
Il cinema è un’arte trasversale che ha l’arroganza di andare oltre il tempo e gli stereotipi del momento e questo un po’ perché i racconti in genere rompono qualsiasi argine e vuoi perché le mode non sono mai a termine e tendono, sempre, a tornare.
E se questo è vero in generale, come ogni cosa, esistono delle eccezioni. A livello cinematografico, queste eccezioni sono rappresentate da quelle produzioni che sin dalla propria nascita odorano di un determinato periodo storico (inteso in senso complessivo e quindi recitazione, sceneggiatura, tempi narrativi e stile registico) e non riusciranno mai ad uscire da quel guscio.
Ipotesi di reato (altra traduzione del titolo originale assolutamente inopportuna, non c’entra proprio nulla con il cuore della storia) entra in questa categoria ed è probabilmente, il motivo per cui ho deciso di scriverci qualche riga. In pratica, ho preso questo film quasi come movente per una specie di discussione sull’anima delle produzioni e, appunto, del ruolo bilaterale che il cinema può avere. Tanto per fare qualche esempio, 2001: Odissea dello spazio nonostante i decenni e le possibilità visive evidentemente diverse rispetto a oggi, riesce ancora ad aprirti l’anima trasportandoti, aldila di tutto, nella sua morale empirica e onirica. Al contrario, ovviamente ci troviamo di fronte a due modi diversi di rappresentazione, genere e idea, Ipotesi di reato odora di anni 90’/00’ e non c’è e non ci sarà nulla che potrà sganciarlo da quel contesto. Il modo di parlare, agire, vestirsi, muoversi o pensare è proprio di quel periodo e non riesce mai e dico mai, a staccarsene. E’ come se fosse lo spot dei film di quegli anni.
Entrando un minimo nello specifico, oltre questa disquisizione generale è abbastanza opportuno farlo, il tema affrontato sarebbe anche di quelli immortali e universali (il titolo originale Changing Lanes, cambiare corsia, rende l’idea di ciò) e il fatto che invece, non riesce a elevarsi asseconda e conferma come l’anima diventa più importante dell’idea e del messaggio stesso.
Chiarito questo, e qui c’è molto della magia e della contraddizione che amo del cinema, il film funziona e anche bene, soprattutto perché ha la capacità di rinnovarsi narrativamente minuto dopo minuto. Sostanzialmente, la trama non si trasforma, ma si evolve senza per questo perdere le sue peculiarità e il fine che voleva raggiungere. Anche la fine, anche questa firma indelebile di quel periodo, ti da una morale sporca (nel senso che non impone un andamento preciso) lasciandoti cosi la libertà/sensibilità di gestirti emotivamente il messaggio. Per carità, non ci troviamo di fronte a una storia indimenticabile (i cardini della narrazione sono molto comuni, soprattutto e ovviamente per il periodo), ma, in particolare nella parte finale, qualcosa ti lascia se non altro per quel “non è mai troppo tardi (anche dopo aver sorpassato qualche limite)” a cui aspira.
A livello di pura regia, e per questa intendo anche la scenografia, sembra veramente assistere alla prova di una persona appena uscita da un corso specifico di un determinato modo di raccontare. Attenzione, sembra, perché alla fine Roger Mitchell è quello che girò tre anni prima Nothing Hill, film che al contrario di quanto detto, trasuda di immortalità, ieri come oggi. Questo, dimostra ancora una volta, che alcune volte l’equilibrio intimo di una storia va oltre la motivazione e l’intenzione, giocando con il caso e l’ispirazione del momento.
Non poteva uscire da questo schema, nonostante un cast generale assolutamente importante, il livello recitativo. Escludendo Ben Affleck, con il tempo migliorerà per intensità e coinvolgimento, che in quegli anni quello poteva dare, tutti gli altri assorbono l’anima scelta dal racconto modellandosi (e in alcuni tratti appiattendosi, è giusto dirlo) a esso. Si potrebbe dire che è un limite, ma invece, credo che in questo caso sia una giusta conseguenza.
Ipotesi di reato, per colpa evidentemente del titolo, è un film che non ti aspetti e che ti prende, ti porta e ti lascia negli anni novanta. In pratica, se non ci sei mai stato, puoi vedere quali erano le caratteristiche specifiche e generali (non è che si prende questa produzione come punto di riferimento di un periodo, per carità), se invece, ci hai sguazzato per anni (come me) ti ci trovi esattamente le stigmate di quello che sapevi e conoscevi.
Una storia corta, giustamente, che non si smarrisce quasi mai e che ti lascia passare con serenità un po’ di tempo concedendoti qualcosa e senza darti mai l’impressione di star perdendo tempo. Può sembrare un’affermazione povera, ma se pensiamo a quante produzioni abbiamo davanti ora e a come è complesso, senza volontà, andare a vedere o rivedere progetti del passato, tale risultato non è poi cosi inutile.
Ultima annotazione sul concetto di compromesso, vero cuore del film. Tutti viviamo con esso e, in molti casi, per lui, la differenza è la percentuale di cuore e di anima che ci mettiamo accanto. Il film ci da le due versioni, stando ben attento, altro punto di merito, a stare lontano dai due estremi, paradossi evidentemente poco comuni e che avrebbe reso quasi astratto ogni discorso.
Jonhdoe1978
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