
A meno che non si abbia una memoria di acciaio, e non è assolutamente il mio caso, i nostri ricordi recenti tendono a sovrapporsi a quelli più vecchi fino a quando questi ultimi, praticamente sommersi, o svaniscano o si nascondono in un quadratino piccolissimo del nostro cervello. Se questo vale in linea generale, ce ne sono alcuni che per qualche oscuro motivo rimangono esattamente nella stessa posizione di partenza scalzando anche quelli che per tempistica dovrebbero, come detto pocanzi, sostituirli facilmente. La motivazione di questo maccanismo inverso sono sostanzialmente sconosciuti e possono riguardare qualsiasi cosa, una frase, una poesia, un gesto, un profumo o, appunto, un particolare specifico di un film.
Wilbur Walsh (Bud Spencere) e Matt Kirby (Terrence Hill) si incontrano casualmente al molo 16 del porto di Miami mentre, senza successo, cercano lavoro come scaricatori. La loro fame di soldi e di cambiare finalmente vita, li porta a considerare di rapinare i valori di un supermercato. Trovato il coraggio, entrano nel luogo stabilito trovandosi però all’interno, invece della stanza pensata, del centro amministrativo di zona della polizia metropolitana. Per scampare dall’arresto, spinti da due poliziotti che avevano più volte incontrato e che li incoraggiavano ad arruolarsi, si ritrovano a prendere parte alle selezioni per entrare a tutti gli effetti nel suddetto corpo.
“Mi appecorono alla bellezza”. Senza troppi giri di parole, questa è una delle frasi, o momenti cinematografici, che dal primo momento che l’ho sentita non mi ha più lasciato. Il motivo è tanto oscuro (perché proprio quella??) quanto chiaro e riguarda il significato morale/storico/sentimentale che hanno per me i film del duo Bud Spencer/Terence Hill (in particolare del primo). E’ come se il mio subconscio abbia scelto questo particolare momento per creare, per dirla alla Inside Out, uno dei miei ricordi base cinematografici su cui fondare tutta la mia passione. Il risultato di tale costruzione irrazionale è che spesso, nei momenti e nei luoghi più disparati, mi ritrovo a pensare a quella frase e il conseguente gesto di inchino di Bud , provocandomi un improvviso ghigno sorridente incontrollabile.
Detto questo, che con l’analisi del film c’entra poco o nulla, E.B. Clucher, alla terza collaborazione con il duo Pedersoli/Girotti (saranno in totale cinque), è autore di un film brillantissimo con una struttura narrativa solidissima e senza nessuna falla. Il particolare della varie gag, a quella dell’incontro con Galina a cui fa riferimento la frase “indimenticabile” aggiungerei la rissa con il finto zoppo e il falso sordomuto e il cinque (olè!) sul campo da football, si incastra perfettamente alla trama generale che cosi mantiene una consequenzialità lucida e soprattutto chiara. La sensazione infatti è di un’equilibrata serie di scatole ben confezionate, che farebbero comunque la loro figura anche singolarmente, con le dimensioni perfette per entrare tutte al millimetro nella stessa busta. Insomma dei bellissimi suoni che riescono ad esaltarsi nella melodia complessiva.
Che la strada potesse essere quella giusta lo si ravvisa sin dall’ inizio, che per lunghi tratti ricorda quello dei doppi fagioli di …continuavano a chiamarlo Trinità sempre dello stesso E.B. Clucher, e questo per il modo subito coinvolgente nel definire situazioni, personalità e soprattutto attitudine dei personaggi. Wilbur e Matt, ma anche gli stessi antagonisti, sono lo specchio del canovaccio che sarà e che per certi versi ci si aspetta. In film del genere, quest’ultimo inteso come quello di Bud/Terence, non è tanto il pericolo della mancata soddisfazione quanto il modo con cui servire i momenti tanto amati e tanto attesi (scazzottate su tutti). Ne I due superpiedi quasi piatti questi momenti non sono solo il coronamento di un percorso ma il perfetto ponte per quello che sarà, diventando cosi contemporaneamente fine e inizio.
Senza troppo soffermarsi sull’interpretazione dei due, Bud è giusto dirlo è per lunghi tratti sublime, quello che viene esaltato in questo film è il magnifico equilibrio tra sceneggiatura e interpretazione della stessa. Le frasi e i gesti (alcuni come sempre capita, vedi quando Wilbur intima di alzare i piedi ai due politici, inventate al momento) sono deliziosamente armonici, trovano la loro soddisfazione l’una nell’altra quasi che nascessero e morissero insieme. La sensazione personale è che la conoscenza tra i due attori e il regista sia ormai tale, oltre all’originalità e alla solidità, come detto, dello script generale, che mentre l’ultimo scriveva i testi già aveva in mente il modo con cui gli altri due li avrebbero interpretati. Una specie di scrittura visiva per intenderci.
Senti, tu lo reggi il whisky?
Be’, i primi due galloni sì, al terzo divento nostalgico e ci può scappare la lite.
Questo dialogo, prologo della frase iniziale di cui ho lungamente parlato, è a mio avviso la perfetta sintesi di quello che questo film voleva trasmettere: iperbole, semplicità, un pizzico di presunzione e tanta tanta tanta umanità. Il passaggio dei due protagonisti da presunti ladri a poliziotti, se da un lato dimostra come il caso sia sempre fondamentale nella nostra vita, dall’altro disegna perfettamente come la nostra indole alla fine trova sempre la sua strada per emergere. Wilbur Walsh e Matt Kirby diventano cosi gli approfittatori che non se ne approfittano, i scansafatiche che si sacrificano, i cattivi che ti salvano. Contraddizioni che hanno da sempre contraddistinto la filmografia di Bud e Terence e che a conti fatti li hanno resi e li rendono quelli che sono: la perfetta sintesi tra poesia e materialità. E noi sappiamo di quanto abbiamo bisogno ogni giorno di vile concretezza e di ingiustificata e incorporea leggerezza, speranza e positività.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento