
Senza l’immaginazione non sarei nulla.
Se mi dicessero di scrivere qualche pensiero su di me, questo sarebbe sicuramente uno dei primi. Il motivo è semplice: io ho bisogno di creare e questo al di la della vicinanza o no del pensiero. Tanto per fare un esempio e sottolineando come l’immaginazione accompagna la vita e non viceversa, trent’anni fa il mio pensiero/sogno era quello di essere un attore, scrivere film e vincere l’oscar. Con gli anni quello stesso sogno si è trasformato nel girare film (anche ora alla soglia dei cinquant’anni mi capita spesso) e non escludo, anzi ne sono quasi sicuro, che magari tra venti immaginerò di essere un produttore e vincere sempre l’Oscar.
Questa considerazione credo che meglio di chiunque altra possa sintetizzare quello che If – Gli amici immaginari mi ha trasmesso: noi come essere umani abbiamo sempre bisogno dell’immaginazione e questo a qualsiasi età. Senza siamo un guscio vuoto, un essere vivente meccanico e stereotipato che non riesce più ad avere i picchi di adrenalina necessari per sentirsi vivo. E se questo è un concetto che astrattamente è condivisibile e anche facile da capire, quello che sorprende del film è il modo. Cerco di spiegarmi. Quello che ci si potrebbe aspettare è quasi di una favoletta a dimensione di bambino e invece la storia per quanto lineare non è cosi liscia. E’, infatti, piena di momenti complessi e questo dal mio punto di vista è stato un pregio enorme oltre che a una gran sorpresa. E’ come se non ci si fosse accontentati del messaggio in se, ma si sia voluto pesarlo con il mezzo dandogli cosi una profondità ulteriore.
E se questo è vero, la mente mi ha portato a un’altra considerazione e cioè dell’enorme capacità artistica ed emotiva di John Krasinski. Krasinski è un buon attore, non ottimo ma comunque la sua figura l’ha sempre fatta. Dopo un paio di opere cosi e cosi ha ottenuto la ribalta con il bellissimo A Quiet Place e credevo avesse trovato la sua definizione proprio in quel genere. Tornare indietro, anzi stravolgere completamente quell’attitudine, per ritrovarsi in un mondo tanto diverso e riuscirci con questa capacità mostra, a mio avviso, solo una cosa: una grande capacità di saper trasmettere. Certo, ora lo si aspetta alla prova del nove, ma al momento il mio pensiero è questo.
Tornando al film, l’altro grande pregio è quello di essere sempre riuscito a non calpestare la soglia dell’esagerato. Per carità, tanti momenti al limite, la storia d’altronde lo imponeva, ma non c’è stata mai la sensazione di inciampare sul retorico o sul sentimentalismo facile. Anche la fine, tolto il momento principe comunque abbastanza prevedibile, segue un percorso simile riuscendo, e non era facile, ad accarezzare di nuovo il messaggio complessivo. Quella necessità di non perdersi e non dimenticare provenienza e aspirazioni è come se scivolasse nella tv lasciandoti un senso positivo ma concreto. Sostanzialmente, lo senti che quello che stai assistendo è vero e senti che in qualche modo ne fai parte.
Ne fai cosi parte che la mente inevitabilmente si specchia facendoti chiedere quale fosse il tuo amico o meglio quale fosse la tua immaginazione. Personalmente, credo che la mia immaginazione sia sempre stata l’immaginazione stessa. Anche se parametrata all’età (è ovvio che più passano gli anni e più il sogno ha meno gobbe) sono convinto che nell’istante esatto in cui smetto di pensare cose impossibili qualcosa dentro di me si romperà e niente sarà più come prima. Credo che più di una necessità (e il film ce la dice questa differenza) sia proprio un’indole, un modo imprescindibile di approcciare giorni, mesi e anni.
Due parole merita Michael Giacchino e la sua colonna sonora. Quel motivetto costante ti entra nell’anima tirandoti fuori sensazioni ancor prima delle immagini e delle situazioni. E’ il classico caso in cui la musica non accompagna e basta, crea.
If – Gli animali immaginari è il classico film che vedi per un motivo e ti trovi a farne i conti per tutt’altro. Parte per raccontarti una cosa e poi scava, scava, scava, fino a quando non sei esausto e quindi devi dargli retta. E retta significa porti delle domande, assecondare quello che ti vuole dire e alla fine trovare la tua dimensione che, come è facile da capire, molto difficilmente non è uguale alla sua. E’ però, un processo delicato, morbido e alla fine ti ci perdi perché è giusto cosi e non perché te lo abbia chiesto o imposto. E’ anche ovvio che il parametro di percezione è diverso a secondo dell’età dello spettatore, ma il fatto che questo parametro è importante ma non scalfisce il risultato finale, è il segno inequivocabile che la struttura è stata costruita con un’empatia di livello assolutamente superiore.
Chiudo dicendo che If non è assolutamente un film per bambini, è un film omnicomprensivo e per omincomprensivo intendo riferibile a qualsiasi età, approccio, animo e prospettive. Quello che varia è l’evoluzione che ti crea, ma qui entriamo nel personale/sensibile e ognuno fa i conti per quello che è.
Jonhdoe1978
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