
Un’ iniezione di autostima della durata di 117 minuti.
E’ questo il risultato del nostrano Gabriele Muccino al suo debutto ad Hollywood. Il regista che ha visto sempre criticato in patria il suo successo, vince la scommessa a “Stelle e Strisce” di portare sullo schermo la più classica delle storie (vere) del sogno americano, osservata e sviluppata da un occhio straniero.
In realtà a vincere in tutta questa faccenda è il buonsenso: quello dello sceneggiatore Steve Conrad che si limita a raccontare una bellissima storia già scritta dalla vita; quello dell’ istrionico Will Smith che lascia a casa la “gigioneria” che lo ha reso famoso in tutto il mondo ed abbraccia la sobrietà e l’ essenza di un personaggio mai neppure sfiorato in precedenza; e quello (infine) di Gabrielone nazionale che, in maniera intelligente, punta i riflettori sui sentimenti e sul rapporto “Padre/Figlio”, abbandonando l’ isteria di Come te nessuno mai, L’ ultimo bacio e Ricordati di me e regalandoci la sua “versione” del sogno americano, soffermandosi più sulla ricerca dello stesso (come si evince dal titolo) che sul punto di arrivo, salvandone l’ idea e ammorbidendone il mito.
Muccino, insomma, riesce laddove nomi più blasonati del suo hanno miseramente fallito. Anzi. Preoccupato di finire anche lui nella lista di “Quelli che volevano ed invece…”, butta un occhio verso chi invece è tornato vincitore dagli States: Vittorio De Sica con Ladri di biciclette e Roberto Benigni con La vita è bella.
Non a caso Muccino volle che Smith vedesse i due film prima dell’ inizio delle riprese, intento volto a spiegare all’ attore l’ idea del rapporto fra il personaggio di Chris Gardner e di suo figlio Christopher che aveva in mente, un’ alchimia che vede tutta la sua forza nell’ amore di un genitore per il proprio figlio, di cui ha l’ obbligo di prendersi cura ad ogni costo ed attraverso cui metterà in dubbio il suo percorso e le sue scelte, trovando poi la tenacia di rimettersi in gioco, nonostante la drammaticità della situazione.
Il vero Chris Gardner (oggi un ricco uomo d’ affari) ha dichiarato di essere stato davvero felice insieme a suo figlio durante quel periodo, ma di desiderare di poter garantire allo stesso la medesima felicità, riuscendo a costruire una vita (ed un futuro) migliore per entrambi. Il rischio era proprio quello di far passare tutta la storia come il racconto di una “Scalata sociale”, dove solo attraverso la conquista del denaro si possono risolvere i propri problemi. Il merito di Muccino, a mio parere, sta proprio nell’ aver evitato tutto ciò, narrando invece la storia dell’ uomo, dell’ attaccamento per suo figlio e del suo coraggio a voler cambiare vita.
Contrariamente a quanto si possa pensare a questo punto della lettura, non sono uno sfegatato fan di Muccino, ma riconoscere i propri limiti ed evitare di trascendere facendo il passo più lungo della gamba, è qualcosa che merita di essere elogiato…non è affatto scontato visti i tempi in cui viviamo.
Ed infatti, nonostante La ricerca della felicità sia una pellicola ben recitata, ben fotografata e ben realizzata…una piccola macchia c’è, anche se sicuramente frutto di imposizioni di produzione e di scarso “potere” decisionale da parte del regista, essendo (come già detto prima) al debutto hollywoodiano. Risulta effettivamente abbastanza stucchevole, la visione “ovattata” costruita ad arte di tutti gli esponenti di Wall Street, notoriamente conosciuti come squali ed, in questo caso, disegnati come amorevoli chiocce.
La ricerca della felicità è un film su una storia vera che, attraverso un equilibrato mix di dramma ed ironia (che non guasta mai), tenta di renderci migliori, di credere ad un futuro migliore (soprattutto in un periodo storico come quello attuale) e che sento di consigliare a tutti quelli che non lo hanno ancora visto per un motivo o per un altro, ma che suggerisco ancor più caldamente anche a tutti quelli che l’ hanno già visto e che, fra i tanti colpi sotto la cintura, non hanno mai smesso di sognare.
Alessandrocon2sse
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