
Nonostante la televisione sia ormai piena di programmi sulla cucina, i vari Masterchef, Hell’s Kitchen, Quattro Ristoranti per citarne alcuni, a livello cinematografico non c’è una grande produzione in merito. E questo probabilmente, per la difficoltà di sintetizzare in un tempo così limitato una passione che comporta una lunga preparazione sia di gesti che di pensiero.
Adam Jones (Bradley Cooper) è un noto chef di Parigi con due stelle Michelin, caduto in disgrazia a causa dell’eccentricità del suo carattere sfociato nell’abuso di alcool e droghe. Dopo tre anni, passati a pulire ostriche a New Orleans, in una specie di purgatorio volontario, decide di rimettersi in gioco in quel di Londra, puntando a riprendere in mano le redini della sua vita sia lavorativa che emotiva.
Il Sapore del Successo ha una struttura di base e di sviluppo abbastanza semplice e lineare: il successo, l’abuso, la caduta e il tentativo di redenzione prima come uomo e poi come chef. Ed è proprio nella ricerca di questo nuova El Dorado che il film prende le mosse e si sviluppa.
La buona riuscita, secondo me, della pellicola è dovuta sia dall’inizio frizzante e d’impatto che dal fatto, come detto in apertura, che ci si muove su un territorio che ormai è entrato nelle case di tutti: la cucina. La familiarità, infatti, che ormai abbiamo con i vari fornelli, forni, ingredienti e impiattamenti è tale che ha permesso al film di aprirsi una corsia preferenziale e rendersi immediatamente piacevole allo spettatore.
La ricerca della via verso la terza stella, massima onorificenza per uno chef, da parte di Adam Jones viene rappresentata come un grande percorso interiore, un passaggio obbligato dopo l’oblio, la necessità da parte sua (come di ognuno) di trovare un equilibrio di pensiero e di comportamento da mantenere prima con se stesso e poi con gli altri. D’altronde quando si raggiunge il punto più basso esistono solo due strade: rimanere impantanato li fin quando l’anima e il corpo non si disperdono nell’oscurità o cercare di risalire piano piano facendo affidamento sia alle proprie forze che alle persone che si conoscono e che se accettano di starti ancora accanto, a prescindere dal ruolo, hanno qualcosa che li lega profondamente a te. Ed è questo il principio base su cui si issa Adam, riconoscendo finalmente che in cucina ognuno hai una parte fondamentale all’interno della stessa scacchiera (così come in molte altre situazioni della vita), il far da solo non basta, senza l’aiuto e la fiducia si arriva sino ad un certo punto, poi ci si arena e si resta impigliato negli errori e nell’ira. Adam compirà questo passaggio, alzerà la testa e smetterà di guardarsi in continuazione le spalle, passando così dal fallimento, la solitudine e l’opportunismo al raggiungimento dell’obiettivo.
Bradley Cooper anche in questa circostanza, è centrato e credibile, il mondo in cui si muove non è di certo il suo, ma questo non gli ha impedito di dare un’interpretazione solida e convincente. Forse in alcuni passaggi avrebbe dovuto accentuare l’irascibilità e l’egoismo del personaggio ma la parte carismatica, assolutamente perfetta, ha compensato e sopperito a questa piccola mancanza.
Sorprendente Sienna Miller nei panni di Helene, il sous chef di Adam. E’ apparsa subito a suo agio sia nel personaggio che nel ruolo, non a caso il vero chef Marcus Wareing, che ha accompagnato e aiutato gli attori per tutto il film, al termine delle riprese ha parlato in maniera entusiastica delle capacità culinarie della Miller.
Ai due protagonisti sono da aggiungere tutta una serie di attori (su tutti Daniel Brühl e Omar Sy) di livello altissimo che hanno avuto il compito di illuminare qua e la un canovaccio comunque, già di suo performante e deciso.
Tutto il film alla fine, non è altro che una lunga preparazione alla parte finale, un percorso che porta il protagonista non solo al punto A di partenza, ma a un livello superiore, soprattutto di consapevolezza umana.
Le parole sono sostituite dagli sguardi e dai gesti, come se a un certo punto ci sia la materializzazione di tutti i pensieri e di tutte le aspirazioni di una vita. La cucina diventa un tutt’uno fra chef, aiutanti e aiutanti cuochi, come se all’improvviso fossero tutti un solo coro per la medesima sinfonia, un concerto naturale con uno spartito scritto e inciso nel cuore e nella testa. E quando è cosi la musica non si ferma trovando la sua perfetta unione tra alti e bassi. Ed è in questo equilibrio che Adam si unisce, per la prima volta, alla sua brigata per la cena di fine servizio, rendendo cosi visibile quella trasposizione materiale tra l’io e il noi necessaria per raggiungere un obiettivo importante e comune. Un’unità sancita da un sorriso tanto stanco quanto appagante con le prime luci dell’alba che fanno capolino facendo assaporate il dolce sapore del successo: hanno appena ottenuto la terza stella Michelin.
Johndoe1978
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