ogni generazione cinematografica ha i suoi maestri, coloro che negli anni, hanno riscritto le regole generando ogni volta, un genere nuovo, fonte d’ispirazione successiva per molti autori.
Siamo in un bar a Los Angeles e un gruppo di persone apparente molto affiatate, cominciano a discutere sui doppi significati di alcune canzoni, focalizzandosi soprattutto, su Like a Vingin di Madonna. I presenti sono in realtà otto rapinatori intenti a preparare un piano che li dovrebbe portare a rubare alcuni diamanti da una gioielleria. Le cose però, non andranno come previste.
Quando nel 1992, al Sundance Film Festival, Le Iene fu mostrato per la prima volta, nessuno dei presenti avrebbe mai creduto di assistere all’inizio di quella che sarebbe stata una vera e propria rivoluzione culturale. Si perché, e non credo di esagerare, esiste (cosi come per altri registi e sceneggiatori) un mondo del cinema pre Quentin Tarantino e uno post Quentin Tarantino.
La sua è la forza dello stile e della tecnica, il modo assolutamente personale di giocare con le dinamiche raccontate, quasi mai messe in un ordine conseguenziale ma non per questo meno logiche ed efficaci. Personalmente credo che Reservoir Dogs (titolo nato dalla combinazione tra Au revoir, les enfants di Louis Malle, che Tarantino non riusciva a pronunciare, e Straw Dogs di Sam Peckinpah) sia una delle sue opere più riuscite e questo in considerazione sia dei mezzi a disposizione al momento della realizzazione che per le condizioni nelle quali è stato girato. Basti pensare che il budget iniziale era di soli 30.000 dollari arrivati a 1.200.000 solo perchè nel progetto entrò Harvey Keitel (Mr. White), che si innamorò subito, della storia.
C’è l’esaltazione delle idee, il riuscire in maniera geniale, attraverso il montaggio, e una sceneggiatura serrata e cruda a rendere originale un qualcosa che invece, in partenza, non lo era affatto.
Le inquadrature pensate e studiate tutte quasi, maniacalmente, sono da cornice all’esasperazione dei dialoghi, al loro modo conturbante di farti entrare nelle pieghe della vicenda e soprattutto, di caratterizzare i personaggi. Il fatto di farli “parlare tanto” fa si che attraverso il loro tono e/o la semplice gestualità si riesca a percepire la loro personalità, il loro modo di vedere le cose e la vita e questo al di la, a mio avviso, della bravura degli attori. Con questo non voglio assolutamente sminuire nessuno di loro ma l’impressione che ho sempre avuto in questo come in ogni altro film di Tarantino è che siano stati il regista e la sua penna a donare maggiore lucentezza a chi li interpretava e non il contrario.
Nel film, infatti, quella che risalta è l’immagine generale, la perfetta orchestra narrativa, l’armonico avanzare della trama nonostante la divisione a singoli episodi e il suo giocare, perfettamente aggiungerei, avanti e indietro con il tempo. Il risultato è stato far risaltare agli occhi subito, il grande talento di questo regista, la sua maestria nella gestione degli spazi e dei tempi, dimostrando ancora una volta che l’esperienza, era il suo primo vero lungometraggio, è nulla senza l’intuizione e il coraggio.
Tale coralità di fondo non ha escluso l’iconicità di alcuni specifici momenti che trovano il loro apice nel ballo di Michael Madsen (Mr. Blonde) sulle note di Stuck in the Middle with You degli Stealers Wheel nell’atto di torturare il povero Marvin, uno dei poliziotti intervenuti nel mentre della rapina. In questa scena c’è la sintesi di quella lucida follia che il suo autore ha manifestato in tutta la pellicola, quella violenza mai fine a stessa e atta nel caso specifico, sia a personalizzare ancora di più l’animo dei Mr Blonde che, più importante, a svelate il grande mistero della storia: chi era realmente l’infiltrato.
Un’altra delle cose che rimane de Le Iene è quel senso di pienezza che al termine il film ti lascia e questo nonostante siano davvero pochi gli avvenimenti narrati. La sensazione direi quasi magica, è di aver assistito a un racconto che prendesse anni dei loro protagonisti e quindi ben al di la delle poche ora raccontate. E, a mio avviso, questa è stata la vittoria del concetto di narrazione, di come alcune parole e racconti messi nel giusto contesto possono aprire per che li ascolta, scenari mentali enormi su cui costruire tutta una storia. L’immagine, ad esempio, di Mr White (Harvey Keitel) come ladro gentiluomo e con dei principi, risulta chiara, limpida, sembra quasi di vederlo come era e come è e questo senza che si sia mostrata una sola immagine o un solo aneddoto su di lui antecedente al momento raccontato. E lo stesso si può dire sia con Mr Pink (Steve Buscemi) che di Mr. Orange (Tim Roth), a prescindere che quest’ultimo sia il vero amuleto silente e parlante della pellicola. La sua camicia che man mano diventa sempre più rossa è come se fosse l’orologio del film, il modo di dire quanto tempo era passato e soprattutto quanto ne rimaneva, essendo chiaro, sin da subito, che la sua morte, inevitabile, avrebbe segnato la fine della vicenda.
Il finale ha il sapore dei classici, di quegli sguardi da Western anni 60, di cui ne ricalca parole e tempi. Il senso di quel tutti contro tutti è rappresentato magnificamente, come quel sapore di fragilità legato sia alla fiducia che soprattutto, al caso. Una fiducia al buio, fittizia quanto necessaria, per chi decida di mettersi insieme per qualche giorno per uno scopo comune, e alimentata da quel bisogno spontaneo di sentirsi anche per pochi secondi, dalla stessa parte della barricata come amici di una vita, nonostante il contesto. E il caso, invece, che dall’alto della sua indifferenza, decide di salvare l’unico “colore” che è riuscito a mantenere la distanza emotiva richiesta, quasi a simboleggiare nel sangue che ogni avvenimento ha le sue regole da rispettare e, soprattutto, i suoi santi da sacrificare.
Jonhd0e1978























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