
Da dopo Normal People, ritengo Daisy Edgar-Jones una delle attrici più sensuali del panorama cinematografico europeo. E non mi riferisco al solo aspetto fisico, che comunque è oggettivamente piacevole, quanto alla percezione di comportamento e attitudine che ho di lei. Tale mia “valutazione”, mi contraddirei, non si scinde dal suo valore come attrice: è evidente che se ho un’attrazione emotiva nei suoi confronti è perché le sue interpretazioni me l’hanno consentito. Considerazioni che non posso che non confermare dopo il film in questione, La ragazza della palude, se non altro perché è riuscita a gestire un personaggio al tempo stesso empirico e complesso.
Entrando nel particolare e cosi spiegando tale definizione, il cuore della trama parte dall’idea che abbiamo delle situazioni e dei personaggi per poi espandersi, la fine a questo mira, a un più generale e complicato senso della vita. Ora, lungi da me dire che ci troviamo di fronte a una storia che ci fa vibrare l’anima ponendoci domande e questioni sia ideologiche/sociali che emotive/giustizia, ma di certo qualcosa tocca e anche con grande capacità. Inutile nascondere che molto di tale risultato (se non avete visto il film fermatevi) è dovuto dalla fine, ho sempre pensato che potesse andare come poi è andata, anche se per un attimo ho temuto che invece fosse solo una storia di buoni e cattivi con i buoni che vincono. Gli ultimi secondi, appunto, sporcano questo concetto, restituendoci un più vicino e umano senso del giudizio che, come sappiamo, non sempre è coincidente con quello che su carta dovrebbe essere. Se questo è assodato, almeno per me, più difficile era armonizzare l’azione con il percorso della protagonista (a anche il protagonista, ma ci torneremo). In pratica, le possibilità erano o di sbilanciare nella seconda parte quanto pensato e provato nella prima, quasi fosse una sorta di Dottor Jekyll e Mr Hyde, o, cosa poi successa, rimodellare il brutto e il cattivo delle cose ridistribuendole per quello che era il contesto sociale. Parlando chiaro: se il senso di autoconservazione è comunque uno degli elementi che ci contraddistinque come essere umani e quindi facilmente assimilabile,il tessuto sociale della storia (ricordiamo ambientato tra gli anni 50 e 80) ha favorito tale scivolo dando un sapore meno cruento all’evento principale.
Pocanzi ho lasciato in sospeso il percorso del protagonista, Chase per intenderci. Se sulla percezione di Kya mi sono esposto e credo che il messaggio dato e ricevuto in generale sia abbastanza chiaro, per lui non credo sia lo stesso. La domanda, infatti, è: come inquadrare gli ultimi secondi? Butta la prova della colpevolezza nell’ennesimo gesto d’amore dopo una vita passata insieme o gli si sgretola l’anima per non aver mai capito o, meglio, di non aver mai ricevuto la fiducia totale per sapere la verità? Io credo che la brava, più nella gestione generale che per colpi registici, Olivia Newman (ricordiamo essere l’adattamento dell’omonimo romanzo di Delia Owen’s), abbia voluto lasciare la cosa volontariamente appesa, lasciando a ognuno la scelta. Personalmente, penso che un inevitabile graffio nel ricordo lo abbia creato e per la storia non è stato un male proprio per quel concetto di pulizia preliminare (la prima parte) di cui dicevo prima.

Veniamo, però, alle cose meno riuscite. Quasi tutto quello che avviene lo sappiamo dalla voce narrante della protagonista. La conclusione ci fa capire che è ella stessa che ce la racconta quando l’età è avanzata e la vita gli sta sfuggendo via, ma la cosa non è chiara e non è, a mio avviso, un bene. Capisco che non si poteva dirlo subito, se avessimo saputo che lei ce lo diceva in quegli anni avremmo capito che non era stata condannata, ma una gestione più ragionata era almeno auspicabile.
Detto questo, alla fine non significa che il risultato è stato raggiunto, ma molto, oltre per i motivi esposti e torniamo all’inizio, per grandi meriti della Edgar-Jones. Tanto per rimanere in tema di Normal People, non paragoniamo la sua interpretazione a quella del suo dirimpettaio Paul Mescal in Aftersun, li stiamo nell’olimpo, ma di certo ha contribuito, con quello che trasmette in generale e in particolare, in maniera determinate a creare quel misticismo mischiato alla materialità di cui film e personaggio avevamo bisogno.
Continuando su questo filone, e andando a chiudere, amo i film che fanno toccare l’dea con il fango, semplicemente perché credo che quella sia proprio la nostra essenza. Non siamo solo sogni e idee e non siamo neanche solamente azioni e razionalità. Anzi, proprio la percentuale di immistione tra i due, più è bilanciata e più ci differenziamo, è il nostro unico e irripetibile Dna e a cui ognuno, prima o dopo, deve concedersi. Nel raccontare queste storie però, a volte, serve anche un pizzico di coraggio (è facile presentare i fatti senza esporsi) e questo La ragazza della laguna l’ha fatto, senza, giustamente, marcare troppo e lasciando cosi una parte di giudizio all’insindacabile coscienza di ognuno di noi.
Jonhdoe1978























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