
I motivi per cui una persona scrive recensioni sono sostanzialmente due: la condivisione di una autocelebrazione e la necessità/voglia di dare ordine e volto, positiva o negativa non importa, a un’intima sensazione. Tralasciando la prima che riguarda l’ego e per certi versi l’amor proprio, la seconda la potremmo definire come un’onda inarrestabile che parte dal centro del nostro corpo per poi fluire in qualche modo nei nostri pensieri i quali attraverso la penna (tastiera) trovano la loro corretta identificazione. E’ ovvio che questo processo cambia la sua irruenza a secondo del film in questione, più esso tocca certe corde più la necessità è incontrollabile.
Antonia (Margherita Buy) e Massimo (Andrea Renzi) si conoscono sin dal liceo e da ormai quindici anni sono sposati. La loro vita si svolge in tranquillità e condivisione almeno sino a quanto una mattina, distratto dal telefonino, lui viene investito e muore. Antonia, tanto sconvolta quanto impotente, si barcamena tra un ricordo e l’altro con una malinconica interrotta solo dalla scoperta, mentre sistema un nuovo quadro del marito, che lui da circa sette anni la tradiva.
Nel 2001 la società era ancora figlia del millennio precedente e cosi gli omossessuali erano da molti considerati un errore da correggere (oggi per quanto se ne dica le cose sono molto cambiate), l’AIDS una piaga ancora profonda e ben lungi dall’essere affrontata con sicurezza e la diversità di qualunque genere (etnie, religione, nazionalità) un qualcosa da cui in qualche modo difendersi. Questa lunga premessa, unita a quella fatta nelle prime righe, è per sottolineare o meglio esaltare la genesi, lo sviluppo e la conclusione de Le fate ignoranti, film che non fatico a ritenere gigantesco.
La sua grande potenza nasce a mio avviso, dall’illuminata gestione da parte dei suoi autori, Ferzan Özpetek e l’inseparabile Gianni Romoli, della coralità della storia, dell’essere riusciti in poco meno di due ore a rappresentare con forza ed irruenza più mondi, anche distanti, con la stessa intensità, mostrando cosi come tutta la nostra vita si basa solo ed esclusivamente sulle affinità elettive, fisiche o morali che siano. Per arrivare a questa inevitabile conclusione, Le fate ignoranti usa continui paradossi comportamentali, ma lo fa con una delicatezza e un’attenzione da lasciare lo spettatore quasi disarmato. L’ovvia rabbia che si dovrebbe avere, di Antonia su tutti, si trasforma nella realizzazione e nell’accettazione che la genesi della felicità è fatta di tante somme di tante piccole cose. La solitudine, la disperazione, l’abbandono e la speranza si trasformano piano piano in decine di punti di partenza, tanti quanto i protagonisti, che però hanno come obiettivo lo stesso identico traguardo: l’essere capiti e amati.
La malinconia continua negli occhi di Antonia sta proprio li, nel non aver capito e soprattutto per non essere stata quasi all’altezza di trasmettere, almeno dal suo punto di vista, al suo amato lo stesso senso di famiglia di “quell’altro gruppo”. L’unione tra questi ultimi, infatti, dà subito l’impressione di qualcosa di diverso e unico e che ha molto a che fare con la predisposizione a condividere e, appunto, comprendere. Pochi giri di parole, tanta schiettezza, semplicità, voglia di scherzare e contemporaneamente di urlare e soprattutto infinita delicatezza nell’affrontare le debolezze dell’altro. Tante corazze miste ad altrettante fragilità consce e inconsce, guerre continue alla ricerca di soddisfazione, premura e qualche tipo di rispetto.
A differenza di quello che poi capiterà in Saturno Contro, qui i personaggi ti invadono completamente diventando con il passare dei minuti delle singole storie nelle quali immergersi e confrontarsi. Soprattutto Margherita Buy (c’è da dire che questi sono i suoi personaggi) trasmette tutto quello che il suo personaggio doveva: debolezza, malinconia, rimorso e infine una lucida speranza nel presente e poi nel futuro. C’è da dire che comunque tutti i protagonisti si insinuano nella pelle dello spettatore, ognuno ha si una piccola storia da raccontare, ma è funzionale (e qui sta nella bravura di chi questa storia l’ha pensata e scritta) o meglio, armonizzata nel contesto generale. Tante scie luminose nel grande sciame dell’insicurezza e nell’indispensabilità di trovare una piccola spalla sulla quale contare, ridere e piangere.
Due parole su Gabriel Garko. Il suo Ernesto negli ultimi minuti diventa una sorta di ponte che unisce o alternativamente distanzia i pensieri dai gesti. Il fatto che Antonia gli dica la verità sull’amore della sua vita è proprio il contro altare di quello che da li a poco dirà Michele (Stefano Accorsi) e che farà lei stessa: sottolineare la stupidità dell’uomo sia nel non soffermarsi sulle decisioni prese che sulle frasi lasciate a un centimetro dalla bocca. Una splendida contraddizione ma che poi alla fine è la perfetta fotografia di ogni esistenza.
La sensazione perenne che mi ha trasmesso Le fate ignoranti, il titolo è altrettanto illuminato, è dell’aleatorietà e della frammentarietà della vita almeno sino a quando non troviamo qualcuno a cui stringerci in tutto e per tutto. Il problema è che questo status non sempre si raggiunge, il caso come sempre fa la sua parte, e anche quando lo si fa a volte si preferisce fare un passa indietro. Se questo è indubbio, Özpetek in questo film è voluto andare oltre, concedendo a l’uomo il sogno della speranza e della redenzione e questo non solo attraverso nuove conoscenze ma anche e soprattutto nella possibilità di tornare, almeno quando possibile, indietro. Il bicchiere che non si rompe, momento geniale di cinema, questo vuole rappresentare, insieme all’indissolubilità che certi legami per loro natura hanno, al di là delle parole non dette o dette male, figli di quella considerazione che vogliono la sospensione e il non dimenticare la base dell’amore vero.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento