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Il regno (2018) di Alessandrocon2esse

⭐22 Maggio 2025 ⭐ Contrassegnato con: Il regno, Il regno Recensione, Recensione Il regno

Il regno Interna

Nel panorama del cinema politico contemporaneo, Il regno di Rodrigo Sorogoyen si impone come un’opera incandescente, spietata e ipnotica, capace di raccontare con i codici del thriller una delle più profonde malattie della società moderna: la corruzione sistemica.
Il film, premiato con sette Goya nel 2018, è ambientato in una Spagna riconoscibile ma mai nominata, attraversata da scandali, connivenze e giochi di potere. Ma è anche (e forse soprattutto) un racconto universale su come la sete di potere si traduca in una forma deviata di religione secolare, in cui non esistono più destra o sinistra, ma solo la feroce conservazione del proprio posto nel “Regno”.
Protagonista assoluto è Manuel López-Vidal (Antonio de la Torre), detto “Manu”, vicesegretario regionale di un partito politico che si regge su un consolidato e diffuso sistema clientelare. Siamo alle soglie della sua ascesa a livello nazionale quando, come un fulmine a ciel sereno, esplode uno scandalo che lo travolge insieme ai suoi alleati. Invece di proteggersi a vicenda, i suoi compagni lo isolano, lo scaricano, lo tradiscono. Manu, espulso dal sistema che lo ha nutrito, si ritrova braccato dalla stampa, dalla giustizia e dagli stessi amici che fino al giorno prima brindavano con lui a bordo di lussuosi yacht. Ma non è disposto a cadere senza combattere. Il film segue la sua frenetica discesa agli inferi, un viaggio rabbioso e disperato per vendicarsi, salvarsi, o forse solo sopravvivere.

Il regno Interna 2
Sorogoyen, già conosciuto per il notevole Che Dio ci perdoni, dimostra un dominio assoluto del ritmo e della tensione. Il regista non è un semplice film di denuncia, ma una vera e propria immersione nel magma pulsante del potere corrotto. Sorogoyen fonde l’urgenza morale del cinema politico con le forme più nervose e ansiogene del thriller: il risultato è un’opera tesissima, incalzante, che cattura lo spettatore fin dalla prima sequenza (un lungo piano senza tagli, che segue il protagonista da dietro le spalle come un destino ineluttabile) e non lo lascia più andare.
La messa in scena è stilisticamente ossessiva: la camera a mano si muove febbrile, i movimenti sono convulsi, i piani sequenza si protraggono fino al parossismo, generando uno stato di perenne tensione. La colonna sonora elettronica di Olivier Arson, fatta di pulsazioni nervose e sinistre, è parte integrante di questa vertigine percettiva, amplificandone l’effetto quasi ipnotico. Antonio de la Torre offre una performance monstre: il suo volto, contratto in un’espressione tra il furore e il panico, diventa il barometro dell’angoscia collettiva di un’intera nazione. Il suo corpo (sempre in movimento, sempre in lotta) è la mappa di un potere in disfacimento.
L’abilità del film sta anche nella sua capacità di costruire un mondo iperrealista, ma privo di coordinate esplicite: né il partito del protagonista, né la città in cui si svolgono i fatti sono mai nominati. Non è un’assenza casuale, ma una scelta programmatica che eleva il racconto dalla cronaca al simbolo.

Il regno Interna 3
Il regno è un’opera sull’astrazione del potere, su come le strutture politiche, una volta degeneratesi, assomiglino a quelle della criminalità organizzata. I politici sono rappresentati come “gangster incravattati”, chiusi in attici brutalisti o uffici in vetro, separati dalla realtà, immersi in un mondo parallelo dove tutto è trattativa, compromesso, ricatto.
Questa astrazione trova riscontro anche nelle scenografie e nei luoghi: yacht privati, spiagge deserte, interni di design, fiduciari offshore ad Andorra. Ogni ambiente comunica distanza, alterità, chiusura. Il microcosmo del “regno” è al tempo stesso ovunque e da nessuna parte. Ciò che importa non è dove o quando, ma come: il meccanismo di potere, il suo linguaggio, la sua logica.
E se la storia in sé (la caduta di un uomo potente travolto dallo stesso sistema che lo ha costruito) può sembrare già vista, è nell’intensità della messa in scena e nella densità della scrittura che Il regno trova la sua originalità. Sorogoyen e la co-sceneggiatrice Isabel Peña non offrono un punto di vista moralizzante, ma anzi mantengono uno sguardo freddo, chirurgico. Non c’è redenzione per Manu, né una vera catarsi per lo spettatore. Anzi, proprio nell’epilogo, quando la risoluta giornalista Amaia Marín (Bárbara Lennie) pone al protagonista la domanda cruciale “Si è mai fermato, almeno una volta, a chiedersi cosa stava facendo?”, il film sembra suggerire che la vera tragedia non sia la colpa, ma l’incapacità di riconoscerla.

Sospeso tra critica sociopolitica e affresco psicologico, El reino è anche il racconto di un’epoca: l’inizio della fine del partitismo classico, il tramonto delle ideologie, l’ascesa dei populismi. È un film figlio della crisi economica, della digitalizzazione ossessiva, della post-verità.
In una scena significativa, un giovane registra un litigio con il cellulare: è l’immagine di una società che documenta tutto, ma capisce poco. La politica non è più dibattito pubblico, ma intrigo, performance, omertà. Un’arena in cui il più forte sopravvive finché conviene.
Il regno è una pellicola che non offre risposte, ma afferma con lucidità che il sistema non cambia: si adatta, muta pelle, sostituisce volti, ma resta intatto nella sua essenza. Manuel, simbolo perfetto di questa elasticità del potere, è l’uomo che si crede invulnerabile e, forse, lo è davvero.
Perché il “regno” può crollare, ma rinasce sempre, con gli stessi meccanismi, lo stesso cinismo, e la stessa assenza di memoria.

Alessandrocon2esse

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Il regno

Il regno
7.2

Valutazione Complessiva

7.2/10

SCHEDA

  • Regia: Rodrigo Sorogoyen
  • Anno: 2018
  • Durata: 132'
  • Genere: Thriller

Interazioni del lettore

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