
Per le serie tv esiste una vecchia e, a mio avviso, triste regola (che vale evidentemente solo per chi inizia a seguirle dall’inizio e non dopo chiacchere, premi e applausi): tu non sai mai nell’esatto momento in cui le stai vedendo che quelli diventeranno uno degli apici della tua filmografia. Faccio l’esempio più banale del mondo: chi avrebbe mai pensato che quel professore dichiarato terminale, in mutande e con la pistola fuori da un camper, sarebbe diventato uno (e il tuo) dei personaggi più iconici di genere? Nessuno e quindi quel momento è diventato epico (non esagero) a posteriori e non in quell’esatto istante. E lo stesso vale per quel giorno di fine 2017 quando spinto da un post molto carino, i social e le condivisioni in genere a questo dovrebbero servire, ho visto la prima puntata de La fantastica signora Maisel. La prima considerazione che ho fatto è che fosse molto ben fatta, ma mai, ripeto mai, sbagliando, avrei pensato che quello era l’inizio di un percorso che la avrebbe portata nell’Olimpo (il mio sicuramente), ed ecco il mancato Carpe Diem, delle serie tv.
Detto questo, che riguarda più il concetto della rivalutazione del tempo e di come molto spesso (magari in questo caso non per colpa nostra) non assaporiamo i momenti per quello che sono, non si può non iniziare questa chiaccherata sfruttando l’aggettivo del suo titolo originale: meravigliosa. Una serie sublime che attraverso una sceneggiatura inarrivabile (la migliore di sempre?) ci racconta dell’enorme complessità dei rapporti umani e di come fallimento/riuscita/accettazione facciano parte, quasi sempre, dello stesso percorso.
I coniugi Palladino utilizzano il mondo dello spettacolo, rappresentazione immaginaria della realizzazione, ancora di più in quegli anni, per arrivare al sottobosco della vita umana fatta di compromessi, piccole vincite, continue paure e di una serie interminabile di cadute e ri-inizi. In questa splendida storia ci parlano di donne, della loro voglia di essere giustamente considerate alla stessa stregua degli uomini (non lo si vede solo in Midge ma anche in Susy, Rose e nel suo piccolo anche in Shirley), di uomini (necessaria ripetizione) e della loro continua altalena emotiva tra inutili “muscoli” e dell’impossibilità di rimanere soli e dell’essere amici e confidenti dove il contare non esiste e che un “e che cazzo” racchiude lo sprono reciproco verso il cercare di essere se stessi. E proprio quest’ultimo con le puntate diventa il cuore della questione, inteso come il modo con cui scacciare tutti i pensieri prima di andare a dormire.
Quello che ha sorpreso e che rende tutto più lucente è però il modo e qui esce tutta l’anima della stand-up. Chi la fa mira sostanzialmente a far ridere parlando molto spesso dei drammi e delle situazioni della propria vita e questo se non è semplice mai normalmente non lo è ancora di più se ci si basa la spina dorsale di una serie cinematografica. Si tratta di una cosa unica, una rivoluzione, un modo mai visto e che, ci possiamo scommettere, porterà a tantissimi tentativi di emulazione.
In queste cinque stagioni si è riso tantissimo, di cuore (anche se la sensazione è che in lingua originale sarebbe stato ancora di più), si è riflettuto e ci si è commossi. La sorpresa è proprio l’alternanza di queste sensazioni che hanno seguito non uno script predefinito, seppur vincente, ma l’andamento del momento della storia. C’è stato l’attimo in cui rallentare e quello in cui accellerare e/o prendere a schiaffi tutto il definito, esaltando cosi ancora di più quel senso di fallimento/ripartenza più volte sottolineato.
La caratterizzazione dei vari personaggi è senza ombra di dubbio la migliore di sempre, su questo c’è poca discussione, essendo stata capace sia di mostrare estremizzazioni evidenti che un’armonizzazione, figlia proprio delle possibilità di personalità, incantevole. Senza far torto a nessuno però, Abe (quanto vorrei passare una serata con lui) e Susie sono stati una spanna sopra agli altri. Sono l’apice della curva dell’eccentricità e paradossalmente della normalità. L’essenza delle possibilità, del non mollare, di mirare al cambiamento conservando le origini e soprattutto, ognuno a modo loro, del diverso modo con cui si può amare qualcuno. Proprio l’amore è uno degli argomenti affrontati dalla serie anche se in modo non tradizionale e per questo, ancora più morbido e delicato. Nella puntata sette dell’ultima stagione (qui evidentemente spoiler), c’è proprio questa impronta rappresentata dall’amore sempre percepito ma mai dichiarato di Susie per Midge. Le lacrime della prima, la dura, l’imperturbabile, la ruspa, davanti alla solo immagine della sua Miriam è di una bellezza e iconicità meravigliosa e ci mostra come il sentimento più grande di tutti non ha confini, barriere e modo di essere affrontato. Sempre in tema di momenti “epici”, non si può non citare il monologo di Abe verso la figlia nella penultima puntata della quinta stagione. In quell’istante quei geni dei coniugi Palladino hanno distrutto ogni barriera per mostrare come anche il cervello, Abe era uno dei più grandi fautori, in certi casi, si arrende all’emozione e all’emotività, rimandone ammirato e, perché no, riconoscente.
Nel momento in cui The Marvelous Mrs. Maisel è finita ho avuto quella fitta riconoscibile che ho sempre quanto qualcosa che mi ha travolto finisce. Questa serie non ha mai sbandato, sempre all’apice, non si è mai adagiata sulla strada segnata, sempre un passo in più, e soprattutto è riuscita in maniera convincente a chiudere ogni cerchio. E non ha avuto il lieto fine come può sembrare, intorno ci sono tutta una serie di sconfitte e compromessi (nel cuore di Midge è rimasto l’uomo della prima puntata) che lo rendono lo specchio della vita in generale . Certo, il messaggio è che con la costanza, la faccia tosta e la determinazione ce la si può fare, ma personalmente credo che la freccia abbia puntato molto più lontano, prendendo comunque il centro.
Non si può non chiudere dicendo “Tette in su”, frase e simbolo della voglia di esserci e di mostrare la propria anima al mondo, comunque sia il modo.
Jonhdoe1978
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