
Vuoi perché è oggettivamente una bella ragazza, vuoi per il ruolo ricoperto in Euphoria (serie che l’ha lanciata) o vuoi perché nelle uscite pubbliche non ha mai disdegnato abiti che facessero risaltare le sue forme, Sydney Sweeney è diventata uno dei sex symbol della sua generazione. Ne consegue cha la notizia di un film nel quale mettesse su i panni di una suora ha causato molto curiosità, se non altro perché si aveva la netta sensazione che si trattasse per lei di un habitat interpretativo nuovo o comunque fuori dalla sua zona di confort.
Immaculate, nuovo film di Michael Mohan, ci racconta, infatti, la storia di una giovane ragazza americana che dopo un trauma giovanile decide di venire in Italia a prendere i voti e dedicare la sua vita a Dio.
Prima di entrare nel merito credo sia necessario fare un paio di premesse. Tirare in ballo la chiesa in una storia horror non dico che è ormai è una consuetudine ma quasi. Il motivo è molto sociale e va ricercato sia nella considerazione che davanti al sacro il profano si esalta meglio che dal fatto che il male di fronte al bene diventa mentalmente ancora più male. Si potrebbero anche accennare alle perplessità sempre più dilaganti sulla chiesa in quanto tale ma si aprirebbe un discorso lungo e senza soluzione essendo, giustamente, legato alle proprie intime convinzioni. Detto questo, come per ogni argomento, è poi necessario saperne sfruttare le caratteristiche e i punti di forza allontanando così i dubbi.
Andando nello specifico, Immaculate nella parte iniziale sfrutta, appunto, tutto il suo potenziale emotivo servendosi completamente di quell’alchimia giusto/sbagliato di cui si diceva poche righe fa. E’ ovvio che trattandosi di un film horror tutti si aspettavano qualche stortura ecclesiastica ma la bravura è stata quella di non esagerare subito lasciando la storia per il giusto tempo sul cornicione. Ad un certo punto però, e neanche senza aspettare esageratamente (il film comunque dura appena 85’ minuti), la storia esplode e tutti i piccoli strattonamenti fin li dati diventano spinte decise e sproporzionate. Il problema è che proprio questi scossoni. minuto dopo minuto, sembrano andare oltre un coordinato ordine delle cose. In sostanza, viene da pensare: ecco il classico horror che alla fine mette troppe cose insieme estremizzando ed esagerando il concetto. Questo è il pensiero che tutti hanno/avranno ad un certo punto per poi essere travolti dagli ultimi secondi, assolutamente agghiaccianti e geniali. So che è storia vecchia il fatto che una grande fine può aggiustare un percorso altalenante ma in questo caso, garantisco, non esagero. I minuti finali, tre direi, abbagliano lo schermo e tutto quello che fin li avevamo pensato viene spazzato via più forte di uno tsunami. E’ come se Andrew Lobel, lo sceneggiatore, abbia voluto giocare con noi portandoci prima su un terreno storicamente conosciuto (alcune scene sono evidentemente dei clichè di genere) e poi stravolgere tutto. Posso garantire che è riuscito a creare un’inversione nella percezione delle cose fuori dal comune portando il pensiero di un evento, o meglio, dell’evento al suo estremo più lontano. Per arrivare a questo punto, però, è stato necessario anche l’aiuto della protagonista che all’improvviso da lontana e spaesata è diventata intensa e spiazzante. Certo, tale switch non cancella tutta la sua prova, oggettivamente piatta, ma di certo (dubbio che ho avuto più di una volta e che tuttora ho) ha mostrato che qualcosa in pura interpretazione ha.

Passano i mesi e ogni volta mi stupisco di come questi anni siano oggettivamente il periodo d’oro dell’horror. Sono ormai decine le pellicole di livello degli ultimi 10 anni, dopo un periodo, per usare un eufemismo, estremamente fiacco, che non si può dire che è un caso. Sembra che proprio il movimento ha acquisto smalto e che le piccole/grandi genialate hanno trovato il giusto compromesso tra sorpresa e giudizio. Entrando nello specifico, la sensazione che sia ha dopo i titoli di coda di Immaculate è che l’unica preoccupazione era far arrivare lo spettatore non troppo distante (emotivamente) alla fine sicuri che poi il risultato wow sarebbe arrivato. Obiettivo evidentemente raggiunto. Non nascondo che proprio questo sussulto finale ha mascherato alcuni errori di narrazione evidenti di cui uno, di cui per evitare spoiler non farò menzione ma una volta visto il film sarò facilmente comprensibile, anche molto pesante. Il fatto però che si trovi proprio nel range conclusivo della storia lo rende meno amaro, non c’è stato il tempo di digerirlo mentalmente completamente che si è attivati alla scena finale, che come detto ha ridistribuito tutto.
Ultimi righe, molto sentimentali e poco razionali, su Alvaro Morte. Durante La casa di carta ho sempre avuto l’impressione di un attore al di sotto della sufficienza sorretto e salvato da uno straordinario personaggio. Immaculate, e aggiungo purtroppo, conferma questa mia sensazione e anzi rafforza l’idea che non potrà mai fare più nulla di completamente identificativo e/o importante.
Jonhdoe1978
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