
La Roulette Russa è l’estremizzazione del gioco d’azzardo e consiste nel mettere un solo proiettile all’interno di una rivoltella e dopo aver girato il tamburo, puntare la stessa alla tempia e premere il grilletto. Questo avviene normalmente tra due persone e può continuare sino a quando uno dei partecipanti non rimane ucciso.
L’espressione Russa è dovuta dal fatto che la prima volta che venne descritta tale attività fu in un libro dell’ottocento, proprio da uno scrittore russo.
Michael (Robert De Niro), Nik (Christopher Walken), Steven (John Savage), Stanley (John Cazale), Axel (Chuck Aspegren) e John (George Dzundza) sono 6 amici che conducono una vita normale, divisa tra l’acciaieria dove lavorano e il pub dove passano spesso, il dopo lavoro. Michael, Nik e Steven sono in procinto di partire per il Vietman e vivono gli ultimi giorni prima di tale evento, quasi come ultima valvola di sfogo che avrà il suo culmine con il matrimonio dello stesso Steven con la sua amata Angela.
Il Cacciatore è senza ombra di dubbio il punto più alto del Michael Cimino regista, non riuscirà mai più a toccare tali vette se non a tratti, in L’Anno del Dragone. La sua più grande impresa è stata riuscire a rappresentare il devastante impatto emotivo della guerra del Vietman per chi l’ha vissuta, sia direttamente che indirettamente, mostrando veramente poco della stessa. In quasi tutti i film sull’argomento, infatti, la parte sulla guerriglia l’ha fatta sempre da padrona con tutte le ripercussioni come conseguenza di quello appena visto.
Cimino, invece, Lei, la guerra, l’ha messa li sullo sfondo, invisibile quanto protagonista e ci ha cucito una storia di amicizia, di amore, di lealtà, di promesse, di fango, di ferite e di lacrime.
Il film è nettamente diviso in due parti, nella prima ci sono le risa, i canti, i fiumi di birra quasi a scongiurare la paura e nascondere la mente dalle sue insicurezze, nella seconda il Vietman come assassino morale oltre che fisico. Tra le due una tela invisibile di emozioni, di gesti più che di parole, di mani strette e il rischiare se stesso per salvare gli occhi dell’altro. L’amicizia, quella vera, indissolubile, è il leitmotiv di tutta la storia, con Mike che non si salva per non perdere Steven e le sue fragilità e che si annulla per cercare di riportare indietro Nik, l’amico di una vita e con il quale divide l’amore per Linda (Meryl Streep).
Il cast è di quelli che fanno rumore, con un Robert De Niro che anche in questo caso è stato usurpato da parte dei piani alti di Hollywood, dell’ennesimo Oscar, in virtù di un criterio che a quarant’anni di distanza, ancora non si è capito. E pensare che questo film doveva nascere senza di lui, la sua scelta è stata fatta a due settimane dall’inizio delle riprese per l’abbandono di Roy Scheider per divergenze narrative!
Lo stesso Christopher Walken, che ha vinto l’Oscar come miglior attore non protagonista, nelle scene madre non è mai da solo ma sempre supportato dallo stesso De Niro, che gli passa luce e importanza.
Questo è stato anche il film che ha lanciato Meryl Streep, sinora sconosciuta nel panorama cinematografico, ma la sensazione è che se non fosse stato in questo sarebbe stato in un altro da li a breve.
Vorrei anche citare John Cazale. All’epoca era malato terminale e la produzione non poteva assicurarlo se non pagando di tasca sua, condizione essenziale per far recitare un attore. De Niro non senti ragioni e saldò tutto il necessario affichè partecipasse a questo film. Riuscì a terminarlo ma non a vederlo uscire.
La Roulette Russa è il modo geniale con cui Cimino ha rappresentato la follia di un conflitto che non ha mai trovato una giustificazione sia per il motivo che l’ha scatenato che per l’accanimento con cui gli Stati Uniti l’hanno continuato. Non c’era una strategia, un modo in cui risolverlo, era abbandonato al caso come il trovare o il non trovare una pallottola una volta puntata la rivoltella sulla tempia. In questa disperazione c’è chi riesce a conviverci (Mike), chi non riesce a gestirla (Steven) e chi perde la cognizione di se stesso (Nik). E non è sempre possibile riuscire a riunire tutti i punti che erano, cercando una parvenza di ritorno alla normalità, nonostante lo sforzo, l’anima, l’altruismo e il non arrendersi.
Discorso a parte merita il motivo del titolo del film, Il Cacciatore, come estrema metafora della vita e del concetto intrinseco della stessa. Mike ha una convinzione, il cervo va ucciso in “un solo colpo”, lui non ha un fucile e lo scontro sarebbe impari. E’ il senso stesso del rispetto di ogni cosa, degli equilibri in cui si vive, del modo in cui si vuole gestire la propria pancia con tutte le sue emozioni.
L’”OK”, al primo colpo sbagliato e il lasciare libera la preda l’ho considerata come una manifestazione del riuscire a rimanere fedeli al proprio io nonostante tutto, di come la guerra ti abbia cambiato ma non stravolto, strappandoti la pelle ma non le ossa.
La scena finale con tutti i protagonisti che cantano God Bless America in un piccolo locale in un piccolo paesino negli immensi Stati Uniti, è l’estremo attaccarsi alle radici, al modo in cui vogliamo continuare a respirare, stringendosi disperatamente agli angoli che conosciamo. Magari anche nell’amore, come specchio dello sguardo che Mike da a Linda con la consapevolezza che Nik ci sarà sempre, li guarderà, li guiderà e gli darà la sua benedizione.
Jonhdoe1978























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