
Il consumismo e il senso del Natale. Due momenti che per definizione dovrebbero essere distanti e che invece, per indole e per consuetudine, sono diventati un tutt’uno. Questa la premessa sulla quale il talentuoso e mai banale Ron Howard costruisce Il Grinch, primo adattamento cinematografico non animato dell’omonimo libro scritto dal Dr. Seuss.
In un mondo fantastico, sospeso in un limbo immaginario tra il tempo e lo spazio, il film cerca di ricreare, ovviamente in scala ridotta, quelle che sono le contraddizioni dell’uomo, legate soprattutto all’apparenza, alla perdita dei valori e alle discriminazioni fisiche e di concetto. Il risultano è, a mio avviso, altalenante con un finale troppo da tutti buoni rispetto a una costruzione più in linea con il sentimento di denuncia alla quale evidentemente il film mirava. Il Grinch, infatti, non è altro che l’estremizzazione dello smarrimento dei riferimenti di bontà, altruismo e condivisione, di cui il Natale è l’esaltazione, dell’intera società (il nome del paese, Chinonsò, ne è evidenza). La corsa all’apparire e ai beni di consumo, anima della prima parte, si perde parzialmente, come detto, nella parte finale nella quale spariscono dubbi e debolezze per far posto a un tutti angeli estremamente utopico. E’ ovvio che il messaggio finale, vero cuore della storia, è la possibilità per tutti sia di perdonare che di accettare gli altri, ma il modo poteva e doveva essere un po’ più sporco e quindi, più in linea (i più piccoli l’avrebbero comunque percepito) con la realtà che ci circonda. Chiusura d’obbligo per uno straordinario Jim Carrey autore di una prova da trasformista (non la prima) di livello assoluto. Il suo modo esagerato è al tempo stesso esilarante e coinvolgente, l’esatta dimensione di una personalità, quella del Grinch, tra il grottesco e il disturbato. E’ lui il vero totem che apre al cuore (tre volte va bene) allo spettatore di questo film.
Voto 6/10
Jonhdoe1978
TITOLI DI TESTA: Via col verde
TRAILER: Questa è la storia de n’folletto, che giudica r’Natale un momento maledetto. Ce stanno quelli che so incazzati neri, e quelli, anzi uno, che è incazzato verde…quanto nu je piace er Natale a lui che c’è arrivato co la cicogna in un paesino sperduto dell’Abruzzo.
Tutti co la puzza sotto ar naso e cor naso all’insù che parono tutti sorici (ammazza quanto so brutti) se la ripjano co sto tipo che è verde dalla testa ai piedi “Vabbè ma che problema c’è se tifo Lega?” e a forza de pjallo per culo er Grinch se fà na grotta abusiva sulle montagne a magnasse la spazzatura “Io armeno so coerente: li ragazzini nun li magno”.
E a proposito de regazzini t’ariva una senza naso all’insù ma co na voce stridula che inizia a fà domande a tutti su sto cazzo de Grinch. La gente pur de non stalla a sentì je racconta na storia triste che allora le regazzina se intristisce ancora de più e prova a diventà amica der Grinch.
Ma a quello sai che je frega: vole rubà tutti i regali de Babbo Natale pe facce un bel falò (aò, a legna costa!). Manco er tempo de accenne un fiammifero che t’ariva la ragazzina che comincia a faje un sermone co la voce stridula che allora lui molla er colpo e lascia tutti i regali agli abitanti del villaggio…e trova pure l’amore co una dalla passione pe li pollici verdi.
Il Grinch vorebbe esse un classico film de Natale ma è come quando a casa te portano uno de quei torroni particolari, quelli che nun digerisci manco co 2 litri de Coca-Cola. Sarà ma a me er torrone me piace ar cioccolato, senza troppe minchiate dentro…e dentro a sto film ce ne stanno troppe. Sarà che me sento un pò Grinch.
Voto 5/10
Mklane
Grande successo negli U.S.A. (con circa 400 miliardi di incasso in sole due settimane) e molto meno da noi, forse a causa degli eccessivi fiocchetti e volant e di costumi e scenografie troppo cariche, la versione de Il Grinch di Ron Howard del 2000 è l’unica (per il momento) interpretata da attori “in carne e ossa” e che si discosta di molto dall’originale opera del Dr. Seuss, denaturalizzandone i personaggi e ribaltandone completamente la morale.
Nei panni del dispettoso mostro verde c’è un truccatissimo Jim Carrey che, insieme a Cindy Chi Lou (Jaylor Momsen), al sindaco Augustus Sindachì (Jeffrey Tambor) ed al cane Max, sono gli unici veri protagonisti della pellicola. I restanti interpreti degli abitanti del paese di Chinonsò, fungono da personaggi secondari utili solo a far progredire la storia e, a differenza del libro e della versione animata del 1966 di Chuck Jones e Ben Washam, sono rappresentati in maniera più edonista, così da favorire un background per il Grinch.
Una satira sul consumismo cieco che gode di una regia fantasiosa ed una ricchissima scenografia che non punta a fare moralismo, ma prova a “riequilibrare” un po’ di quei valori che ci siamo persi strada facendo, ricordandoci (più che mai in un periodo come questo) che la vera ricchezza risiede nel calore di chi amiamo e che niente e nessuno (neppure il Grinch), può portarci via quello che è il “vero” Natale, quello nascosto dietro ai regali, le lucette colorate e i discutibili maglioni.
Così come sepolta da circa otto ore di trucco al giorno (premiato poi con l’Oscar) ed una eccellente e divertita performance, si nascondeva l’insofferenza di Carrey…costretto a dover ricorrere all’aiuto di maestri zen e specialisti della C.I.A. nella sopportazione delle torture, per superare l’incubo delle lunghissime preparazioni al trucco dei 92 giorni di riprese.
Voto 6.6/10
Alessandrocon2esse
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