
Se appena un anno prima, pur non essendo un capolavoro, Così parlò Bellavista aveva riscosso un discreto successo e fatto sorridere grazie ai suoi simpatici interpreti ed azzeccatissimi dialoghi, Luciano De Crescenzo con il suo (troppo precoce) sequel fallisce totalmente l’obiettivo.
Con Il mistero di Bellavista, lo scrittore/regista del quartiere San Ferdinando torna a raccontare delle avventure del Prof. Gennaro Bellavista, sulla medesima falsariga del capitolo precedente, ma in tono decisamente minore ed esasperando l’aspetto macchiettistico. Privo di una vera e propria trama, in realtà viene da pensare più ad un capitolo complementare che ad un vero e proprio sequel.
L’occasione per poter osservare la multiforme umanità che popola i vicoli napoletani, arriva stavolta da un probabile delitto osservato per caso attraverso la finestra da un telescopio, in pieno stile La finestra di fronte di Alfred Hitchcock e le successive indagini private, imbastite alla carlona dal professore e dai suoi due “adepti”: il netturbino Saverio (Sergio Solli) ed il vice sostituto portiere Salvatore (Benedetto Casillo).
Senza starci a girare troppo intorno, siamo praticamente alle solite: se il progetto cinematografico non nasce già in partenza come trilogia, saga o pellicola a capitoli, è quasi sempre inutile stiracchiare alla bell’e meglio una mezza idea e provare a sfruttare la scia della buona riuscita di un film…99 volte su 100 si rischia la débâcle. Il pubblico in sala non è (del tutto) stupido ed inconsciamente, in cuor suo, si rende conto della presa in giro e della mancanza di “freschezza” del prodotto.
Il mistero di Bellavista, pur riuscendo a strappare qualche mezzo sorriso, appare come una sequela di storie e storielle unite da un labile filo logico, ma troppo spezzettate e disomogenee. Le virate di filosofico stampo di De Crescenzo provano ad aggiungere un po’ di sale, ma alla fine il pappone resta fortemente sciapo. Probabilmente il romanzo Oi dialogoi da cui è ispirato il film non fornisce spunti sufficienti, ma è proprio lì che pecca la pellicola a differenza della precedente, proprio in quei “dialoghi” che ne avevano scaturito il successo. Qualche trovata geniale c’è, come il finale alla Mostra del Rifugio Antiatomico, ma a sto giro l’ingegnere con la passione per la filosofia non riesce, forse perché pur essendo simpatico non è un attore, a fare da collante tra i vari siparietti già deboli di scrittura.
Ambientazioni e musiche (di Renzo Arbore) sono le medesime di Così parlò Bellavista. Anche gli attori, seppur con ruoli differenti. Nella lunga lista, si fanno notare positivamente Marisa Laurito nella parte della Marchesa Marisa Buonajuto di Pontecagnano ed un Andy Luotto in grande spolvero, nel ruolo del pellicciaio italoamericano Frank Amodio, purtroppo protagonista di pochissimi interventi (tra cui quello del sopracitato Rifugio Antiatomico).
Per riuscire a dare un senso al film, bisogna osservarlo come una “Cartolina”, poiché non manca di offrire paesaggi locali e piccoli scenari domestici dal sapore nostalgico. Guardare Il mistero di Bellavista, somiglia un po’ a sostare tra i vicoli e i cortili della vecchia Napoli, in un dipinto avulso dal resto del territorio italiano, abitato da maschere e macchiette con l’inclinazione per la commedia, in cui De Crescenzo si trova a proprio agio a cucire quelle storie divertenti, senza fini pedagogici, ma che riescono comunque a far riflettere.
Per intenderci: ad una mostra dell’artista statunitense Tom Wesselmann, se al posto delle opere fossero esposti i due film di De Crescenzo, se considerassimo Così parlò Bellavista come “Un’opera d’arte”…Il mistero di Bellavista sarebbe sicuramente “Un cesso scardato”.
Alessandrocon2esse
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