
Quando si arriva all’ultima parte della vita la paura più grande non riguarda solo la morte in se, ma il timore di non aver lasciato nulla alle persone che man mano abbiamo incontrato. Il non essere riuscito a creare una breccia sentimentale nella quale cullarsi nell’eternità.
Isak Borg (Victor Sjöström) è un professore ormai in pensione che viene insignito di un prestigioso premio accademico nella cittadina di Lund, sua città natale. La notte prima di recarsi a questa cerimonia, fa un sogno cupo in cui prima si ritrova completamente solo in una parte della città senza possibilità di consultare il tempo e poi all’interno di una bara morto. Svegliatosi di soprassalto, decide di intraprendere il viaggio in macchina nonostante le recriminazioni di Agda (Jullan Kindahl), governante che lo accudisce da 40 anni e che lo vorrebbe sull’aereo come da programma. Pochi minuti prima della partenza, la nuora Marianne (Ingrid Thulin), in crisi con il marito, gli chiede se può accompagnarlo ricevendo un si come risposta.
Ingmar Bergman ha sempre avuto una spiritualità sofferta evidenziata sia dal suo modo di vivere, di cui ha più volte parlato, che dal tenore e dallo spessore delle sue opere, teatrali o cinematografiche che siano. In ognuna di esse ha inserito le sue domande più recondite spesso non riuscendo a trovare nessuna risposta ma solo sensazioni legate per lo più al senso di speranza a cui più volte si è aggrappato. Apice di questo percorso meditativo riguardante il senso profondo della vita è, senza ombra di dubbio, Il Posto delle Fragole, che ritengo per regia, messaggio e profondità il suo capolavoro assoluto.
E’ una storia che mischia il sogno con la realtà e che analizza le prospettive e le aspettative a seconda dell’età che si sta vivendo avendo però, come comun denominatore la netta contrapposizione tra l’apparire e l’essere. E cosi abbiamo i tre giovani con l’arroganza e la sicurezza di chi ha ancora la vita davanti, la coppia nel mezzo del cammin composta da Marianna e Evald (Gunnar Björnstrand), figlio di Isak, intrappolati in un limbo di negatività che non gli permette di guardare con serenità né avanti né indietro e poi, infine, il vecchio professore, il protagonista, che ormai crede di aver già dato e detto tutto. La vita però non è una scienza esatta e così quando meno te lo aspetti può regalarti un giorno inaspettato che sgretola credenze ossidate, convinzioni apparenti e maschere ritenute necessarie. La presunta indifferenza lascia spazio al senso di solitudine, al rimpianto di aver forse fatto scivolare troppo facilmente la polvere sotto il tappeto, sfigurando una vita che aveva altre premesse. E quando la vita grida troppo forte è li che ci rifugiamo, nel momento, la giovinezza, nel quale il sole era sempre acceso e dove, appunto, le fragole erano indiscutibilmente rosse. La mente di Isak coccola quei ricordi abbandonandosi alla catarsi del tempo, continuando a non avere malizia nonostante la conoscenza della sofferenza che tale atteggiamento gli ha comportato. L’equilibrio dell’età si spezza nel momento in cui ci si libera, almeno mentalmente, delle catene del socialmente corretto aprendo la sua vita a nuove esperienze che in un battito d’ali allontanano l’ossessione e l’odore della morte. Quest’ultimo è un tema ricorrente per Bergman, una ricerca continua ed estrema di un significato profondo del motivo del nostro agire, quasi il voler sapere se c’è un premio dopo una vita che ritiene complicata e spesso piena di inconvenienti sgradevoli. Ne Il Posto delle Fragole il regista svedese abbandona però, il simbolismo con il quale si è sempre approcciato a tale argomento, utilizzando un linguaggio più lineare ma in egual misura intenso, profondo e intimista. Il concetto di speranza, inteso come approccio positivo alla vita a prescindere dall’età, va ricercato nelle origini, nei posti e nei luoghi in cui ci sentiamo al sicuro e in cui cerchiamo sempre una parola di conforto quando riceviamo uno schiaffo. Un mondo immaginario dalla fisionomia reale del ricordo nel quale immergersi e succhiare forza per svestire il comodo vestito dell’indifferenza apparente per immergersi nelle emozioni.
La regia di Bergam è commovente, ricercata, attenta a far trasparire in ogni inquadratura l’intensità del momento, il contrasto interiore che c’è tra il dire e il pensare. Il tutto accompagnato da una buona prova interpretativa generale che ha però, la sua indiscussa punta di diamante in Victor Sjöström, perfetto in movenze e tempi.
Il Posto delle Fragole è un film on the road dell’anima, del modo con cui poter riassaporare il senso intimo dell’amore e del dolce della vita. Il riuscire a prendere coscienza che non è mai troppo tardi per regalare e regalarsi delle parole piene e che non nascondino le reali sensazioni che proviamo. Per farlo però, è necessario trovare nella memoria, soprattutto quando l’età avanza, un luogo, un ricordo che ci liberi da ogni peso, che ci culli nella soffice sensazione della leggerezza e della felicità. Isak parte con l’ombra della morte alle spalle, con la sensazione di aver appena sfiorato la vita, per poi arrivare con la consapevolezza di aver lasciato qualcosa di se sia nelle persone che non ci sono più che in quelle che ha appena incontrato o che incontrerà. La sensazione e la convinzione di non dover sempre rimanere silenziosamente in disparte ma di poter intervenire e cercare di aiutare chi gli sta intorno sfruttando il senso di benessere e attenzione ritrovato e questo anche grazie a un ricordo di nuovo nitido di chi non avrebbe mai potuto tradirlo.
Jonhdoe1978
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