
Mettendo da parte la profonda rivalità calcistica e quei due o tre luoghi comuni che li vogliono spocchiosi e arroganti, inospitali verso i turisti e poco avvezzi all’igiene personale, in cima alla lista dei motivi per cui odio i francesi è perché quando si tratta di fare cinema, sanno veramente il fatto loro. Più che una questione di odio è in realtà più invidia nei loro confronti, nel senso che spesso mi sono ritrovato, davanti ad una produzione dei cugini d’oltralpe, a pensare “Cavolo…perché non l’abbiamo fatto noi sto’ film?”.
In cima alla lista delle pellicole che avrei scambiato volentieri con l’invenzione del bidet (naturalmente sto scherzando) c’è Il favoloso mondo di Amélie, commedia del 2001 diretta e sceneggiata dal bravo Jean-Pierre Jeunet, già conosciuto per Delicatessen e La città perduta, co-diretti con l’amico Marc Caro.
Il favoloso mondo di Amélie è legittimamente entrata di diritto tra i più grandi classici del cinema contemporaneo ed è, sia dal punto di vista scenico che narrativo, verosimilmente la commedia sentimentale più rappresentativa del nuovo millennio.
Il regista francese non sbaglia un solo colpo in tutti i 122’ della durata, realizzando un meccanismo studiato al millimetro, capace di trasformare in una giostra di emozioni che sorprende, commuove e diverte, la sua obbligata rigorosità. La pellicola ha infatti il potere di rapire lo spettatore, sia grazie a una narrazione egualmente delicata e pirotecnica, sia per la sua messa in scena eccentrica ed elegante. Jeunet trova un’originale chiave di lettura nella conduzione sentimentale ed introspettiva della sua protagonista Amélie Poulain, interpretata da una adorabile e trascinante Audrey Tautou, una figura dalle mille sfaccettature dietro le quali si possono intravedere i riferimenti satirici del regista, nei confronti di una società sempre più chiusa ed incapace di comunicare. La sua Amélie diventa dunque, attraverso la sua crociata per rendere felici i dimenticati dalla società, metafora di rivalsa contro i “padroni” e specchio di tante solitudini, avvolgendo il film di una caratura non comune al genere a cui appartiene.
La diffusione planetaria della storia della giovane Amélie Poulain, cresciuta in maniera talmente anaffettiva da ritrovarsi del tutto impreparata ad affrontare la realtà del mondo, non solo attraversa l’epocale periodo che seguì l’attentato dell’11 Settembre, ma riuscì a comunicare con una generazione non ancora non del tutto “digitalizzata”, ma già pronta ad alienarsi dal reale per rinchiudersi nella comfort zone dei Social Network. Jeunet scopre ed utilizza fino alle estreme conseguenze la manipolazione dell’immagine, nell’inseguimento ricreativo di quella Parigi mai nata e distante dalla verità…quello che praticamente troviamo tutti i giorni aprendo Instagram.
Lo si può trattare come una fiaba, ma Il favoloso mondo di Amélie è soprattutto il primo film a rendere omaggio al distruttivo potenziale dei Social.
Probabilmente, nelle mani di un cineasta meno scaltro, la pellicola sarebbe potuta diventare la fotografia di una cultura del presente così deragliata da essere costretta a vivere nel mito d’un tempo passato, trasfigurato per poter sostenere meglio le prepotenze del presente. Se si osservano infatti realisticamente tutti i personaggi che animano il racconto, sembrerà di ritrovarsi in un ospedale psichiatrico in mezzo a nevrastenici, violenti, paranoici ed ossessivi compulsivi, tutti coattamente rinchiusi a ripetere angosciosamente le stesse azioni, raccontate da Jeunet però come fossero “i piccoli piaceri della vita”. Dubito che una simile e semplicistica “visione” della pellicola avrebbe ricevuto la medesima accoglienza.
Ma Il favoloso mondo di Amélie, oltre al cuore pulsante di una storia tanto bizzarra quanto avvincente e toccante, dimostra carattere anche nella scelta e nella gestione delle soluzioni stilistiche: dai meta-cinematografici sguardi rivolti in camera atti a rompere la quarta parete, al voice-over che ci accompagna alla scoperta dei vari personaggi coinvolti, la pellicola è una raffinata amalgama di toni e modi, ricca di soluzioni sempre nuove sia dal punto di vista sonoro che visivo, alla riscoperta del cinema nel suo animo più eccentrico e primigenio, accompagnata dall’estatica colonna sonora di pianoforte, firmata da Yann Tersen, da ascoltare e riascoltare ogni qualvolta se ne abbia la possibilità.
Il favoloso mondo di Amélie è la perfetta rappresentazione di una sfera sentimentale e sociale, osservata dai grandi occhi da cerbiatto disincantati, di una ragazza dallo sguardo di bambina. Il talento di Jeunet ha prodotto una favola (perché è giusto chiamarla così…come si merita) semplice, divertente, commovente, romantica e a tratti onirica, ma pur sempre vera, perché fa riscoprire la voglia di amare e far del bene, cosa che di sicuro non fa mai male.
La visione di questa pellicola è un piccolo spiraglio dove si può ancora sognare, in un mondo che purtroppo sempre più spesso, sa regalarci solo amarezze e crudeltà.
Alessandrocon2esse
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