
Tutti, chi più e chi meno, abbiamo sofferto della sindrome di Ally McBeal: immaginare una reazione diversa e esagerata di fronte a un determinato evento rispetto a quella realmente avuta. Quasi come un’evasione estrema rispetto a quello che normalmente siamo.
Walter Mitty (Ben Stiller) è un uomo di mezza età che lavora come archivista di negativi per la famosa rivista Life. La sua è una vita ferma condita più da sogni, che spesso lo fanno incantare, che da effettive azioni. Un giorno all’arrivo in ufficio, dopo aver incrociato Cheryl Melhoff (Kristen Wiig) a cui non riesci a dichiararsi se non attraverso un sito di incontri on line, viene a sapere che la rivista sta per cambiare proprietà e che l’ultima copertina sarà con la foto numero 25 che Sean O’Connell (Sean Penn), famoso fotografo, gli ha appena inviato insieme ad altri scatti. Inizia cosi la ricerca di tale negativo che sembra essere misteriosamente scomparso.
Creare storie e situazioni con la solo forza della mente e una delle cose più intime che un uomo possa fare. In quei momenti tutte le difese si abbassano dando spesso la misura di quanta differenza ci sia tra quello che abbiamo fatto e quello che realmente vorremmo fare.
I sogni segreti di Walter Mitty ci parla di questa differenza e di come essa possa essere se non azzerata (la fine dei sogni sono la morte dell’uomo) almeno ridotta assecondando le richieste e gli stimoli che sia il nostro cuore che la nostra anima ci da ogni giorno.
Il bravissimo e sorprendente Ben Stiller è regista e interprete di un film per lunghi tratti poetico e che va a toccare, seppur in maniera ironica e apparentemente leggera, valori profondi tra i quali l’importanza dell’utilizzo del tempo e l’indispensabilità di capire e soddisfare le nostre necessità. Walter è un uomo mite che vive ancora con la madre e la sorella, non incline ai rapporti interpersonali ai quali sostituisce sogni ad occhi aperti nei quali, spesso, è autore di gesti coraggiosi ed estremi. Adora il suo lavoro, lo svolge con passione e abnegazione nonostante non venga apprezzato pienamente dal direttivo, che infatti l’ha confinato nella parte più bassa dell’edificio, una specie di cantina senza luce e aperture. Ma proprio l’amore per quello che fa, insieme ai primi sguardi d’amore, saranno la molla che lo spingerà verso qualcosa di impensabile.
Non è mai troppo tardi per cercare il proprio personale senso della vita, quelle sensazioni che ci fanno sentire vivi e che ci permettono di assaporare le cose per quelle che sono le nostre percezioni. Il lasciarsi per una volta andare, uscire dal guscio grigio in cui per vissuto e per scelte ci si è rifugiati per provare a correre forte, ad abbracciare i sentimenti e a farli scorrere senza tregua e senza filtri. E’ l’andare in braccio a una lucida follia che però non ha altra funzione che restituirci il sorriso e soprattutto, un nuovo scopo per cui vivere. La foto numero 25 non è altro che il gancio che ha fatto ridestare il protagonista, la fiammella di speranza a cui aggrapparsi e che ha restituito un sapore diverso alle cose trasformando nuovamente il tempo in qualcosa di ondulatorio e meravigliosamente variabile. L’estremizzazione del viaggio e dei gesti di Walter non fa altro che amplificare tale messaggio senza per questo escluderlo dal significato più vero e a portata di mano: ogni rivoluzione interiore può avvenire in molti modi tanto piccoli quanto grandi, l’Islanda, la Groenlandia o Himalaya diventano la metafora del cambiamento, il simulacro interiore per rinvigorire sensi e prospettive.
Devo essere onesto, seppur apprezzando molti dei suoi film, non sono mai stato un gran sostenitore di Ben Stiller. La motivazione più che nella pura capacità recitativa, va ricercata nella semplice e naturale percezione che ognuno di no ha di un attore o di un’attrice e a cui, per ovvi motivi, non si può non dare retta. Detto questo, nel film in oggetto tale assunto è stato completamente spazzato via, regalandomi la sensazione di una regia per lunghi momenti estasiante e di un’interpretazione che definirei matura e consapevole.
Non è affatto facile riuscire a trasmettere un messaggio cosi forte attraverso la leggerezza e la comicità, è necessario avere una sensibilità di fondo e di concetto di livello assoluto. Ben Stiller, nonostante questo sia il remake di Sogni Proibiti del 1947 che a sua volta era l’adattamento cinematografico di un racconto breve del 1939, è riuscito a personalizzare il viaggio, rendendolo a doppio senso: fisico e interiore. Ha unito e reso direttamente proporzionale la voglia di evasione fisica del protagonista a quella più intima e personale. Una colonna sonora stellare quale corollario di una storia tanto unica quanto comune che mira alla riscoperta di se stesso e alla possibilità, prendendosi il giusto tempo, di cambiare se non il proprio posto nel mondo la percezione che sia noi che le persone che ci circondano hanno. Una nuova luce su cui fondare propositi, priorità, sentimenti e amore.
Jonhdoe1978
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