
Nella recensione di Sabotaggio, mi sono soffermato sull’enorme capacità di Hitchcock, generale e particolare, di riuscire in pochi minuti a cambiare in continuazione le carte in tavola senza mai perdere di intensità e, soprattutto, possibilità (intesa come eventi possibili). Un anno prima però, Sabotaggio è infatti del 1936 mentre Il club dei 39, conosciuto anche con il titolo I 39 scalini, è del 1935, pur rientrando sempre nel personale ciclo spy story di quegli anni, ci ha mostrato un altro suo approccio al thriller, fatto di ironia, eventi paradossali e un ritmo, invece che sinusoidale, continuo e incalzante. Ovviamente, la storia ci ha insegnato che Hitchcock nel corso della sua lunga e proficua carriera è riuscito meravigliosamente a portare avanti più di un canovaccio narrativo, un modo non esclude l’altro e neanche che uno sia in qualche maniera la sua evoluzione, ma solo la dimostrazione dell’enorme eclettismo nel narrare il mistero e le macchinazioni che ha sempre avuto.
Entrando nel specifico, come da sua abitudine, la storia parte subito forte permettendo così allo spettatore dopo pochissimi minuti (ricordiamo che in quel periodo i film avevano quasi tutti una durata contenuta, vuoi per i costi vuoi proprio per la richiesta del pubblico) di avere già chiaro il canovaccio complessivo. Attenzione, non esattamente quello che sarebbe successo, il regista inglese non lo avrebbe mai permesso, quanto al fatto che si sarebbe trattato di un film in continuo movimento alla ricerca di una minaccia conosciuta nei contorni ma non nella sostanza. Ovviamente, solo alla fine ci siamo potuti rendere conto di quanto composito sia stato questo percorso e di quanti temi o meglio, piccole situazioni concettuali, morali o semplicemente storiche siano stati tirate in ballo. Quando ciò accade si può evidentemente cercare di fare un discorso complessivo stando bene attendo a soffermarsi nei vari momenti oppure mettere in ordine i discorsi per poi tracciare una linea verticale come punto in comune per tutti. Pur non disdegnando la prima ipotesi per questo film trovo più corretto percorrere la seconda via.
Patiamo da un dato curioso e apparentemente poco importante: si inizia con un varietà e si conclude con un varietà. La scelta non è assolutamente casuale e, a mio avviso, vuole rappresentare il contraltare del mistero, la spettacolarizzazione estrema del passaggio tutti-io-tutti a cui il film mirava. Lo stesso splendido personaggio di Mister Memoria, sino alla fine sembrava quasi un’appendice alla reale trama, non è altro che la manifestazione fisica di questo contrasto nonché il mezzo definitivo per regalarci un piccolo ma succulento Mcguffin.
In mezzo a questi due eventi, i varietà per intenderci, e dando sostanza a quanto detto, Hitchcock ha messo nel mezzo molti temi che, sintetizzando, possiamo racchiudere negli intrighi internazionali, nelle mistificazioni continue e come cornice (che poi diventa il fiore all’occhiello della comune verticale di cui si diceva) i sentimenti.
La casta occulta in questa circostanza, se si esclude il professor Jordan, è estremamente concettuale, segno che si sia puntato più alla sua manifestazione ideologica che su quella puramente visiva. Partendo dal fatto che, in questo caso, non nel generale, sarebbe stato complicato oltre che fuorviante scegliere un’altra strada, il risultato è stato assolutamente perfetto soprattutto perché si è reso tutto il complotto quasi a dimensione d’uomo e quindi facilmente comprensibile e assimilabile. Il processo di mistificazione, vero punto cardine del film, parte proprio da quest’idea per poi invadere, brillantemente, ogni personaggio, protagonista compreso. Quest’ultimo (interpretato meravigliosamente da Robert Donat), appare sempre in continua evoluzione quasi, appunto, che a ogni minuto si spogliasse di un velo per mostracene un altro. La sua fuga, altro tema generale caro al regista, diventa cosi sia un modo per andare avanti nella trama e nel mistero che per scoprire e conoscere, appunto, l’interprete principale. Quello che sorprende, però, non è il come con cui tutto viene fatto ma il modo, come detto, tra l’ironico e il grottesco. Scene taglienti che si mischiano ad altre quasi esilaranti e/o con uno spirito sottile e caricaturale. Un taglio che non solo non smorza mai il ritmo continuo e asfissiante della trama, ma che riesce a armonizzare il sospetto/complotto con la costruzione di un sentimento. Quest’ultimo è costruito con una grazia e una delicatezza incredibile quasi a voler sottolineare che anche nei momenti al limite l’animo può creare e non solo distruggere. Questo passaggio, che poi è quello che porta allo scivolo finale, “smaschera” definitivamente il collante di tutta la storia, come in molte altre di Hitchcock, che altro non è che il caso. In tutta la vicenda, pensiamo al fatto di trovarsi in un luogo proprio in quel momento e accanto a quella persona, c’è la sua grande mano a muovere i fili sia degli eventi che poi, quasi ad accanirsi sul concetto, sulle conseguenze. L’apice di tale impostazione la si ha nella scena del proiettile che, a memoria, credo sia stata la capostipide di centinai di film (quante volte poi abbiamo visto qualcuno salvarsi perché il colpo si è incastrato con qualcosa che aveva sul petto??).
Come molto spesso, anche in questo caso Hitchcock ha preso spunto da un libro, l’omonimo di John Buchan, per poi cucire una storia per lunghi tratti originale. Senza ripetermi sul fatto che il regista inglese sia stato cosi avanti da far risultare assolutamente attendibile un film del 1935 ancora oggi, quello che sorprende di Il club dei 39 è la padronanza (non dico che sia l’unica volta, sia mai) di saper gestire stili diversi e approcci diversi. Si va, infatti, dall’action estremo (ovviamente per il tempo) alla delicatezza di un semplice sfiorare le mani, passando per il pericolo e il mistero, la solitudine e l’avidità, l’ingiustizia e la speranza, l’amore e l’ironia e la possibilità e l’altruismo, con la stessa disarmante naturalezza.
Quante storie possono dire lo stesso?
Jonhdoe1978























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